L’anticomunismo del teologo democratico

L'armata rossa a Berlino 1945

Invece di un rozzo opinionista di destra, stavolta ad equiparare comunismo e fascismo c’è un intellettuale cattolico democratico, Vito Mancuso, un teologo, allievo di Carlo Maria Martini. Ne sono sorpreso. Forse, la distanza della storia e l’immediatezza di facebook inducono alla memoria sintetica. Secondo il teologo, il divieto della propaganda fascista implica quello della propaganda comunista, perché la violenza è l’essenza dei due movimenti; la distinzione nel comunismo tra ideale e reale, lui la respinge – e qui si sente marxista – perché la verità è nel reale.

Sul piano pratico, trovo la proposta difficile da applicare e giustificare. Si tratterebbe, immagino, di vietare il saluto a pugno chiuso, lo sventolio della bandiera rossa, il canto rivoluzionario, la campagna elettorale di Rifondazione, la divulgazione delle opere di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, gli scritti, i discorsi, le interviste di Togliatti, Longo, Berlinguer, Amendola, Ingrao; la pubblicazione del Manifesto; la manifestazione dell’idea di abolire la proprietà privata e di mettere i beni in comune. Il professore non è entrato nei dettagli. Il reato di apologia del fascismo è collegato al divieto costituzionale di ricostituire il partito fascista. Un reato di apologia del comunismo a cosa potrebbe collegarsi? Il PCI si è sciolto di sua volontà nel 1991. Bisogna vietarne la ricostituzione nel 2017? E perché mai?

Rifiutare in assoluto la violenza, sul piano teorico, per me è insensato. La rifiuto in un ordinamento pacifico e democratico e la considero una scelta possibile nel contesto di un ordinamento censitario, una dittatura oppressiva, un’invasione straniera. Così, distinguo la violenza delle Brigate rosse da quella delle brigate partigiane. So giudicare la violenza solo in relazione alla sua motivazione. Nel fascismo, la violenza è funzione del nazionalismo, del razzismo, della supremazia di un capo e di un partito; una esaltante dimostrazione di forza che ha valore in sé. Nel comunismo, è una reazione alla violenza delle classi dominanti, una necessità dettata dalla preclusione di vie più pacifiche e democratiche; un mezzo; in sé non ha valore e non forgia un’identità.

Sul piano storico, il fascismo è andato al potere con il consenso delle classi dirigenti. La violenza l’ha usata per schiacciare le opposizioni alle classi dirigenti: le organizzazioni del movimento operaio. Il comunismo è andato al potere contro le vecchie classi dirigenti aristocratiche, borghesi, contro le potenze coloniali; ha dovuto superare uno scontro mortale, che ha finito per produrre la militarizzazione e la deformazione del suo esperimento. Il fascismo ha abolito le libertà dello stato liberale. Il comunismo non aveva da abolire le libertà dello zarismo. Il fascismo era contro le libertà formali. Il comunismo le considerava insufficienti, per la liberazione dell’essere umano e non si preoccupava di negarne la promozione per realizzare l’uguaglianza. Il fascismo fu nemico della libertà. Il comunismo ne sottovalutò l’importanza.

La distinzione nel comunismo tra ideale e reale è schematica, ma aiuta a cogliere la contraddizione tra mezzi e fini, presente nel comunismo e per molti aspetti anche nel liberalismo e nel cristianesimo. Invece, del tutto assente nel nazifascismo. Si tratta di una contraddizione importante, perché consente di sottoporre a critica le proprie realizzazioni dal punto di vista del proprio pensiero. Per oppormi allo stalinismo, non ho bisogno di attingere al liberalismo; il comunismo mi dà già gli strumenti per poterlo fare. La prima critica radicale all’impianto sovietico, proposto dal Che fare di Lenin, viene dalla comunista Rosa Luxemburg e dal comunista Leon Trockij. Peraltro, i comunisti si sentivano eredi e continuatori dei liberali della rivoluzione francese, che abbatterono con violenza l’ancien regime, l’atto fondativo della storia e società contemporanea.

Anche gli ideali influenzano la storia. Ma cos’è la storia (concreta)? Riguarda solo la dimensione del potere, per cui si entra nella storia quando si conquista il potere e se ne esce quando lo si perde e tutta la storia è solo la gestione di quel potere? Con questo criterio è impossibile valutare il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo e tutto ciò che è diverso dalla forma di un potere costituito. Il comunismo è stato in alcune parti del mondo un insieme di regimi, in altre è stato un movimento politico e sociale che ha agito, concretamente, nell’alleanza antifascista della seconda guerra mondiale, nelle guerre di liberazione, nella decolonizzazione, nelle terre, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle istituzioni democratiche. Tutto l’insieme è concreta realizzazione storica. È storia l’operaio che non s’inchina più davanti al padrone, perché nel divenire comunista ha realizzato la sua dignità.

Vi sono stati autoritarismi e dittature, nell’Europa meridionale, in America latina, in Indonesia, nell’Iran fondamentalista, che per potersi affermare, hanno dovuto sbarazzarsi di quella storia concreta ed eliminare fisicamente centinaia di migliaia di comunisti. Tante vittime dello stalinismo e del maoismo furono comuniste. In tanta parte del mondo, il comunismo, a differenza del fascismo, è stato un concorrente morale del cristianesimo. Si può capire la tentazione di alcuni cattolici di far fuori la concorrenza con un’equiparazione scorretta. Eppure rimane significativa la distinzione fatta da un cattolico conservatore molto importante: papa Woityla: il nazifascismo fu un male assoluto, il comunismo, un male necessario.

Le analogie sulla violenza e l’autoritarismo si possono fare. La citazione di Ernesto Balducci, che scriveva sull’Unità, organo del partito comunista italiano, permette di farne anche con la storia della chiesa cattolica (i templari, le crociate) e la storia degli stati liberali (il colonialismo, l’imperialismo); con la nostra stessa vicenda contemporanea. Persino il professor Mancuso, che rifiuta in assoluto la violenza, accetta la violenza (per lui necessaria) delle politiche di contrasto alle migrazioni, perché teme una violenza più grande (o a lui più prossima), la violenza della paura xenofoba, quindi il fascismo (non il comunismo). Il rifiuto assoluto della violenza può tradursi nel rifiuto di tutta la storia degli uomini, intesi come maschi – la violenza è sempre stata maschile – almeno dal principio del patriarcato. C’è più essenza in quell’origine, che in questa o quella ideologia, questa o quella religione, perché insieme condividono, in tutto o in parte, quello stesso principio originario.


Riferimenti:
I post di Vito Mancuso sul comunismo [1] [2] [3] [4] [5] [6]
I post di Vito Mancuso sui migranti [1] [2]

Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017

Il calo degli sbarchi e la «svolta ignorata»

Numero di sbarchi in Italia nei primi sei mesi del 2015-2016-2017 - www.iom.int

Il Corriere della Sera riferisce di una svolta ignorata: ad agosto meno migranti sono sbarcati in Sicilia. Merito dei mafiosi libici che non aiutano più gli scafisti e della guardia costiera libica rinforzata dall’Italia. Il trasbordo reso più difficile avrebbe fatto diminuire pure i migranti giunti sulla costa nordafricana, quindi quelli stipati nei centri di detenzione libici. Perché la svolta è ignorata? Perché manca l’onestà intellettuale di riconoscere che le disposizioni governative («fasciste») sono riuscite a ridurre il flusso migratorio e la catastrofe umanitaria. Nel’’800 fu necessaria la guerra contro i negrieri per abolire la schiavitù, oggi è necessaria una guerra contro gli scafisti.

Il calo degli sbarchi è una buona notizia per il governo; può esibirla all’opposizione xenofoba. Più complicato il confronto con la critica umanitaria: la diminuzione degli arrivi è una buona notizia se meno esseri umani hanno bisogno di emigrare. Se invece il calo dipende dagli ostacoli opposti alle rotte, allora più della svolta, ignoriamo la sorte dei migranti mai arrivati: quanti morti in mare; quanti nel deserto; quanti costretti nei centri di detenzione libici; quanti imprigionati ai confini di zone invivibili; quanti diretti verso la Spagna, dove sono quadruplicati gli arrivi, o la Grecia?

Voler sigillare i confini di Libia, Ciad e Niger, può arginare i migranti, ma non risolve le cause emigratorie dei paesi poveri: guerra, diritti umani violati, carestie, incremento demografico, mutamento climatico. E neppure le cause immigratorie dei paesi ricchi: declino demografico, economia sommersa, rapporti coloniali. Quindi, la pressione migratoria insisterà per travolgere o, più probabile, per aggirare le barriere. I migranti sono ceto medio nei paesi d’origine, tanti, ma non abbastanza per essere masse di invasori; persone che per necessità o desiderio, vogliono emigrare, non schiavi rapiti e deportati. Se la guerra ai negrieri servì nell’800 per liberare gli schiavi in Europa e in America, la guerra agli scafisti serve oggi per imprigionare i migranti in Africa e in Asia, poiché per vie legali siamo indisponibili a farli venire.

Ne risulta una guerra ambigua: scafista, mafioso, miliziano, guardacoste libico possono essere gli stessi individui che, secondo la migliore offerta, favoriscono il trasbordo oppure, con gli stessi metodi violenti, lo impediscono. In un caso li combattiamo, nell’altro li paghiamo e addestriamo. Così facciamo con i regimi autoritari con cui stringiamo accordi. La preoccupazione europea che i migranti trattenuti siano ben trattati è una copertura verbale. Insieme, con i soldi e le armi, la non ingerenza fa parte dei patti. Aggravare i rischi delle traversate migratorie a scopo dissuasivo, con la scusa azzardata di voler ridurre il danno umanitario è un calcolo molto spregiudicato, che aggiunge ai nostri indicatori in declino quello morale. Questa è la vera svolta ignorata.


Riferimenti:
[^] Documento integrale del vertice di Parigi – HuffPost, 27.08.2017
[^] La guardia costiera libica non esiste – Il Post, 26.08.2017
[^] Migranti, in 7 mesi quadruplicati gli arrivi in Spagna – Sole24Ore, 11.08.2017
[^] Perché gli sbarchi sono diminuiti? – Il Post, 10.08.2017
[^] E se aprissimo tutte le frontiere del mondo? – The Economist, 20.07.2017

I vantaggi della violenza virtuale

Pollice Verso, by Jean-Léon Gérôme

La violenza virtuale quando diventa persecutoria è violenza psicologica ed è pericolosa: può indurre all’omicidio (Jo Cox in Gran Bretagna), al suicidio (Tiziana Cantone in Italia); far soffrire terribilmente (tante vittime di cyberbullismo, vendette porno, tempeste di merda, bufale). Questa violenza non riguarda solo una folla di ignoranti frustrati, che si fa gruppo sui social e si sente impunita, anche se una questione di alfabetizzazione esiste, basti vedere quanto sia difficile fare umorismo sulle fake news senza essere fraintesi e presi sul serio.

Questa violenza riguarda il necessario collante delle culture identitarie razziste e nazionaliste o del revanscismo maschilista e misogino. L’essere capaci di stare insieme solo contro un nemico, uno straniero, un corpo alieno, un disertore, un capro espiatorio, o semplicemente un punching ball. La teorizzazione di una intolleranza che inquina e contagia: il combatterla si alimenta di risentimento, il non combatterla, trova le occasioni per emularne il linguaggio. Penso a come noi civili e democratici vediamo certi leader e i giornalisti della destra, al senso di repulsione che ci provocano, o a certe miserie delle dispute intestine alla sinistra.

A preoccupare, oltre i violenti, è la comprensione per il violento, il biasimo per la vittima, l’odio strisciante, il divertimento normalizzante. La violenza virtuale al tempo della televisione commerciale e di Internet è un grande circo, un dispositivo per generare ascolti, visite, traffico, e per vendere inserzioni e dati utenti. Giornali come il Corriere della Sera adesso scrivono articoli di consenso per Laura Boldrini che reagisce alle offese sessiste e razziste, ma sono gli stessi giornali ad amplificare in modo acritico gli insulti contro di lei o contro altri, a dare notizia con fare neutrale di battute e video dal livore provocatorio di uomini di cultura, contesi dalle televisioni a suon di migliaia di euro, come ci informa lo stesso Corriere. Improbabile poter fare da anticorpo alla violenza mentre se ne sfruttano i vantaggi.

Un vantaggio è l’immediata semplificazione della lotta politica. Invece di elaborare un programma, strutturare un discorso, articolare un ragionamento, è più facile insultare l’avversario, rappresentarlo in modo ridicolo, immorale, attribuirgli dichiarazioni e comportamenti falsi e indegni, persino i più assurdi, incredibilmente creduti. Il frastuono di una minoranza di violenti, la fa sembrare maggioranza o addirittura unanimità («Tutti la odiano»). L’aggressione che offende, intimidisce, azzittisce, emargina, espelle, diventa esercizio di potere, surrogato di autorità, sfida simbolica al monopolio della violenza, quasi come lo fu lo squadrismo fascista, con un corollario simile di comprensione e complicità. A scopo deterrente, si lasciano affogare in mare i migranti; e si lasciano affogare nel fango le ong e la donna politica più favorevole all’accoglienza.

La violenza è una vantaggiosa strategia dell’attenzione, persino nello sfruttare l’ingenua indignazione dei non violenti. Chiunque, appena un po’ noto, può diventare molto noto, con la battuta viscerale di un tweet. La denuncia paradossalmente aiuta la viralità del messaggio. Post scritti con caratteri piccoli criticano screenshot di offese a caratteri cubitali, che di denuncia in denuncia fanno il giro delle pagine facebook. Come accade con la diffusione disapprovante di molti video incivili, per non dire delle televisioni, dei quotidiani o di semplici fans, pronti ad informarci che il tal dei tali ha massacrato, demolito, asfaltato, distrutto, il talaltro.

Lo spettacolo della violenza diverte. Umiliare qualcuno o vedere qualcuno umiliato è un intervallo eccitante tra il vuoto e la noia. C’è del compiacimento a mostrarlo, in chi lo esalta e forse pure un po’ in chi lo condanna. È qualcosa che coinvolge la sessualità maschile. Gran parte del bullismo contro le donne è a sfondo sessuale. Umiliare una donna, specie una donna importante, di potere, una donna femminile, è eccitante per gli uomini. Quando è colpita una donna, molti titoli giornalistici usano proprio il verbo, umiliare, per dirci che lui ha umiliato lei. A sostegno, interviene una singolare distorsione egualitaria: poiché tutte le donne sono umiliate dalla misoginia e dal sessismo, è democratico che la siano anche le donne più importanti.

Come contrastare la violenza offensiva in rete, riguarda allora questa domanda: come trasformarla da vantaggio in svantaggio, come renderla controproducente, come negarle i suoi premi più ambiti: l’attenzione, il divertimento, l’eccitazione e il potere. Di fronte alla tematizzazione della violenza in rete, c’è chi si preoccupa principalmente di assolvere la rete e di tutelarne la libertà d’espressione; non quella delle vittime, ma quella più rozza della libera volpe in libero pollaio. Io tengo alla libertà d’espressione di tutti, ma non riesco a separarla dalla responsabilità. L’arbitrio irresponsabile non è condizione di libero arbitrio. Al contrario: è la premessa dell’autoritarismo. Anche per questo la violenza virtuale è pericolosa.


Riferimenti:
[^] Relazione finale della commissione Jo Cox – 28.07.2017
[^] La furia della rete – Maura Gancitano, Tlon 15.08.2017
[^] Non è un post qualunque – Selvaggia Lucarelli, 16.08.2017
[^] Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini – 15.08.2017

Solidarietà ad Arcilesbica

Arcilesbica

La pagina facebook di Arcilesbica ha linkato l’articolo di una femminista americana. L’articolo tratta della differenza tra donne e transgender. L’autrice solidarizza con le lotte e i diritti delle persone transessuali, nello stesso tempo rivendica la differenza delle donne, spazi di autonomia e di separazione: in alcune discussioni, per esempio sulla maternità, sull’allattamento al seno in pubblico, sull’aborto; in alcuni luoghi, per esempio, nell’accesso ai centri antiviolenza, agli spogliatoi, ai bagni pubblici.

Il link dell’articolo ha suscitato una reazione molto intollerante. Centinaia di commenti offensivi e violenti accusano Arcilesbica di essere transfobica, bigotta, misandrica, le rinfacciano l’opposizione alla gpa, e ne invocano l’espulsione dal movimento LGBT. Ad animare l’offensiva sono soprattutto uomini. Ad accusare Arcilesbica sono stati anche il movimento identità trans e il circolo Mario Mieli di Roma.

Arcilesbica si è difesa da questa ondata di bullismo, con un richiamo al senso delle proporzioni: è stato solo pubblicato un articolo che voleva essere uno spunto di riflessione; con la difesa dell’autonomia delle donne; e con la comprensione del fatto che l’autrice dell’articolo è una vittima di violenza sessuale, con tutto il diritto di sentirsi a disagio in presenza di corpi maschili in determinate situazioni.

L’articolo l’ho letto con qualche fatica, perché scritto in inglese. Forse toni ed argomenti sono più adatti al pubblico americano e meno comprensibili dal pubblico in Italia, dove il politically correct è poco osservato. Tuttavia, nell’insieme, mi è parso un discorso accettabile, anche senza la giustificazione di un trauma. Io sono un uomo. Mi sento solidale con il femminismo. Non ho paura delle donne. Eppure, per ragioni di imbarazzo e pudore, preferisco non trovare una donna nello spogliatoio maschile; non essere visitato da una medica, almeno per alcune visite; e posso pure avere desiderio, in certe discussioni, di ritrovarmi solo tra uomini. La condivisione di alcuni spazi con le donne, non è, secondo me, una faccenda di norme e regole da stabilire a priori e da applicare in modo automatico; è una questione relazionale.

Sono punti di vista che si possono non condividere, senza perdere il senso del rispetto e della civiltà. Le accuse di convergenza con i cattolici integralisti, sono un cattivo argomento. Anche gli accusatori di Arcilesbica possono trovare le loro brutte convergenze nelle pagine revansciste e ingannevoli degli MRA, Men’s Rights Activism.

Io rifiuto e condanno l’idea che un gruppo umano possa essere considerato peggiore o inferiore e, quindi, discriminato ed escluso dai diritti civili, politici e sociali. Questo non significa che le differenze siano soltanto un dispositivo discriminatorio e vadano perciò negate e rimosse, pena lo scadere nella discriminazione penalizzante.

Il principio originario della violenza e dell’esclusione è la misoginia patriarcale, la pretesa maschile di avere sempre certezza del sostegno, dell’accoglienza e della disponibilità femminile. Perciò, fa impressione vedere in atto un linciaggio simbolico ad opera di molti uomini del movimento contro un’associazione di donne. A cui, per quello che vale, va tutta la mia solidarietà.



Riferimenti:
[^] Risposta di Arcilesbica al circolo Mario Mieli
[^] Risposta di Arcilesbica al movimento identità trans
[^] I am a Woman. You are a Trans Woman. And That Distinction Matters

Il codice Minniti e le ONG nel Mediterraneo

Ong-Mediterrano-Migranti

Se preso sul serio, il codice Minniti sulla condotta delle ONG nel Mediterraneo è contestabile per tre ragioni: 1) rinforza la corrente xenofoba, al seguito della campagna contro le ONG, lo slogan «Aiutiamoli a casa loro», la rinuncia allo Ius Soli, persino temperato; 2) scavalca il diritto internazionale e le leggi della navigazione; 3) complica il salvataggio dei migranti, dunque rende più probabili le morti in mare. Negli ultimi qundici anni, trentamila persone sono affogate nel tentativo di traversare il Mediterraneo dall’Africa all’Europa.

Difficile credere che il codice voglia tutelare proprio le ONG. È stato promosso in modo enfatico, unilaterale e autoritario. Con l’intimazione rivolta alle ONG di scegliere da che parte stare: con lo stato o con gli scafisti. Con la motivazione di dover contemperare il salvataggio dei migranti con la sicurezza dei propri concittadini. Il ministro dell’Interno ha così avvalorato l’idea che i migranti siano una minaccia e che le ONG siano colluse con gli scafisti. Il risultato è che il discredito pubblico del soccorso in mare è aumentato, per impulso dello stesso governo.

Il codice non può essere applicato senza violare la neutralità delle ONG, nel caso della presenza imposta di poliziotti armati sulle loro navi; né può essere applicato senza violare il diritto internazionale e la legge del mare, nel caso la guardia costiera impedisca l’approdo ad un porto italiano di una barca carica di migranti, o ne rifiuti il trasbordo, o la respinga verso un paese dove non sono garantiti i diritti umani, come la Libia. È la questione posta dal ministro dei trasporti Del Rio, da cui dipende la guardia costiera.

Nel mettere al centro la lotta tra lo Stato e gli scafisti, la sorte dei migranti perde il valore prioritario e diventa una variabile dipendente. Il codice, nel voler reclutare le ONG nella lotta agli scafisti, rende più difficile soccorrere i migranti, evitare che affoghino o che rimangano negli infernali centri di detenzione libici. Il divieto di trasbordo obbliga una singola barca, anche se inadatta, a percorrere tutta la navigazione da una costa all’altra e, dunque, a rimanere più tempo lontana dalla costa libica. Inibire ogni possibilità di contatto con gli scafisti, fino a non poter neanche segnalare la propria presenza con le luci, significa rendere il soccorso molto più casuale e fortuito.

L’accusa mossa alle ONG è quella di usare i soccorsi per trasportare i migranti dall’Africa all’Europa. Ma il soccorso sta proprio nel convertire un trasporto pericoloso (sui gommoni) in un trasporto sicuro (sulle navi delle ONG e della guardia costiera). Il salvataggio non è solo da un pericolo imminente; lo è anche da un pericolo potenziale ad alto rischio. Le ONG fanno quello che dovrebbero fare gli Stati: organizzano corridoi umanitari per rispondere ad un disperato flusso migratorio. Lo facessero gli stati, o rendessero legale la possibilità per i migranti africani di raggiungere l’Europa, gli scafisti e i trafficanti non avrebbero più spazio. Ma la lotta agli scafisti è solo un modo per nobilitare la lotta ai migranti.

Io non dico che il governo è fascista. So che anche i democratici e la sinistra sono capaci di compiere cose orribili, per scarsa fiducia nel proprio popolo, con spirito amministrativo ed una retorica di copertura. Ogni situazione trova la sua parte migliore. Questa trova i cattolici. La speranza è che il codice Minniti non sia da prendere sul serio, ma sia solo una rappresentazione autoritaria, qualcosa da far percepire a chi ha paura per percezione, una simulazione ad uso e consumo del personale protagonismo del ministro dell’Interno e della campagna elettorale del PD, per stare al confronto con i populisti.


Riferimenti:
[^] Ong, le domande dimenticate – Laura Boldrini, Repubblica 12.08.2017
[^] Ong, modifiche al codice: così firma anche Sos Méditerranée – Alessandra Ziniti, Repubblica 11.08.2017
[^] Perché gli sbarchi sono diminuiti – Il Post 10.08.2017
[^] L’appello di Ong, intellettuali e sinistra: “Migranti, in corso uno sterminio di massa” – Matteo Pucciarelli, Repubblica 10.08.2017
[^] La Libia, le Ong, la politica del caos nel Mediterraneo – Barbara Spinelli, il manifesto 09.08.2017
[^] Il viceministro. Tra umanitari e istituzionali una fiducia da rinsaldare – Mario Giro, Avvenire 08.08.2017
[^] I dubbi di Delrio: “Se bisogna salvare vite, serve la nave più vicina” – Tommaso Ciriaco, Repubblica 08.08.2017
[^] Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale – Marco Revelli, il manifesto 08.08.2017
[^] Tutto il dibattito sulle Ong è completamente surreale – Sebastian Bendinelli, The Submarine 07.08.2017
[^] Torture, sovraffollamento, malnutrizione, caldo, malattie. L’inferno dei 12 centri di “accoglienza” libici – Umberto De Giovannangeli, HuffPost 07.08.2017
[^] Le manovre occulte di Defend Europe sull’indagine Iuventa – Andrea Palladino, Famiglia Cristiana 4.08.2017
[^] Quanti morti volete a Ferragosto? – Davide De Luca, Il Post 4.08.2017
[^] Il reato di solidarietà non esiste : i fatti e le norme. In difesa del principio di legalità. – Fulvio Vassallo Paleologo, Adif 3.08.2017
[^] Missione navale: Italia pronta a destinare rifugiati e migranti verso orribili violenze – Amnesty International 02.08.2017
[^] Migranti: i 13 impegni del Viminale per le Ong – Repubblica, 31.07.2017
[^] Perché difendo le Ong che salvano i migranti – Roberto Saviano, Repubblica 25.04.2017
[^] Negli ultimi 15 anni sono morti nel Mediterraneo oltre 30mila migranti. La maggior parte resta ancora senza un nome – Marco Sarti, Linkiesta 17.03.2017

Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini

Laura Boldrini - Presidente della Camera dei deputati

La condanna dell’orribile tiro al bersaglio contro una persona e la critica a quella persona sono due discorsi diversi da tenere distinti. Metterli in relazione, non è onesta intellettuale, ma un modo furbesco per rilanciare lo stesso tiro al bersaglio in una forma più educata. È la sensazione che mi dà l’ultimo articolo di Linkiesta dedicato alla presidente della camera. Il testo richiama al rispetto umano, ma si accoda nella mancanza di rispetto politico e morale; mentre stigmatizza gli insulti, ribadisce contro di lei i soliti luoghi comuni ostili: antipatica, sussiegosa, miracolata. L’autore potrebbe essere più onesto se sottoponesse a critica, non solo l’eccesso, ma proprio lo sguardo dei tiratori, cioè quanto lui stesso ha in comune con loro.

Il sussiego e il difetto di ironia in una donna, si vedono più facilmente quando dalle donne si pretende un supplemento di umiltà e di comprensione. La miracolata, quando si è incapaci di riconoscere nelle donne, specie in quelle più femminili, capacità e competenze; e quando si ritiene di appartenere al sesso dei miracolosi. Laura Boldrini ha più storia di Nichi Vendola. La presidente della camera può non piacere. A me piace, la trovo più simpatica di Fulvio Abbate; più adeguata e meritevole della media del personale politico istituzionale attualmente in carica; condivido le sue idee e le sue battaglie. I difetti a lei attribuiti non c’entrano nulla con l’odio ossessivo che riceve. Cecile Kyenge reagiva al lancio di banane con ironia e senza sussiego, ma di insulti ne riceveva altrettanti.

Esistono aree politiche, il M5S, la Lega, i fascisti, i tabloid berlusconiani, che fanno politica in modo incivile; agitano xenofobia e misoginia. Questa inciviltà trova argini deboli. La violenza verbale è una modalità di relazione, soprattutto nel linguaggio della destra, da quando esiste la televisione commerciale e, in special modo, da quando il padrone della televisione commerciale è diventato il capo della destra. La violenza fa audience e al tempo stesso intimidisce gli avversari, li delegittima, e supera le difficoltà del ragionamento. Questo linguaggio, che coinvolge e mobilita gli incolti e i frustrati pronti a trovare uno sfogatoio nei social-network, è stato assunto da molti giornali tradizionali che, invece di fare da anticorpo, fanno da veicolo, per ottenere lettori, visitatori, inserzionisti.

A questo si accompagna una perdita di autorità e di potere della politica. Così, l’ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati più che riuscire a sollevare la stima delle istituzioni, ne è tirata giù. D’altra parte, è lo scopo della violenza politica virtuale: dimostrare che quell’avversaria non merita rispetto, non ha la forza di farsi rispettare, è senza autorità. Così, anche chi la sostiene finisce per avere l’immagine deformata di una figura (a torto) molto odiata e quindi vulnerabile. Eppure la presidente della camera ha una fanpage di 250 mila sostenitori, contro gli 80 mila del presidente del senato e non ha mai subito una contestazione popolare in una iniziativa pubblica.

Laura Boldrini riassume tutti gli spettri dei reazionari: è una donna al potere; è femminista; è indipendente, non è sotto la tutela di un leader maschio e di un partito; è di sinistra; vuole accogliere ed integrare i migranti; Al tempo stesso, non è radicale e questo dispiace ad una parte dei suoi compagni, che non capisce come mai la presidente della camera non agisca come un capo d’opposizione. Lei interpreta un ruolo di mediazione: tra istituzioni e società, tra maggioranza e opposizione, tra vecchio e nuovo, tra le sinistre, tra italiani e stranieri, il ruolo del ponte. I ponti in tempo di pace si attraversano, in tempo di guerra si bombardano. Il linguaggio violento della destra ha introdotto in politica una psicologia da guerra civile.


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