Il carro degli ammiratori del vincitore

Carro

In questi giorni, come in passato, mi capita di ascoltare o leggere da parte di giornalisti, notisti e commentatori parole di ammirazione per il leader politico ritenuto vincente: un personaggio apprezzato per il solo fatto che sta vincendo, lodato per aver azzeccato questa e quella mossa, per l’abilità di manovra, il coraggio, la grinta, la capacità di comunicare, tenere la scena, prevalere e prevaricare sugli altri. Pare un tentativo dissimulato di salire sul carro del vincitore; intanto forma un carro di ammiratori.

Il loro modo di giudicare vuole essere analitico, tecnico e distaccato, separato dalla valutazione di merito sull’opera del politico vincente, che magari en passant si dice di disapprovare, per poi derubricare tale valutazione a opinione personale, che adesso non c’entra. C’entra ostentare la capacità di stimare in modo oggettivo l’avversario, anche il peggiore tra gli avversari, se risulta il migliore tra i competitori, poiché la vera misura di valore politico è l’efficacia: si, forse ha fatto del male, ma ha saputo farlo proprio bene e con gran successo. L’opinione personale di merito torna poi in auge solo per criticare gli oppositori inefficaci del leader efficace, in genere, ipocriti, isterici o anime belle.

L’efficacia del personaggio è misurata sulla sua capacità di ottenere consenso e potere. Finché riesce ad aumentarlo o a mantenerlo è bravo. Dopo eventualmente diventa uno che sbaglia e non capisce più. Si tratta di un metro di tipo autoreferenziale, che può elogiare qualsiasi pifferaio magico con un po’ di talento. Se poi il tale, crei problemi o li risolva, rientra tra le opinioni irrilevanti, che non dovrebbero fare ombra alla superiore ammirazione per l’efficacia. Giudicare in modo così disimpegnato (e opportunistico) è adatto per valutare le performance di un goleador, meno quelle di un leader. Esperti e tifosi di una competizione sportiva fanno parte di un mondo a sé e considerano solo le prestazioni. Esperti e simpatizzanti di una competizione politica sono in relazione con il mondo fuori di sé; occorre, quindi, sappiano badare anche alle conseguenze e alle prospettive.

Un leader credo sia davvero efficace quando associa l’abilità di manovrare e comunicare alla capacità di avere una visione e una direzione orientata al bene comune o almeno ad un bene prevalente. Una dote superflua quando si gioca a calcio o a poker, ma necessaria quando si fa politica, dove il successo personale ha senso quando è parte della soluzione dei problemi, non parte della creazione di problemi volti a giustificare se stesso. Ci ricordiamo di un leader perché ha abolito la schiavitù, di un altro perché ha superato la grande depressione, di un altro perché ha liberato il suo paese dal colonialismo, un altro dalla segregazione razziale. Altri per avere costruito lo stato sociale, realizzato riforme che hanno migliorato le condizioni di vita di milioni di persone. Ci ricordiamo anche leader conservatori che hanno vinto per sé e per tutti. Avevano qualità tattiche e oratorie, ma non erano le più importanti. E tra gli estimatori, trovavano scrittori, giornalisti, simpatizzanti, che si assumevano la responsabilità delle proprie opinioni.

Via Giorgio Almirante a Roma nella nebbia revisionista. L’inversione a U della sindaca Virginia Raggi

Virginia Raggi intervistata da Bruno Vespa - Porta a porta 15-06-2018

Roma ha rischiato di avere una via titolata a Giorgio Almirante, perché in Campidoglio il partito dei Fratelli d’Italia, erede del MSI, lo ha proposto e la maggioranza dei 5 stelle lo ha accettato. Interpellata da Bruno Vespa, la sindaca Virginia Raggi è caduta con imbarazzo dalle nuvole, ma in prima battuta si è detta d’accordo con l’autodeterminazione sovrana del consiglio comunale. Solo il giorno dopo, in risposta alle proteste della società civile democratica, la sindaca ha promosso una mozione che vieta la titolazione delle vie e delle piazze della città a personalità compromesse con il fascismo e il razzismo. Tuttavia, la destra neofascista, per un giorno, sotto l’amministrazione a 5 stelle, si è avvicinata al suo obiettivo ancor meglio di Gianni Alemanno nel 2008, bloccato dal diniego della comunità ebraica.

Repubblica Roma

Una maggioranza incolta rivela di essere una condizione più propizia di una maggioranza di destra, per far passare titoli e targhe in omaggio al fascismo. Cosa può aver pensato un consigliere pentastellato? Che Giorgio Almirante fu una qualsiasi figura rispettabile della prima repubblica (sua era la politica del doppiopetto), il segretario di un partito storico rappresentante un pezzo di società con diritto ad una presenza simbolica tra le insegne della città, al pari di altri uomini di partito. Nel fare di ogni erba un fascio, secondo la presente visione qualunquista, oggi sono tutti ladri e corrotti, ieri tutti padri nobili, senza discriminanti di valore.

In effetti, la deriva revisionista e pacificatrice degli anni ‘80 e ‘90, influenzò pure esponenti della sinistra. Fu il segretario socialista Bettino Craxi, nel 1983, a rompere l’arco costituzionale, per voler consultare l’MSI, come ogni altro partito, nella formazione del suo primo governo. Fu il presidente della camera Luciano Violante, nel 1998, in occasione del decennale della morte di Almirante, a qualificare l’ex leader missino come un uomo che seppe condurre nell’alveo della democrazia quegli italiani che non si riconoscevano nell’Italia repubblicana del 1948, quasi fosse il Togliatti della destra. Fu il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nel 2014, in occasione del centenario della nascita del leader neofascista, ad inviare un messaggio alla signora Assunta Almirante, nel quale affermava che Giorgio Almirante è stata espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio. Con parole così, una via se la merita, ma Almirante non espresse, né praticò mai, una adesione strategica ai valori della democrazia repubblicana.

Giorgio Almirante Vittoria in Sicilia 1971

Parlano in questo senso, non solo i suoi precedenti alla liberazione: l’adesione attiva al manifesto e alla rivista In difesa della razza, il suo operato nella RSI, che condanna a morte i renitenti alla leva, ma pure i suoi conseguenti nell’Italia repubblicana: l’apologia del fascismo; il rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato a seguito della strage di Peteano a cui ha potuto sottrarsi grazie all’immunità parlamentare, la contiguità con gli ambienti dell’eversione nera e della P2; la solidarietà con il golpe in Cile di Pinochet; il suo ispirarsi ai regimi dei colonnelli in Grecia, di Franco in Spagna e Salazar in Portogallo; le sue parole offensive contro la Resistenza, ancora due anni prima della morte nel 1986, al teatro lirico di Milano. Il tutto assorbito in una lettura indifferenziata dei conflitti politici e sociali della storia d’Italia.

Dalla miscela di revisionismo e qualunquismo può emergere il grezzo partito pigliatutto di Luigi Di Maio, che cita Berlinguer e Almirante, oltre a tutta la DC, come riferimenti storici, per il pantheon del suo movimento. Nel M5S, in effetti, convivono gli eredi di tutti, ma comporre un pantheon, con dei leader storici, significa individuare un senso che li unisce e questo senso, per adesso, è solo l’essere né carne, né pesce, persino rispetto ai fondamenti della repubblica democratica. Alcuni leader hanno fatto dei danni, altri no; alcuni hanno avuto significato oltre i confini del proprio partito, per via del loro pensiero, della loro opera, altri no. Così, il solo criterio della spartizione è inadatto a comporre il pantheon di un grande movimento come pure la toponomastica di una grande città.

Per contrastare i trafficanti in modo civile, liberalizziamo le migrazioni dei poveri

Rifugiati in Europa ogni mille abitanti

Il governo italiano ha mostrato un difetto di civiltà e di umanità, nel chiudere i porti ad una nave di soccorso volontario, operante nel Mediterraneo, carica di migranti naufraghi, tra cui minori, bambini, donne e donne incinta; 639 persone che hanno sofferto dure condizioni di detenzione in Libia, lo shock e la disidratazione per il viaggio ed il naufragio, obbligate dalle nostre autorità ad una prolungata e non necessaria permanenza in mare, su una barca capiente per cinquecento passeggeri, in condizioni di maltempo.

Il governo italiano ha, inoltre, mostrato un difetto di dignità, nel pretendere che a farsi carico dei naufraghi migranti fosse Malta, un’isola di 316 kmq e mezzo milione di abitanti, che già ospita 18 rifugiati ogni mille abitanti, contro i due per mille dell’Italia. Il nostro paese, uno dei più grandi e importanti d’Europa, membro del G7, ha intrapreso un braccio di ferro con una piccola isola. Poi, ha cantato vittoria per il gesto di saggezza umanitaria compiuto dal nuovo governo socialista spagnolo disponibile ad accogliere la nave dei migranti a Valencia, un porto distante quattro giorni di viaggio, per 1500 km dalla posizione della nave, contro i 40 km di distanza dal porto di Messina. Una sofferenza inutile per i migranti, accompagnati da due navi della marina italiana; uno spreco di risorse a scapito di altri naufraghi che, nel frattempo, avrebbero potuto essere salvati da questi mezzi.

Malta Valencia

Nonostante l’assurdità della situazione e la mancanza di umanità e dignità del governo italiano, la sua mossa di chiusura può far leva sui sentimenti irrazionali che pervadono parte dell’opinione pubblica: l’avversione e la paura nei confronti dei migranti percepiti come invasori di un paese in crisi, lasciato solo dall’Europa. In realtà, proprio in questi anni di crisi, senza riceverne particolare danno, l’Italia ha fronteggiato la pressione migratoria dal Mediterraneo, intensificatasi dopo l’abbattimento del regime di Gheddafi; ha salvato molte vite umane con la sua marina militare ed è stata aiutata in modo indiretto dall’Europa, mediante aiuti economici e la sottrazione delle spese di gestione dai vincoli di bilancio, ragion per cui, ciò che si risparmierebbe sui migranti, non potrebbe essere speso altrimenti, perché verrebbero a mancare le coperture.

La questione è culturale: la convivenza con la diversità; non economica e materiale: le spese sono sostenibili ed i migranti, risorsa economica, si ripagano da sé, anche con gli interessi e suppliscono al nostro declino demografico. Redistribuire l’impatto dei flussi migratori vuol dire così redistribuire il peso della convivenza culturale. Le migrazioni sono un fenomeno globale ed epocale a cominciare dal dopoguerra. Oggi i flussi investono l’Italia e altri paesi costieri; in passato hanno investito gli altri grandi paesi europei, che continuano ad avere più immigrati di noi, compresa la Spagna, senza che l’Italia contribuisse alla redistribuzione. Anzi, ha contribuito, e ancora contribuisce, all’emigrazione. Su questo fronte, davvero, il vittimismo italiano è poco onorevole. Tuttavia, è sensato e lungimirante, immaginare da ora in poi una gestione europea dei flussi migratori, per alleviare l’impatto su ogni singolo paese. Peccato che il nostro governo si stia alleando in Europa, proprio con gli stati, tipo quelli dell’est, i quali preferiscono che ciascuno si faccia il suo recinto di filo spinato. Perché questo, nell’immediato, è ciò che dà soddisfazione alla xenofobia.

L’ostilità verso i migranti si ammanta di una retorica nobilitante. Contrastare l’immigrazione sarebbe rifiutare la deportazione degli schiavi, lo sfruttamento dei capitalisti, il traffico degli scafisti, e un vago e imprecisato business. Ma, per salvarli da trafficanti e sfruttatori, non occorre lasciare affogare i migranti in mare, farli morire nel deserto, imprigionarli negli hotspot, basta condividere con loro libertà, tutele e diritti: permettergli di raggiungerci con gli aerei e le navi che prenderemmo noi per andare in un altro paese; registrare e regolarizzare gli arrivi, concedere visti, permessi di soggiorno, di uno o due anni, per cercare un lavoro regolare, e aprire alla cittadinanza. Le migliaia di euro oggi investite in viaggi clandestini, lunghi e pericolosi, potrebbero tenerseli per contribuire a mantenersi nei primo anno. Si può proporre come requisito, che giungano con la disponibilità di una certa cifra, cinque, diecimila euro.

Queste persone, potrebbero così decidere di tornare indietro se non riescono ad inserirsi, mentre oggi si trattengono in ogni caso, per la paura di non poter eventualmente ritornare. E potrebbero anche circolare per l’Europa e trasferirsi in altri paesi. Il pretesto con cui la Francia e l’Austria li respingono alle frontiere è che non sono con certezza identificabili. Ma in un sistema di libera circolazione, non occorre nascondere l’identità per il timore di essere rimpatriati. Questo sistema, se siamo in vena di forzature e atti unilaterali, possiamo iniziare a praticarlo noi. È più umano, civile e dignitoso, che prendere in ostaggio i naufraghi migranti e giocare a poker sulla loro pelle. Se permettessimo una libera migrazione legale, avremmo la legittimità morale di contrastare l’immigrazione davvero clandestina. Una legittimità morale che oggi non abbiamo.

Il governo delle culture ostili

Governo Conte

Di fronte al governo giallo-verde (o giallo-blu) provo un filo di curiosità. È un governo nuovo, con una formula politica inedita, l’alleanza Lega-M5S, un personale politico quasi del tutto sconosciuto, un presidente del consiglio passato dall’anonimato alla guida del governo, un programma, chiamato contratto, con propositi di cambiamento su questioni importanti: l’Europa, l’immigrazione, il sistema fiscale, le pensioni e il reddito di cittadinanza. Fa tornare la voglia di dare una sfogliata ai giornali.

Naturalmente, provo anche qualche gomitolo di preoccupazione, per le culture ostili che animano i due nuovi partiti di governo: xenofoba la Lega, qualunquista il M5S, nazionalisti e sessisti entrambi. Nell’insieme culture di destra, che in Europa s’incontrano con le forze avverse al liberalismo, al socialismo, alla convivenza delle differenze. In queste culture, affiorano venature di sinistra, quando tali forze rappresentano la parte debole in un conflitto: i debitori vs i creditori, la nazione vs la globalizzazione, il piccolo imprenditore vs la grande multinazionale, il precario vs il garantito, ma la pratica a cui poi si affidano rimane la guerra tra poveri e la prospettiva che indicano è la chiusura. L’idea di ritrovarsi circondati dal filo spinato è inquietante.

Il contrasto degli obiettivi dichiarati nel cosiddetto contratto è un’ulteriore motivo per incuriosirsi e preoccuparsi. La flat tax, che appiattisce le aliquote contro il principio di progressività fiscale, riduce il contributo dei ricchi e le entrate dello stato; invece il reddito di cittadinanza o altra forma di sostegno alla disoccupazione, e l’abolizione o correzione della legge Fornero, dovrebbero aumentare le risorse per i poveri, quindi le spese dello stato. La contraddizione si può risolvere nella rinuncia ad uno dei due obiettivi o nella spesa in deficit a danno delle generazioni future e al costo di un conflitto con l’Europa, che può finire come la capitolazione greca o con un salto nel buio di qualche piano B. La vecchia scommessa, per la quale la riduzione delle tasse aumenterebbe investimenti e consumi, quindi sviluppo e ricchezza, non ha avuto finora molte conferme e forse sarebbe il caso di risparmiarci questo ulteriore tentativo.

Con ciò, penso possiamo essere vigili, senza alimentare una spirale della paura, nella quale ci allarmiamo per una politica allarmista e ci eccitiamo per una politica eccitata. Siamo sopravvissuti ai governi di Berlusconi, Bossi e Fini, che per cultura, personale politico, potere mediatico, intrecci oscuri, erano peggio di questo. Migliori sono stati forse i governi centrati sul PD, però sempre interni al ciclo lungo del liberismo e del monetarismo, con un margine di temperamento sempre più debole e rinunciatario o persino attivamente subalterno. È significativo che i democratici abbiano rinunciato a svolgere un ruolo per impedire la formazione di un governo Lega-M5S. La componente renziana ha persino tifato per questo esito, con l’idea di puntare sulla politica dei popcorn, una linea di opposizione che spera di assistere al fallimento del governo e, per riflesso automatico, di prendersi la rivincita. Una posizione irresponsabile, eppure apertamente ostentata, troppo prevedibile nella sua puerilità, tale da smorzare sul nascere qualsiasi curiosità. Ma una opposizione per vigilare è necessaria.

Madri e padri non sono equiparabili come non lo sono la fecondazione eterologa e l’utero in affitto

Le due mamme di Torino

Registrare all’anagrafe comunale un bambino come «figlio di due madri» – la prima senza bisogno di aggettivi, colei che ha partorito, la seconda eletta dalla prima – può avere un senso ed essere giusto. È però sbagliato farne un precedente equiparabile alla registrazione di un bambino come figlio di «due padri». Perché madri e padri hanno un peso molto diverso nella riproduzione ed una relazione differente con la filiazione.

I padri non fanno bambini. La relazione paterna inizia solo dopo la nascita, spesso molto dopo. La relazione materna inizia fin dal concepimento. Ciascuno di noi è nato nella relazione materna ed è stato tessuto e nutrito dal corpo della madre, prima e principale figura di attaccamento. Una madre, non ha bisogno di alcun riconoscimento, di alcuna prova. È tale per evidenza: è gravida e partorisce. Il padre ha bisogno di essere indicato come tale dalla madre o dalla prova del DNA, che però non forma una relazione. Dunque, non si può essere padri contro le madri o cancellandole.

La coppia formata da due donne include la madre e, come nel caso di Torino, ha avuto il figlio mediante una pratica lecita: la fecondazione eterologa. La coppia formata da due uomini invece esclude la madre e, come nel caso di Roma, ha avuto il figlio mediante una pratica illegale in Italia: l’utero in affitto. Quindi, la registrazione anagrafica del figlio delle «due madri» può essere vista come una formalità, quella del figlio dei «due padri» invece costituisce una sanatoria. Come la costituirebbe la registrazione del figlio di una coppia eterosessuale, ottenuto all’estero da una gpa commerciale.

Allora, la situazione dei «due padri», o di due genitori committenti di una maternità surrogata, occorre sia affrontata e risolta, non da un automatismo amministrativo, ma dalla valutazione di un giudice, il quale dovrà misurare l’interesse del bambino, nel caso specifico, in rapporto all’attaccamento già maturato con i genitori committenti ed anche e, forse soprattutto, alla separazione da sua madre.

Nel caso il giudice valuti l’opportunità di sanare e conferire la genitorialità giuridica ai due genitori committenti, credo debbano essere salvaguardate almeno due condizioni. Che sia nominata la madre nella trascrizione dell’atto di nascita e che sia esplicitato nella sentenza, che il bambino è stato avuto dai due genitori giuridici con un aggiramento della legge italiana, mediante una pratica che, secondo il pronunciamento della Corte Costituzionale, mina nel profondo le relazioni umane e lede in modo intollerabile la dignità femminile.