Il voto di fiducia sulla legge elettorale

Mattarella-Boldrini

L’opposizione si fa al governo, al presidente del consiglio, alla coalizione di maggioranza, non al parlamento ed alla sua presidente. Mi dispiace molto perciò vedere Maurizio Acerbo, il nuovo segretario di Rifondazione comunista, fare confusione tra i due piani ed imitare i 5 stelle nel prendere di mira la terza carica dello stato, Laura Boldrini e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con tanto di maxi-foto e rilanci vari, per protestare contro il voto di fiducia sulla legge elettorale; una scelta, quella di porre la fiducia, che è responsabilità del PD e del governo e contro la quale la presidente della camera non ha il potere di opporsi, perché l’incostituzionalità della procedura, denunciata da una parte delle opposizioni, è solo presunta, solo una questione di interpretazione.

Con la fiducia è stata approvata la legge truffa del 1953 e l’Italicum del 2015. L’Italicum è stato modificato dalla Corte Costituzionale, ma non giudicato incostituzionale per il modo in cui è stato approvato e nessun tentativo è stato fatto per provare ad interpellare la Corte su questo punto.

Secondo una parte delle opposizioni, il voto di fiducia posto sulla legge elettorale viola l’art. 72 della Costituzione, che vuole per le leggi in materia costituzionale, elettorale e di delegazione legislativa, sia sempre rispettata la procedura normale di esame e di approvazione diretta della Camera. Questa procedura consiste nel fatto che ogni disegno di legge sia esaminato articolo per articolo, prima in commissione, poi in aula. Ma la procedura normale non esclude esplicitamente il voto di fiducia. La fiducia posta dal governo è su tre articoli, da votare uno per volta. Dunque, la forma è salva.

Sul piano politico, se ne può dire tutto il male possibile, e lo dico, perché il voto di fiducia fa della legge elettorale una questione del governo, contro questa o quella minoranza, ma per questa scelta autoritaria, bisogna prendersela con i responsabili, non con la presidente della camera, che non può improvvisarsi capo dell’opposizione.


Aggiornamento:
[^] Perché non potevo negare il voto di fiducia – Laura Boldrini, il manifesto 13.10.2017

Sesso facoltativo nel censimento GB

Uomini-Donne-Gran Bretagna

Nel nuovo censimento britannico, previsto per il 2021, non sarà più obbligatorio barrare la casella «maschio» o «femmina», per rispettare la sensibilità delle persone transgender. Il proposito di non discriminare, creare disagio, sofferenza alle persone transessuali, anche nella compilazione di un questionario, è un’intenzione civile e giusta. La questione, in Gran Bretagna, è la soluzione trovata, che comunica un messaggio di irrilevanza riguardo l’essere maschi o femmine. Una scorciatoia politicamente corretta. che può stare bene agli uomini, i quali storicamente trascendono la parzialità del loro sesso in un neutro universale; e che però fa problema alle donne, cancellate sul piano simbolico, come dice la protesta della scrittrice femminista Germaine Greer.

La cancellazione delle donne comporta anche un danno molto pratico. Per esempio, nella medicina i farmaci sono sempre stati testati in maniera neutra, quindi basati sulla fisiologia maschile arbitrariamente ritenuta valida anche per quella femminile: le patologie femminili sono state ignorate come elemento di studio o curate con modalità inadatte alla fisiologia femminile. La scienza medica ha potuto accorgersi dell’errore solo quando ha raccolto dati statistici differenziati per sesso. Così è per i bilanci pubblici, le retribuzioni, le assicurazioni, l’organizzazione del lavoro ed ogni ambito della società.

E’ vero che le persone trans sono una piccola minoranza e tutti gli altri, se lo vorranno, potranno specificare il sesso. Tuttavia, io, come molti altri, di un questionario compilo il minimo indispensabile. Le domande che non richiedono una risposta obbligatoria non le leggo neppure, perché penso che quelle domande non siano davvero importanti per chi mi propone il questionario. Il sesso è davvero importante o no? La risposta ha il suo effetto simbolico, presiede, informa, condiziona, influenza, tutte le situazioni sociali. Una società che neutralizza la differenza funziona in un certo modo, una società che la riconosce e la valorizza funziona in un altro.

La presentazione di Chakra sulla gpa

Chakra

Riguardo la presentazione della seconda putanta di Chakra, dedicata alla gpa, occorre precisare alcune cose.

1) La domanda iniziale della presentazione è mal posta. «E’ giusto avere un figlio passando per il corpo di un’altra persona?» La madre non è un “corpo di passaggio” di qualcosa esistente già prima. E’ la creatrice del figlio. Quindi: «E’ giusto avere un figlio da un’altra donna, chiedendole di pianificare la rottura della relazione materna?»

2) Luisa Muraro non è una praticante della contrapposizione. Il titolo del suo libro è «L’anima del corpo», il sottotitolo voluto dall’editore è «Contro l’utero in affitto». Nella prima pagina del libro è possibile leggere da parte dell’autrice:

Per chiarezza, c’è un “contro” nel titolo, ma l’autrice di questo libro non si contrappone a persone che la pensano diversamente, specialmente se donne. Con le donne mi confronto di preferenza, tanto più su questi temi in cui ne va dei loro (nostri) desideri, corpi e libertà. Alle contrapposizioni ed agli schieramenti, preferisco la lettura dell’esperienza, la ricerca di argomenti e, se necessario, il conflitto.

3) Nichi Vendola ha ampiamente parlato della sua vicenda. E’ stato, ed è tuttora, a tutti gli effetti, il principale sponsor, il testimonial italiano della gpa. Alla chiave di ricerca “Nichi Vendola e figlio” corrispondono su Google molte pagine di link. Le prime sono di dichiarazioni sue, fonti amiche, che trattano della nascita, del battesimo, della vita con il figlio. E stasera è in televisione.

4) Nel testo di presentazione della trasmissione non è spiegato il motivo del rifiuto di Luisa Muraro a parteciparvi. Si rimanda solo all’articolo sul sito della Libreria. Pare, nella presentazione, si tratti di semplice riluttanza a confrontarsi con chi la pensa diversamente, ma il problema di Vendola non sono le sue idee in materia di gpa, ma il suo comportamento di uomo e di uomo pubblico:

Lui è un uomo politico ed è andato all’estero per aggirare la legge italiana, ha agito in contrasto con l’orientamento raccomandato dall’Europa e si è presentato all’opinione pubblica ignaro di essere nel torto anche verso l’ordine simbolico materno. Ha fatto della madre un mezzo per soddisfare un suo desiderio, che in sé era degno, ma non a queste condizioni.


Aggiornamento:
[^] Con Nichi Vendola, no – Luisa Muraro 29-09.2017
[^] Le nuove maternità – Chakra 7.10.2017
[^] Lettera aperta alla presidente Monica Maggioni – Facebook 10.10.2017
[^] Replica di Michela Murgia alle critiche – Facebook 11.10.2017
[^] Replica di Arcilesbica nazionale a Michela Murgia – 12.10.2017
[^] Cara Murgia la Gpa è un mercato come quello delle aspirapolvere che tu descrivi nel tuo libro – Daniela Danna 13.10.2017

Istat, violenza, italiani e stranieri

Difendila-720

Secondo l’Istat, gli stupri subiti dalle donne italiane sono stati commessi da italiani in oltre l’80% dei casi (81,6%), da autori stranieri in circa il 15% dei casi (15,1%). Ma, gli stranieri sono l’8,3% della popolazione. Se l’autore della violenza o della tentata violenza è straniero, le donne italiane denunciano di più. La somma dei dati non dà 100: forse, mancano dei dati; forse, vi sono alcune denunce di vittime italiane per le quali non è stato possibile identificare la nazionalità dell’aggressore; forse, alcune vittime straniere hanno denunciato più di una aggressione.

Va ricordato che i dati Istat sono rielaborazioni dei dati del ministero dell’interno e che questi ultimi sono dati relativi alle denunce. Secondo l’Istat, le denunce sono solo il 7% delle violenze. Perciò, a parere di Marzio Barbagli e di Laura Linda Sabbadini questi dati sono insufficienti per poter dire che gli stranieri violentano più degli italiani. E’ probabile che anche le straniere non denuncino parenti e amici, anche se, secondo Linda Laura Sabbadini, le straniere denunciano più delle italiane.

Sulla violenza, il confronto reale da tener presente, l’unico sul quale occorre concentrarsi, è quello tra uomini e donne. Il confronto tra italiani e stranieri è imposto dalla xenofobia, che usa pesantemente il tema della violenza sulle donne per criminalizzare gli stranieri, facendo leva sul pregiudizio facile. Così, per contenere la xenofobia, c’è da fare un lavoro su dati e proporzioni.

Si può capire la donna che prova maggior disagio, fastidio, paura, rabbia, quando l’attenzione molesta arriva da uno straniero. È un vissuto non giudicabile; anch’io, in situazioni negative preferisco, del tutto irrazionalmente, avere a che fare con italiani. Penso invece si entri nel pregiudizio, quando la molestia o qualsiasi altro comportamento negativo è spiegato come espressione della cultura di provenienza dello straniero.

Se diciamo che gli stranieri delinquono di più, in particolare verso le donne, e lo fanno perché predisposti culturalmente, in cosa si distingue la nostra lettura da quella della destra xenofoba? E quali diverse conseguenze possiamo trarre? Finiamo come il Minniti imitato da Crozza: la differenza è che a noi la xenofobia “ci dispiace”; e la sfida dei prossimi anni, sarà “farci passare il dispiacere”.

Il pregiudizio negativo nei confronti degli stranieri è anche mio. Anch’io tendo a credere che si comportino peggio e do credito alle testimonianze. Solo che le analisi della realtà, intese come studi, ricerche, statistiche, non confermano questa ipotesi o mostrano di non avere dati sufficienti per poterla confermare.

Un dato possiamo conoscerlo tutti: gli stranieri in Italia sono passati dai 300 mila del 1990, al milione e trecentomila del 2002, ai 5 milioni del 2017. Per lo stesso arco di tempo, il ministero degli interni, quello della giustizia, l’Istat e altri istituti di ricerca non dicono che i reati sono aumentati in misura proporzionale all’aumento degli stranieri. Anzi, non sono proprio aumentati, alcuni, i più efferati, compresi gli stupri, sono persino diminuiti. Dunque, per quanto ne sappiamo, vero e verosimile non coincidono.

Tuttavia, stranieri che si comportano male esistono. Ciò ha una spiegazione culturale? Penso di no. Oppure si, ma paradossalmente in senso contrario a quel che si tende a credere. Non sono uomini arretrati, sono uomini moderni, che pensano di incontrare finalmente donne moderne, cioé libere, disinibite e disponibili, come quelle che compaiono nelle gigantesche diapositive pubblicitarie della stazione centrale di Milano, dove si concentrano molti migranti.

L’uomo patriarcale era più rispettoso verso le donne dell’uomo postpatriarcale. Il primo viveva in un ordine che dava regole e limiti, il secondo vive in un disordine che dà solo licenze. Gli uomini neri che molestano, per cultura, sono poco simili agli uomini della loro tribù, sono più simili ai nostri clienti della prostituzione, ai nostri utenti del porno, ai nostri turisti sessuali. Più simili a quei programmatori che simbolizzano la donna nei sex robot e in quei visitatori che per eccitazione i sex robot li distruggono.

Sono giovani, più intraprendenti di noi nel bene e nel male. Sono soli, senza opportunità di socializzazione (circoli, palestre, piscine, sale da ballo, discoteche, scuole, università, associazioni, compagnie di amici), quindi si affidano di più all’approccio volante o ad un’attenzione molto segnaletica. Nella solitudine, non sono sotto il controllo di parenti, amici, conoscenti, non hanno il problema ambientale di proteggere la propria reputazione personale dallo sguardo dell’altro ed anche il proprio sguardo interiore chiude un occhio.

Date queste condizioni, la risposta più efficace non può che andare nel senso di favorire una maggiore inclusione. Il contrario di quel che suggerisce il riflesso condizionato xenofobo.

L’anticomunismo del teologo democratico

L'armata rossa a Berlino 1945

Invece di un rozzo opinionista di destra, stavolta ad equiparare comunismo e fascismo c’è un intellettuale cattolico democratico, Vito Mancuso, un teologo, allievo di Carlo Maria Martini. Ne sono sorpreso. Forse, la distanza della storia e l’immediatezza di facebook inducono alla memoria sintetica. Secondo il teologo, il divieto della propaganda fascista implica quello della propaganda comunista, perché la violenza è l’essenza dei due movimenti; la distinzione nel comunismo tra ideale e reale, lui la respinge – e qui si sente marxista – perché la verità è nel reale.

Sul piano pratico, trovo la proposta difficile da applicare e giustificare. Si tratterebbe, immagino, di vietare il saluto a pugno chiuso, lo sventolio della bandiera rossa, il canto rivoluzionario, la campagna elettorale di Rifondazione, la divulgazione delle opere di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, gli scritti, i discorsi, le interviste di Togliatti, Longo, Berlinguer, Amendola, Ingrao; la pubblicazione del Manifesto; la manifestazione dell’idea di abolire la proprietà privata e di mettere i beni in comune. Il professore non è entrato nei dettagli. Il reato di apologia del fascismo è collegato al divieto costituzionale di ricostituire il partito fascista. Un reato di apologia del comunismo a cosa potrebbe collegarsi? Il PCI si è sciolto di sua volontà nel 1991. Bisogna vietarne la ricostituzione nel 2017? E perché mai?

Rifiutare in assoluto la violenza, sul piano teorico, per me è insensato. La rifiuto in un ordinamento pacifico e democratico e la considero una scelta possibile nel contesto di un ordinamento censitario, una dittatura oppressiva, un’invasione straniera. Così, distinguo la violenza delle Brigate rosse da quella delle brigate partigiane. So giudicare la violenza solo in relazione alla sua motivazione. Nel fascismo, la violenza è funzione del nazionalismo, del razzismo, della supremazia di un capo e di un partito; una esaltante dimostrazione di forza che ha valore in sé. Nel comunismo, è una reazione alla violenza delle classi dominanti, una necessità dettata dalla preclusione di vie più pacifiche e democratiche; un mezzo; in sé non ha valore e non forgia un’identità.

Sul piano storico, il fascismo è andato al potere con il consenso delle classi dirigenti. La violenza l’ha usata per schiacciare le opposizioni alle classi dirigenti: le organizzazioni del movimento operaio. Il comunismo è andato al potere contro le vecchie classi dirigenti aristocratiche, borghesi, contro le potenze coloniali; ha dovuto superare uno scontro mortale, che ha finito per produrre la militarizzazione e la deformazione del suo esperimento. Il fascismo ha abolito le libertà dello stato liberale. Il comunismo non aveva da abolire le libertà dello zarismo. Il fascismo era contro le libertà formali. Il comunismo le considerava insufficienti, per la liberazione dell’essere umano e non si preoccupava di negarne la promozione per realizzare l’uguaglianza. Il fascismo fu nemico della libertà. Il comunismo ne sottovalutò l’importanza.

La distinzione nel comunismo tra ideale e reale è schematica, ma aiuta a cogliere la contraddizione tra mezzi e fini, presente nel comunismo e per molti aspetti anche nel liberalismo e nel cristianesimo. Invece, del tutto assente nel nazifascismo. Si tratta di una contraddizione importante, perché consente di sottoporre a critica le proprie realizzazioni dal punto di vista del proprio pensiero. Per oppormi allo stalinismo, non ho bisogno di attingere al liberalismo; il comunismo mi dà già gli strumenti per poterlo fare. La prima critica radicale all’impianto sovietico, proposto dal Che fare di Lenin, viene dalla comunista Rosa Luxemburg e dal comunista Leon Trockij. Peraltro, i comunisti si sentivano eredi e continuatori dei liberali della rivoluzione francese, che abbatterono con violenza l’ancien regime, l’atto fondativo della storia e società contemporanea.

Anche gli ideali influenzano la storia. Ma cos’è la storia (concreta)? Riguarda solo la dimensione del potere, per cui si entra nella storia quando si conquista il potere e se ne esce quando lo si perde e tutta la storia è solo la gestione di quel potere? Con questo criterio è impossibile valutare il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo e tutto ciò che è diverso dalla forma di un potere costituito. Il comunismo è stato in alcune parti del mondo un insieme di regimi, in altre è stato un movimento politico e sociale che ha agito, concretamente, nell’alleanza antifascista della seconda guerra mondiale, nelle guerre di liberazione, nella decolonizzazione, nelle terre, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle istituzioni democratiche. Tutto l’insieme è concreta realizzazione storica. È storia l’operaio che non s’inchina più davanti al padrone, perché nel divenire comunista ha realizzato la sua dignità.

Vi sono stati autoritarismi e dittature, nell’Europa meridionale, in America latina, in Indonesia, nell’Iran fondamentalista, che per potersi affermare, hanno dovuto sbarazzarsi di quella storia concreta ed eliminare fisicamente centinaia di migliaia di comunisti. Tante vittime dello stalinismo e del maoismo furono comuniste. In tanta parte del mondo, il comunismo, a differenza del fascismo, è stato un concorrente morale del cristianesimo. Si può capire la tentazione di alcuni cattolici di far fuori la concorrenza con un’equiparazione scorretta. Eppure rimane significativa la distinzione fatta da un cattolico conservatore molto importante: papa Woityla: il nazifascismo fu un male assoluto, il comunismo, un male necessario.

Le analogie sulla violenza e l’autoritarismo si possono fare. La citazione di Ernesto Balducci, che scriveva sull’Unità, organo del partito comunista italiano, permette di farne anche con la storia della chiesa cattolica (i templari, le crociate) e la storia degli stati liberali (il colonialismo, l’imperialismo); con la nostra stessa vicenda contemporanea. Persino il professor Mancuso, che rifiuta in assoluto la violenza, accetta la violenza (per lui necessaria) delle politiche di contrasto alle migrazioni, perché teme una violenza più grande (o a lui più prossima), la violenza della paura xenofoba, quindi il fascismo (non il comunismo). Il rifiuto assoluto della violenza può tradursi nel rifiuto di tutta la storia degli uomini, intesi come maschi – la violenza è sempre stata maschile – almeno dal principio del patriarcato. C’è più essenza in quell’origine, che in questa o quella ideologia, questa o quella religione, perché insieme condividono, in tutto o in parte, quello stesso principio originario.


Riferimenti:
I post di Vito Mancuso sul comunismo [1] [2] [3] [4] [5] [6]
I post di Vito Mancuso sui migranti [1] [2]

Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017

Il calo degli sbarchi e la «svolta ignorata»

Numero di sbarchi in Italia nei primi sei mesi del 2015-2016-2017 - www.iom.int

Il Corriere della Sera riferisce di una svolta ignorata: ad agosto meno migranti sono sbarcati in Sicilia. Merito dei mafiosi libici che non aiutano più gli scafisti e della guardia costiera libica rinforzata dall’Italia. Il trasbordo reso più difficile avrebbe fatto diminuire pure i migranti giunti sulla costa nordafricana, quindi quelli stipati nei centri di detenzione libici. Perché la svolta è ignorata? Perché manca l’onestà intellettuale di riconoscere che le disposizioni governative («fasciste») sono riuscite a ridurre il flusso migratorio e la catastrofe umanitaria. Nel’’800 fu necessaria la guerra contro i negrieri per abolire la schiavitù, oggi è necessaria una guerra contro gli scafisti.

Il calo degli sbarchi è una buona notizia per il governo; può esibirla all’opposizione xenofoba. Più complicato il confronto con la critica umanitaria: la diminuzione degli arrivi è una buona notizia se meno esseri umani hanno bisogno di emigrare. Se invece il calo dipende dagli ostacoli opposti alle rotte, allora più della svolta, ignoriamo la sorte dei migranti mai arrivati: quanti morti in mare; quanti nel deserto; quanti costretti nei centri di detenzione libici; quanti imprigionati ai confini di zone invivibili; quanti diretti verso la Spagna, dove sono quadruplicati gli arrivi, o la Grecia?

Voler sigillare i confini di Libia, Ciad e Niger, può arginare i migranti, ma non risolve le cause emigratorie dei paesi poveri: guerra, diritti umani violati, carestie, incremento demografico, mutamento climatico. E neppure le cause immigratorie dei paesi ricchi: declino demografico, economia sommersa, rapporti coloniali. Quindi, la pressione migratoria insisterà per travolgere o, più probabile, per aggirare le barriere. I migranti sono ceto medio nei paesi d’origine, tanti, ma non abbastanza per essere masse di invasori; persone che per necessità o desiderio, vogliono emigrare, non schiavi rapiti e deportati. Se la guerra ai negrieri servì nell’800 per liberare gli schiavi in Europa e in America, la guerra agli scafisti serve oggi per imprigionare i migranti in Africa e in Asia, poiché per vie legali siamo indisponibili a farli venire.

Ne risulta una guerra ambigua: scafista, mafioso, miliziano, guardacoste libico possono essere gli stessi individui che, secondo la migliore offerta, favoriscono il trasbordo oppure, con gli stessi metodi violenti, lo impediscono. In un caso li combattiamo, nell’altro li paghiamo e addestriamo. Così facciamo con i regimi autoritari con cui stringiamo accordi. La preoccupazione europea che i migranti trattenuti siano ben trattati è una copertura verbale. Insieme, con i soldi e le armi, la non ingerenza fa parte dei patti. Aggravare i rischi delle traversate migratorie a scopo dissuasivo, con la scusa azzardata di voler ridurre il danno umanitario è un calcolo molto spregiudicato, che aggiunge ai nostri indicatori in declino quello morale. Questa è la vera svolta ignorata.


Riferimenti:
[^] Documento integrale del vertice di Parigi – HuffPost, 27.08.2017
[^] La guardia costiera libica non esiste – Il Post, 26.08.2017
[^] Migranti, in 7 mesi quadruplicati gli arrivi in Spagna – Sole24Ore, 11.08.2017
[^] Perché gli sbarchi sono diminuiti? – Il Post, 10.08.2017
[^] E se aprissimo tutte le frontiere del mondo? – The Economist, 20.07.2017