Pionieri del web nostalgici del patriarcato

Le battaglie di civiltà competono a tutte le persone civili, qualunque posizione occupino, anche se i tutori del far west vogliono negare l’autorizzazione

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Navigo in rete dal 1998; mi diverte, mi consente di accedere a molte fonti, scrivere, esprimermi, partecipare. Tuttavia, ho sempre vissuto con disagio, rabbia e sofferenza le manifestazioni di inciviltà virtuale, forme di violenza psicologica dagli effetti censori ed escludenti, quando non pericolosi per la salute psicofisica delle persone colpite. Spesso si tratta di violenza sessista. Nel confrontarmi con le donne nei forum e nei social network, ho imparato a farne una questione politica. Perciò condivido la lotta di Laura Boldrini su questo fronte; l’appello contro le bufale, la richiesta a facebook di aprire un ufficio operativo in Italia, di assumersi la responsabilità dell’odio che permette di divulgare in dimensioni universali, di porre un limite.

Comprendo il dissenso, specie se accompagnato da suggerimenti e idee migliori, ma trovo del tutto inconsistente il tentativo di delegittimare la presidente della camera condotto dall’alto di una cattedra immaginaria. L’iniziativa di Laura Boldrini, coerente con la sua biografia, può non essere espressamente contemplata dalla carica istituzionale che ricopre, ma non è in contraddizione e non invade alcun campo, poiché al momento nessuno se ne occupa. C’è anzi da essere grati per il suo intervento. Le battaglie di civiltà competono ad ogni persona civile, qualunque posizione occupi. I tutori del far west, che pure si nascondono dietro la «complessità» e la «libertà d’espressione», non sono d’accordo, pretendono di negare l’autorizzazione, e soprattutto nulla propongono.

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Tra di essi, ho presente Massimo Mantellini, poiché scrive sul Post di Luca Sofri. In un suo precedente articolo si era fatto notare per un titolo molto poco degno, nel quale equiparava Laura Boldrini a coloro che le rivolgevano offese vergognose, per chiedere l’allontanamento di entrambi dalla rete. Nell’ultimo, ha avuto una pensata più interessante e rivelatrice: ha titolato «Laura Boldrini non è mio padre». Il titolo gioca sulla complicità di una evidenza inconfutabile. Laura Boldrini è una donna, può essere madre, lo è, impossibile sia padre. Il padre è (o meglio, vorrebbe ancora essere) il simbolo dell’autorità. Ergo una donna non può essere l’autorità. Non le compete. Se accede al potere, che almeno stia rigorosamente nei suoi limiti, sia invisibile e non approfitti della sua eccezionalità.

Vedo poco il pioniere virtuale e molto il nostalgico patriarcale; le due cose in fondo vanno d’accordo dato lo stereotipo che vuole la tecnologia, l’autorità, la sfera pubblica, come cose da uomini (lei non conosce, lei non capisce). Il padre, figura spesso assente, talvolta delinquente, è dello stesso sesso di Mantellini, di Zuckerberg, del direttore di Libero, delle camerate maschili che occupano governi, consigli d’amministrazione e redazioni, degli odiatori del web. Laura Boldrini è dello stesso sesso di Tiziana Cantone, delle tante ragazze umiliate nei gruppi misogini, di Arianna Drago censurata da facebook per aver denunciato quei gruppi, di Hillary Clinton sommersa dalle menzogne diffamatrici dei gruppi repubblicani di sostegno a Trump, di Jo Cox la deputata laburista messa alla gogna sul web e uccisa da uno squilibrato di estrema destra. La differenza sessuale mostra gli interessi e le competenze: l’impegno di Laura Boldrini contro l’odio e la violenza in rete e l’impegno dei Massimo Mantellini contro Laura Boldrini.

La patata bollente di Libero il sessismo del giornalismo spazzatura

Vittorio Feltri usa il maschilismo contro Virginia Raggi, ma le donne democratiche non restano indifferenti

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Libero è un giornale che riesce a far parlare di sé attraverso prime pagine odiose o scandalose. Oggi ha ripetuto l’impresa con una foto di Virginia Raggi e un doppio senso: «Patata bollente», che fa da titolo alla prima pagina e all’editoriale di Vittorio Feltri, un volgare sproloquio. Formarsi una cattiva reputazione, serve a darsi e farsi dare una licenza di comportamento, della serie: «cosa vi aspettate da Libero?». Le sparate diventano presto rumore di fondo; per tornare in primo piano, si alza il tiro, si spara un botto più forte, si passa ogni segno.

Virginia Raggi è la sindaca di Roma ed è una donna; Feltri attacca la donna e questo assume un significato evidente ed offensivo per tutte le donne. Ignorare una evidenza così grave sfocia nella complicità. Il seguito è rilevante. Virginia Raggi è difesa da Beppe Grillo e dai dirigenti del suo partito, il M5S: reazione scontata, ma essi iniziano ad indicare nel sessismo la categoria di questo e altri attacchi rivolti alla prima cittadina; forse sono confusi e incoerenti o forse si stanno evolvendo; inoltre lei riceve la solidarietà di tutte e tutti gli altri tra cui Laura Boldrini, Maria Elena Boschi e le donne del PD, già bersagliate più e più volte allo stesso livello da Grillo, dai deputati 5S, dal Fatto Quotidiano, senza ricevere analoga solidarietà dalle donne del M5S (o del Fatto). A parte qualche nota stonata, anche il PD e l’Unità hanno preso una posizione corretta.

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Di recente, Maria Elena Boschi ha osservato come le donne in politica siano spesso attaccate, non per il loro operato, ma in quanto donne. In effetti, è quello che succede. Lo spunto o la motivazione iniziale può essere un errore o una scelta non condivisa, ma poi la modalità con cui si esprime il dissenso o la protesta nega loro autorità, attinge dalla misoginia, mira all’appartenenza sessuale, alla morale sessuale, o si esprime senza il senso delle proporzioni. Sono modalità diffuse in tanta parte del pubblico maschile, anche tra coloro che suggeriscono di ignorare o denunciano la doppia morale e nello stesso tempo vi aderiscono, come fosse ovvio e normale che le donne compagne e alleate sono le nostre donne e le donne avversarie sono le donne del nemico, tutte legittimo bersaglio nei conflitti politici intesi di fatto come guerre tra maschi.

L’eterno figlio e gli eterni padri

Massimo Recalcati vede in Matteo Renzi il figlio giusto osteggiato dai padri padroni. Un conflitto generazionale sovrapposto al conflitto tra la purezza ideologica e la responsabilità di governo

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Matteo Renzi è un leader tra gli altri, con il suo seguito e i suoi avversari. È normale che qualcuno veda in lui quello giusto e nei suoi oppositori quelli sbagliati. Meno normale continuare a rappresentarlo come un giovane emergente contro vecchi potenti. Questa storia ormai è passata. Renzi ha più di 40 anni, è sposato, padre di un figlio adolescente; già sindaco di Firenze è diventato segretario del PD, carica che tuttora ricopre dalla fine del 2013. È stato uno dei più longevi presidenti del consiglio. Ha tentato la riforma della Costituzione; sconfitto, si è dimesso da premier e ora punta a vincere le elezioni politiche per tornare al governo; una parte dell’opinione pubblica lo ritiene l’unico argine ai populismi. Cosa deve fare per smettere di essere considerato figlio e diventare finalmente adulto e padre?

Essere avversato da Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, è insufficiente per poter rimanere in una posizione fanciullesca. Quei due padri sono stati rottamati, dunque non sono più padroni. Inoltre, Renzi usufruisce dell’appoggio di altri padri, Piero Fassino e Walter Veltroni, mentre confligge con i suoi fratelli Gianni Cuperlo e Roberto Speranza, oltre ad uno un po’ più grande, Michele Emiliano. Il primo a fare la scissione è stato Pippo Civati; il secondo Stefano Fassina con Alfredo D’Attorre. Tutti giovanotti. Le scissioni sono spiacevoli, ma se dividono da una parte e unificano dall’altra, razionalizzano il quadro. Fassina si è diviso da Renzi e si è unito a Nichi Vendola. Se una eventuale iniziativa di D’Alema riesce ad unificare le forze alla sinistra del PD, non è un male. È vero che tutte le scissioni di sinistra si sono rivelate minoritarie, ma è anche vero che il primo partito della sinistra ha sempre saputo mantenere l’appoggio del sindacato, dell’associazionismo collaterale, oltre che della sua stessa organizzazione: non si è mai contrapposto ai corpi intermedi.

La rappresentazione generazionale del conflitto è parte della retorica nuovista. Quello in corso nel PD e nei suoi dintorni è un conflitto politico che divide tanto i giovani quanto i vecchi. Ed è anche, naturalmente o forse soprattutto, una lotta per il potere, come sono spesso le lotte intestine ai gruppi dirigenti e agli apparati di partito. Alcuni sembrano poco credibili nel rappresentare le posizioni di sinistra, perché in passato, alla direzione del partito e al governo, hanno rappresentato posizioni più centriste, tanto da potersi leggere come precursori del renzismo. Così, è retorica anche la rappresentazione di una contesa tra puristi e governisti. Nel PD sono tutti governisti.

Per stabilire una (improbabile) analogia tra Matteo Renzi ed Enrico Berlinguer, lo psichiatra attribuisce a Berlinguer il principio (pure nel senso di inizio) della responsabilità di governo. Quel principio, tuttavia, spetta a Palmiro Togliatti e alla svolta di Salerno (1944). Se dal 1947, i comunisti non hanno mai governato, è perché furono estromessi ed esclusi. Obbligato all’opposizione, il PCI si definì partito di lotta e di governo; dall’opposizione ha conquistato riforme, che con il PD al governo non possiamo neppure sognarci. O meglio, si, possiamo sognarcele anche ad occhi aperti, tanto da dire, come fa Recalcati nella sua intervista all’Unità, di intendere il significato della sinistra come priorità alla giustizia sociale e alla difesa del valore del lavoro, mentre sostiene il leader che ha esteso i voucher e la libertà di licenziamento.

La marcia delle donne e gli anni ’70

Il femminismo che si tinge di rosa, rivendica e valorizza il femminile; marcia contro un governo identificato come sessista. Sono fatti di oggi, anche se siamo ancora tutti nell’onda lunga iniziata 40 anni fa.

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Roberto Saviano ha detto di sentirsi dalla parte delle donne che hanno manifestato contro il nuovo presidente degli Stati uniti, ma di ritenere la loro manifestazione una roba vecchia, da anni ’70, mentre il nuovo (che non significa giusto) è Trump. Io non capisco bene questo discorso dove vada a parare; secondo un’amica va a parare nell’effetto mediatico che ottiene. Come che sia, non sono d’accordo: le femministe americane non sono vecchie e Trump non è nuovo.

La manifestazione delle donne americane aveva il rosa come colore dominante, a significare la valorizzazione e la rivendicazione del femminile, ed era contro un presidente, un governo identificato come sessista. Non ricordo una manifestazione così impostata e colorata del ‘900. L’unico precedente che mi viene in mente è quello della manifestazione delle donne italiane di Se non ora quando del febbraio 2011 contro Silvio Berlusconi, il politico italiano forse più simile a Trump.

Come qualsiasi movimento, anche quello delle donne è parziale e non può ottenere il consenso di tutti, ma può essere maggioritario, con più o meno scarto. Bisogna ricordare che negli Usa, Trump ha vinto grazie al sistema del collegio elettorale uninominale che, dai tempi successivi alla guerra di secessione, tutela in modo sproporzionato i bianchi degli stati rurali del sud, per tenere unito il paese. Nel voto popolare, il neo presidente è minoranza per tre milioni di voti.

Va poi detto che gli anni ’70 non sono un periodo vecchio. Molte delle cose che pensiamo, ascoltiamo, guardiamo, leggiamo hanno la loro origine negli anni ’70. Un successo discografico degli anni ’70, potrebbe avere successo anche oggi. Ad ascoltarlo, o a vederne il video, non dà l’idea di un passato remoto lontano quarant’anni. Ben diverso sarebbe stato ascoltare negli anni ’70, canzoni degli anni ’30. Il cambio d’epoca sarebbe risultato immediato ed evidente.

In cosa è nuovo Trump, che ha resuscitato persino il conflitto con i Siuox? Nel fatto che afferma senza argomentare, che usa un linguaggio violento, che catalizza le frustrazioni sociali del ceto medio impoverito, che trasforma i cittadini in odiatori e gli odiatori in elettori? Questa novità, mi pare, sia appunto di quell’altra epoca più lontana, non degli anni ’70, ma degli anni ’30.

Sul no alle elezioni anticipate ha ragione Giorgio Napolitano

In una repubblica parlamentare il governo è eletto dal parlamento. Il parlamentarismo è più democratico del presidenzialismo. Il presidente emerito può interferire con i leader che interferiscono con il presidente della repubblica

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Giorgio Napolitano si è espresso contro le elezioni anticipate.

Nei paesi civili alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate. Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti. Per togliere le fiducia a un governo deve accadere qualcosa. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno.

Tra i toni sguaiati e violenti delle destre, si trova un solo argomento contro la presa di posizione del senatore a vita: il governo Gentiloni, dopo quelli di Monti, Letta, Renzi, sarebbe il quarto governo consecutivo non eletto dal popolo; le elezioni anticipate restituirebbero la sovranità al popolo. Questo argomento è conforme al punto di vista presidenzialista, ma l’Italia è una repubblica parlamentare; nelle repubbliche parlamentari il popolo elegge il parlamento, il quale elegge il governo. Si può promuovere una riforma in senso presidenzialista, è stato tentato più volte, tuttavia, finché vige un ordinamento fondato sulla centralità del parlamento, è scorretto ed errato denunciare l’applicazione delle sue regole e procedure alla stregua di una violazione della democrazia. Peraltro, rispetto al presidenzialismo, il sistema parlamentare è più permeabile alla partecipazione popolare, dunque è più democratico.

Napolitano è stato criticato anche da parte renziana. Il suo intervento sarebbe inopportuno, perché egli non è più il presidente della repubblica; da ex presidente dovrebbe stare ai margini della vita politica. In realtà, gli ex presidenti della repubblica sono senatori a vita ed hanno i diritti e i doveri degli altri parlamentari, compreso il diritto di esprimere pubblicamente la propria opinione. La loro centralità o marginalità dipende dal sistema mediatico, che decide a cosa dare rilievo. Se le nostre prime pagine sono ancora molto popolate da politici anziani, ciò riguarda la difficoltà del ricambio, non tanto nelle cariche pubbliche, quanto nell’autorevolezza delle voci. I nuovi leader sono poco autorevoli.

Una questione di opportunità si porrebbe se Napolitano fosse entrato in contraddizione con il presidente Matterella. Lo scioglimento delle camere è competenza del presidente della repubblica. Se leader, parlamentari e non, cercano di forzare l’orientamento del presidente della repubblica nel senso della fine anticipata della legislatura, qualsiasi altro parlamentare, compreso un senatore a vita ex presidente, ha titolo, se lo ritiene, di pronunciarsi in senso contrario.

Care amiche rivendicazioniste e paritarie, non conferite troppo potere agli uomini?

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Care amiche, giovani femministe, rivendicazioniste e paritarie, voi ogni giorno mostrate le ingiustizie, le violenze e le discriminazioni di cui le donne sono vittime, denunciate, pubblicate e rilanciate, l’insulto, la frase, la battuta sessista di questo o quel maschio animato da misoginia demenziale. Vi arrabbiate e vi logorate, con tutte le ragioni. Soprattutto chiedete parità, diritti, rispetto. A chi li chiedete? Agli uomini.

Così, gli uomini hanno la possibilità di concedervi, di non concedervi, di concedervi qualche volta, di concedere ad alcune e non ad altre, quello che voi chiedete loro. Non credete, in questo modo, di conferire troppo potere agli uomini? E’ vero, noi siamo metà del genere umano, ci crediamo tutto il genere umano, occupiamo ancora la gran parte delle posizioni di potere, siamo violenti, siamo influenti e, certo, non potete rimuoverci. Ma pure voi siete metà del genere umano e, per quanto storicamente oppresse, avete una grande forza. Forse potete relativizzarci più di quel che credete.

Questa non è una mia pensata da maschio; di mio, ho aderito e ancora in parte aderisco ad una impostazione rivendicazionista, che meglio somiglia alle forme maschili della politica; questa è una cosa che credo di aver imparato da altre femministe. Dico credo perché non vorrei attribuire ad altre pensieri che ho frainteso. Quello che credo di aver capito, è che le donne possono praticare la libertà e l’indipendenza dagli uomini, dandosi forza e autorità in autonomia, tra loro, mostrare la propria grandezza, e togliere l’uomo, in positivo o in negativo, da dove lui ha preteso di mettersi, dal centro dell’Universo.

La Russia depenalizza (e banalizza) i maltrattamenti familiari

I siti filorussi protestano contro la rappresentazione sensazionalista e russofoba della riforma approvata dalla duma di stato, ma sottovvalutano la violenza maschile contro le donne e i minori

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Il parlamento russo ha approvato una legge che derubrica i maltrattamenti familiari da reato penale a illecito amministrativo. La notizia, divulgata dai principali organi di informazione, parla di depenalizzazione della violenza domestica. Questa rappresentazione suscita le critiche di alcune pubblicazioni filorusse, che vedono il tentativo di fare del sensazionalismo e di mettere la Russia in cattiva luce. La critica filorussa può avere una parte di verità, però ha soprattutto un limite: mostra per la Russia una preoccupazione molto più alta di quanta ne mostri per le donne e i bambini. Maltrattamenti familiari e violenza domestica sono i nomi neutri con cui chiamiamo la violenza maschile contro le donne e i minori.

Da parte di chi critica la rappresentazione della legge russa, si sostiene che la depenalizzazione non è assoluta, riguarda solo i primi episodi di aggressione, i maltrattamenti non usuali, lievi, senza l’effetto di lesioni gravi. In caso di recidiva (solo entro un anno) e di conseguenze più gravi sulla vittima, il reato torna ad essere penale. In sostanza, si dice, la normativa sulla violenza domestica è equiparata a quella sulla violenza pubblica e corrisponde alla legislazione di molti altri paesi; pure ad una sentenza della Cassazione italiana. Tuttavia, in Italia i maltrattamenti contro familiari e conviventi, sono un reato previsto dall’art. 572 del codice penale.

La tolleranza e la negligenza di altri paesi nei confronti della violenza, in ogni caso, è una cattiva consolazione. Si può discutere sulla severità delle norme, se è valida ed opportuna, ma depenalizzare la violenza domestica, in alcune circostanze considerate lievi o estemporanee (considerate da chi?), dà un messaggio sbagliato, dice che un po’ di violenza è tollerabile, segna una retromarcia nel contrasto alla violenza, proprio nel tempo in cui si scopre il suo carattere endemico. Motivazione della nuova legge è che il reato di maltrattamenti (non i maltrattamenti) sia anti-familiare.

Se una donna decide di denunciare il marito, vuol dire che ha vissuto qualcosa di grave, non misurabile in referti medici. La violenza fisica è preceduta e si accompagna alla violenza psicologica, determina disagio, intimidazione, paura, umiliazione. Qualcosa di molto più serio di un illecito amministrativo. Perciò, non può essere preclusa al giudice la valutazione della rilevanza penale del caso; considerato poi che i giudici in genere tendono a sottovalutare le situazioni, perché spesso confondono la violenza con il conflitto.

L’equiparazione tra violenza domestica e violenza pubblica è impropria. Un aggressore anonimo che mi dà uno spintone, uno strattone, uno schiaffo, non è una persona con la quale convivo, a cui sono vincolato da legami d’affetto, non tradisce la mia fiducia, non dormo con lui, non pranzo e non ceno con lui; per strada, mi fa passare un brutto momento e poi me lo lascio alle spalle. Ha dunque senso un’aggravante per la violenza domestica. Solo la vittima può decidere di tollerare per salvaguardare o correggere la relazione, non può farlo il giudice o il legislatore al posto suo. Se lei sceglie di denunciare, il ciclo della violenza è probabilmente già entrato in una fase grave e pericolosa.