Solidarietà ad Arcilesbica

Arcilesbica

La pagina facebook di Arcilesbica ha linkato l’articolo di una femminista americana. L’articolo tratta della differenza tra donne e transgender. L’autrice solidarizza con le lotte e i diritti delle persone transessuali, nello stesso tempo rivendica la differenza delle donne, spazi di autonomia e di separazione: in alcune discussioni, per esempio sulla maternità, sull’allattamento al seno in pubblico, sull’aborto; in alcuni luoghi, per esempio, nell’accesso ai centri antiviolenza, agli spogliatoi, ai bagni pubblici.

Il link dell’articolo ha suscitato una reazione molto intollerante. Centinaia di commenti offensivi e violenti accusano Arcilesbica di essere transfobica, bigotta, misandrica, le rinfacciano l’opposizione alla gpa, e ne invocano l’espulsione dal movimento LGBT. Ad animare l’offensiva sono soprattutto uomini. Ad accusare Arcilesbica sono stati anche il movimento identità trans e il circolo Mario Mieli di Roma.

Arcilesbica si è difesa da questa ondata di bullismo, con un richiamo al senso delle proporzioni: è stato solo pubblicato un articolo che voleva essere uno spunto di riflessione; con la difesa dell’autonomia delle donne; e con la comprensione del fatto che l’autrice dell’articolo è una vittima di violenza sessuale, con tutto il diritto di sentirsi a disagio in presenza di corpi maschili in determinate situazioni.

L’articolo l’ho letto con qualche fatica, perché scritto in inglese. Forse toni ed argomenti sono più adatti al pubblico americano e meno comprensibili dal pubblico in Italia, dove il politically correct è poco osservato. Tuttavia, nell’insieme, mi è parso un discorso accettabile, anche senza la giustificazione di un trauma. Io sono un uomo. Mi sento solidale con il femminismo. Non ho paura delle donne. Eppure, per ragioni di imbarazzo e pudore, preferisco non trovare una donna nello spogliatoio maschile; non essere visitato da una medica, almeno per alcune visite; e posso pure avere desiderio, in certe discussioni, di ritrovarmi solo tra uomini. La condivisione di alcuni spazi con le donne, non è, secondo me, una faccenda di norme e regole da stabilire a priori e da applicare in modo automatico; è una questione relazionale.

Sono punti di vista che si possono non condividere, senza perdere il senso del rispetto e della civiltà. Le accuse di convergenza con i cattolici integralisti, sono un cattivo argomento. Anche gli accusatori di Arcilesbica possono trovare le loro brutte convergenze nelle pagine revansciste e ingannevoli degli MRA.

Io rifiuto e condanno l’idea che un gruppo umano possa essere considerato peggiore o inferiore e, quindi, discriminato ed escluso dai diritti civili, politici e sociali. Questo non significa che le differenze siano soltanto un dispositivo discriminatorio e vadano perciò negate e rimosse, pena lo scadere nella discriminazione penalizzante.

Il principio originario della violenza e dell’esclusione è la misoginia patriarcale, la pretesa maschile di avere sempre certezza del sostegno, dell’accoglienza e della disponibilità femminile. Perciò, fa impressione vedere in atto un linciaggio simbolico ad opera di molti uomini del movimento contro un’associazione di donne. A cui, per quello che vale, va tutta la mia solidarietà.



Riferimenti:
[^] Risposta di Arcilesbica al circolo Mario Mieli
[^] Risposta di Arcilesbica al movimento identità trans
[^] I am a Woman. You are a Trans Woman. And That Distinction Matters

Il codice Minniti e le ONG nel Mediterraneo

Ong-Mediterrano-Migranti

Se preso sul serio, il codice Minniti sulla condotta delle ONG nel Mediterraneo è contestabile per tre ragioni: 1) rinforza la corrente xenofoba, al seguito della campagna contro le ONG, lo slogan «Aiutiamoli a casa loro», la rinuncia allo Ius Soli, persino temperato; 2) scavalca il diritto internazionale e le leggi della navigazione; 3) complica il salvataggio dei migranti, dunque rende più probabili le morti in mare. Negli ultimi qundici anni, trentamila persone sono affogate nel tentativo di traversare il Mediterraneo dall’Africa all’Europa.

Difficile credere che il codice voglia tutelare proprio le ONG. È stato promosso in modo enfatico, unilaterale e autoritario. Con l’intimazione rivolta alle ONG di scegliere da che parte stare: con lo stato o con gli scafisti. Con la motivazione di dover contemperare il salvataggio dei migranti con la sicurezza dei propri concittadini. Il ministro dell’Interno ha così avvalorato l’idea che i migranti siano una minaccia e che le ONG siano colluse con gli scafisti. Il risultato è che il discredito pubblico del soccorso in mare è aumentato, per impulso dello stesso governo.

Il codice non può essere applicato senza violare la neutralità delle ONG, nel caso della presenza imposta di poliziotti armati sulle loro navi; né può essere applicato senza violare il diritto internazionale e la legge del mare, nel caso la guardia costiera impedisca l’approdo ad un porto italiano di una barca carica di migranti, o ne rifiuti il trasbordo, o la respinga verso un paese dove non sono garantiti i diritti umani, come la Libia. È la questione posta dal ministro dei trasporti Del Rio, da cui dipende la guardia costiera.

Nel mettere al centro la lotta tra lo Stato e gli scafisti, la sorte dei migranti perde il valore prioritario e diventa una variabile dipendente. Il codice, nel voler reclutare le ONG nella lotta agli scafisti, rende più difficile soccorrere i migranti, evitare che affoghino o che rimangano negli infernali centri di detenzione libici. Il divieto di trasbordo obbliga una singola barca, anche se inadatta, a percorrere tutta la navigazione da una costa all’altra e, dunque, a rimanere più tempo lontana dalla costa libica. Inibire ogni possibilità di contatto con gli scafisti, fino a non poter neanche segnalare la propria presenza con le luci, significa rendere il soccorso molto più casuale e fortuito.

L’accusa mossa alle ONG è quella di usare i soccorsi per trasportare i migranti dall’Africa all’Europa. Ma il soccorso sta proprio nel convertire un trasporto pericoloso (sui gommoni) in un trasporto sicuro (sulle navi delle ONG e della guardia costiera). Il salvataggio non è solo da un pericolo imminente; lo è anche da un pericolo potenziale ad alto rischio. Le ONG fanno quello che dovrebbero fare gli Stati: organizzano corridoi umanitari per rispondere ad un disperato flusso migratorio. Lo facessero gli stati, o rendessero legale la possibilità per i migranti africani di raggiungere l’Europa, gli scafisti e i trafficanti non avrebbero più spazio. Ma la lotta agli scafisti è solo un modo per nobilitare la lotta ai migranti.

Io non dico che il governo è fascista. So che anche i democratici e la sinistra sono capaci di compiere cose orribili, per scarsa fiducia nel proprio popolo, con spirito amministrativo ed una retorica di copertura. Ogni situazione trova la sua parte migliore. Questa trova i cattolici. La speranza è che il codice Minniti non sia da prendere sul serio, ma sia solo una rappresentazione autoritaria, qualcosa da far percepire a chi ha paura per percezione, una simulazione ad uso e consumo del personale protagonismo del ministro dell’Interno e della campagna elettorale del PD, per stare al confronto con i populisti.


Riferimenti:
[^] Ong, le domande dimenticate – Laura Boldrini, Repubblica 12.08.2017
[^] Ong, modifiche al codice: così firma anche Sos Méditerranée – Alessandra Ziniti, Repubblica 11.08.2017
[^] Perché gli sbarchi sono diminuiti – Il Post 10.08.2017
[^] L’appello di Ong, intellettuali e sinistra: “Migranti, in corso uno sterminio di massa” – Matteo Pucciarelli, Repubblica 10.08.2017
[^] La Libia, le Ong, la politica del caos nel Mediterraneo – Barbara Spinelli, il manifesto 09.08.2017
[^] Il viceministro. Tra umanitari e istituzionali una fiducia da rinsaldare – Mario Giro, Avvenire 08.08.2017
[^] I dubbi di Delrio: “Se bisogna salvare vite, serve la nave più vicina” – Tommaso Ciriaco, Repubblica 08.08.2017
[^] Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale – Marco Revelli, il manifesto 08.08.2017
[^] Tutto il dibattito sulle Ong è completamente surreale – Sebastian Bendinelli, The Submarine 07.08.2017
[^] Torture, sovraffollamento, malnutrizione, caldo, malattie. L’inferno dei 12 centri di “accoglienza” libici – Umberto De Giovannangeli, HuffPost 07.08.2017
[^] Le manovre occulte di Defend Europe sull’indagine Iuventa – Andrea Palladino, Famiglia Cristiana 4.08.2017
[^] Quanti morti volete a Ferragosto? – Davide De Luca, Il Post 4.08.2017
[^] Il reato di solidarietà non esiste : i fatti e le norme. In difesa del principio di legalità. – Fulvio Vassallo Paleologo, Adif 3.08.2017
[^] Missione navale: Italia pronta a destinare rifugiati e migranti verso orribili violenze – Amnesty International 02.08.2017
[^] Migranti: i 13 impegni del Viminale per le Ong – Repubblica, 31.07.2017
[^] Perché difendo le Ong che salvano i migranti – Roberto Saviano, Repubblica 25.04.2017
[^] Negli ultimi 15 anni sono morti nel Mediterraneo oltre 30mila migranti. La maggior parte resta ancora senza un nome – Marco Sarti, Linkiesta 17.03.2017

Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini

Laura Boldrini - Presidente della Camera dei deputati

La condanna dell’orribile tiro al bersaglio contro una persona e la critica a quella persona sono due discorsi diversi da tenere distinti. Metterli in relazione, non è onesta intellettuale, ma un modo furbesco per rilanciare lo stesso tiro al bersaglio in una forma più educata. È la sensazione che mi dà l’ultimo articolo di Linkiesta dedicato alla presidente della camera. Il testo richiama al rispetto umano, ma si accoda nella mancanza di rispetto politico e morale; mentre stigmatizza gli insulti, ribadisce contro di lei i soliti luoghi comuni ostili: antipatica, sussiegosa, miracolata. L’autore potrebbe essere più onesto se sottoponesse a critica, non solo l’eccesso, ma proprio lo sguardo dei tiratori, cioè quanto lui stesso ha in comune con loro.

Il sussiego e il difetto di ironia in una donna, si vedono più facilmente quando dalle donne si pretende un supplemento di umiltà e di comprensione. La miracolata, quando si è incapaci di riconoscere nelle donne, specie in quelle più femminili, capacità e competenze; e quando si ritiene di appartenere al sesso dei miracolosi. Laura Boldrini ha più storia di Nichi Vendola. La presidente della camera può non piacere. A me piace, la trovo più simpatica di Fulvio Abbate; più adeguata e meritevole della media del personale politico istituzionale attualmente in carica; condivido le sue idee e le sue battaglie. I difetti a lei attribuiti non c’entrano nulla con l’odio ossessivo che riceve. Cecile Kyenge reagiva al lancio di banane con ironia e senza sussiego, ma di insulti ne riceveva altrettanti.

Esistono aree politiche, il M5S, la Lega, i fascisti, i tabloid berlusconiani, che fanno politica in modo incivile; agitano xenofobia e misoginia. Questa inciviltà trova argini deboli. La violenza verbale è una modalità di relazione, soprattutto nel linguaggio della destra, da quando esiste la televisione commerciale e, in special modo, da quando il padrone della televisione commerciale è diventato il capo della destra. La violenza fa audience e al tempo stesso intimidisce gli avversari, li delegittima, e supera le difficoltà del ragionamento. Questo linguaggio, che coinvolge e mobilita gli incolti e i frustrati pronti a trovare uno sfogatoio nei social-network, è stato assunto da molti giornali tradizionali che, invece di fare da anticorpo, fanno da veicolo, per ottenere lettori, visitatori, inserzionisti.

A questo si accompagna una perdita di autorità e di potere della politica. Così, l’ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati più che riuscire a sollevare la stima delle istituzioni, ne è tirata giù. D’altra parte, è lo scopo della violenza politica virtuale: dimostrare che quell’avversaria non merita rispetto, non ha la forza di farsi rispettare, è senza autorità. Così, anche chi la sostiene finisce per avere l’immagine deformata di una figura (a torto) molto odiata e quindi vulnerabile. Eppure la presidente della camera ha una fanpage di 250 mila sostenitori, contro gli 80 mila del presidente del senato e non ha mai subito una contestazione popolare in una iniziativa pubblica.

Laura Boldrini riassume tutti gli spettri dei reazionari: è una donna al potere; è femminista; è indipendente, non è sotto la tutela di un leader maschio e di un partito; è di sinistra; vuole accogliere ed integrare i migranti; Al tempo stesso, non è radicale e questo dispiace ad una parte dei suoi compagni, che non capisce come mai la presidente della camera non agisca come un capo d’opposizione. Lei interpreta un ruolo di mediazione: tra istituzioni e società, tra maggioranza e opposizione, tra vecchio e nuovo, tra le sinistre, tra italiani e stranieri, il ruolo del ponte. I ponti in tempo di pace si attraversano, in tempo di guerra si bombardano. Il linguaggio violento della destra ha introdotto in politica una psicologia da guerra civile.


Articoli correlati:
[^] Perché odi Laura Boldrini – Maura Gangitano, Tion 2.08.2017
[^] Contro i seminatori di odio è tempo di reagire insieme – Laura Boldrini 28.07.2017
[^] Giù le mani da Laura Boldrini (nonostante tutto) – Fulvio Abbate, Linkiesta 26.07.2017
[^] Gli odiatori e chi li spinge all’odio – Daria Bignardi, Barbablog 29.11.2016
[^] Tutte le bufale su Laura Boldrini – Marco Sarti, Linkiesta 19.08.2016
[^] Perché attaccano Laura Boldrini? – Arturo Scotto, HuffPost 02/08/2016
[^] Perché un pezzo di internet odia Laura Boldrini? – Gabriele Ferraresi, dailybest 26.07.2017

Lavoratori immigrati e salari

Italo-argentini celebrano la "Festa dell'immigrante" in Argentina

I lavoratori immigrati causerebbero un abbassamento dei salari (dumping salariale). Questa idea, in genere xenofoba, è in apparenza ragionevole. Gli immigrati aumentano il numero dei lavoratori disponibili ed accettano paghe più basse. Inoltre, nel periodo d’arrivo dei migranti, circa gli ultimi trent’anni, il potere d’acquisto dei salari è sceso davvero. Senonché, ignoro l’esistenza di studi seri che dimostrino un rapporto di causa ed effetto, tra l’inserimento dei migranti nel mercato del lavoro dei paesi di accoglienza e l’abbassamento dei salari.

Al momento, tale correlazione, si presenta come una valutazione intuitiva, che può essere smentita o attenuata da altre valutazioni altrettanto intuitive. Per esempio, in Italia il contenimento del potere d’acquisto dei salari inizia prima dell’arrivo dei migranti, con l’automazione, le esternalizzazioni, l’abolizione della scala mobile, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, i blocchi dei rinnovi contrattuali e l’aumento del prelievo fiscale sul salario. In altri paesi europei, al contrario, gli immigrati arrivano già nel dopoguerra, contribuiscono alla ricostruzione, allo sviluppo economico e accompagnano la crescita salariale.

Resta vero che in tempo di crisi, la concorrenza tra lavoratori può deprimere i salari, tuttavia, nella globalizzazione, tale concorrenza avviene lo stesso mediante le delocalizzazioni e il commercio internazionale. Le aziende minacciano o mettono in atto trasferimenti degli impianti nei paesi dove il costo del lavoro è più basso. I consumatori acquistano prodotti stranieri a minor costo a danno della produzione nazionale. Questi processi avvengono indipendentemente dalle migrazioni dei lavoratori. Sebbene le migrazioni ne siano parte, paradossalmente, possono attenuare la concorrenza a danno dei lavoratori nativi: un lavoratore serbo in Italia è pagato meglio di un lavoratore serbo in Serbia.

Inoltre, c’è da notare che, in prevalenza, i lavoratori immigrati partecipano ad una divisione del lavoro: le mansioni più qualificate ai nativi, le meno qualificate agli immigrati; così spesso non si ha una concorrenza diretta. La concorrenza può verificarsi tra irregolari nel lavoro sommerso. Allora, la questione non è l’immigrazione, ma l’irregolarità. Se davvero si tiene ad una concorrenza leale tra lavoratori, conviene regolarizzare i migranti e renderli partecipi dei diritti del lavoro, magari migliorando lo stesso diritto del lavoro, con la lotta al lavoro nero, preesistente alle migrazioni, e con un salario minimo adeguato fissato per legge.

Il lavoro dei migranti crea ricchezza; in Italia corrisponde ad un decimo del Pil e concorre al mantenimento dell’assistenza e della previdenza sociale. Il lavoro dei migranti, non solo occupa posti, ma concorre a crearne o ad attenuarne la distruzione. Nel rapporto tra domanda e offerta di lavoro, i lavoratori immigrati fanno aumentare entrambi. Riguardo l’aumento dei lavoratori disponibili, questo di fatto non c’è, perché neutralizzato dal calo demografico degli autoctoni. L’aumento della forza lavoro degli ultimi quarant’anni, circa tre milioni e mezzo di unità, corrisponde all’aumento della partecipazione femminile.

L’accusa alle élite capitalistiche di usare i migranti per creare un esercito industriale di riserva, permette alla xenofobia di darsi una verniciata di sinistra e di sorvolare sulle cause reali dei processi migratori: le guerre, le violazioni dei diritti umani, la povertà, il mutamento climatico, l’aumento demografico dei paesi poveri. L’idea generica di aiutarli a casa loro è sfasata rispetto ai tempi dell’emergenza migratoria, che richiede l’accoglienza qui ed ora. Non che i flussi non vadano governati, ma governare non significa respingere ed espellere, significa organizzare l’accoglienza e l’integrazione.

L’attenzione al conflitto mediorientale

A peace movement poster: Israeli and Palestinian flags and the words peace in Arabic and Hebrew.

I sostenitori di Israele spesso chiedono il perché di un’attenzione sproporzionata al conflitto mediorientale, in fondo, un conflitto meno cruento di molti altri. Nella domanda è implicita un’accusa di doppiopesismo e, forse, di antisemitismo: monitorate e denunciate di continuo quello che fa Israele quando siete pronti a chiudere un occhio e anche tutti e due per cose simili o peggiori commesse da altri stati. La domanda rivela pure un disagio, perché quando in un conflitto ti senti dalla parte della ragione, di attenzione ne vuoi molta e non poca.

L’antisemitismo e l’antisionismo più fazioso esercitano la loro influenza nella rappresentazione del conflitto israelo-palestinese, ma non fino al punto da prevalere sulle motivazioni pacifiste e umanitarie, che aderiscono non tanto e non solo alla causa palestinese, quanto all’ideale di una convivenza tra i due popoli nella pace e nella giustizia. L’accusa di antisemitismo tante volte è un sospetto sincero e, insieme, un espediente censorio. L’attenzione al Medio Oriente è condivisa e diffusa da fonti di diverso orientamento e dagli stessi sostenitori di Israele.

Questo si può capire, per effetto della nostra dipendenza dal petrolio mediorientale. Vale il precedente della guerra del Kippur nel 1973. Egitto e Siria attaccarono Israele, per riprendersi il Sinai e il Golan, persi nella guerra del 1967. L’Opec ridusse i flussi di approvvigionamento di petrolio, verso i paesi importatori, principalmente i paesi occidentali, alleati di Israele, fino a far triplicare il prezzo del greggio. I governi dei paesi dovettero varare provvedimenti di austerità energetica; gli Stati Uniti s’impegnarono nel mediare i rapporti tra Egitto e Israele, fino alla pace di Camp David del 1978, con la quale il Sinai fu restituito agli egiziani.

L’attenzione al Medio Oriente ed ai suoi conflitti, oltre ad essere un fatto mediatico, riguarda il coinvolgimento, politico, economico, militare, degli Stati Uniti e del sistema di alleanze occidentali, di cui Israele fa parte e di cui è e si sente avamposto ai confini del mondo arabo. In questo senso, il conflitto mediorientale assume anche una forte valenza simbolica rispetto ai nostri conflitti di significato più globale: la guerra fredda; le guerre coloniali; le guerre di religione, le guerre di civiltà. Ieri, era Usa-Urss, oggi Occidente-Islam.

Lo stesso moderno Stato d’Israele ha una potente forza simbolica, dal suo richiamarsi al mito biblico del ritorno degli ebrei in Palestina, nei luoghi considerati sacri dalle tre grandi religioni monoteiste, al suo essere l’esito dell’antisemitismo europeo. Il sionismo fu orientato da due principi laici dell’Europa moderna: la missione civilizzatrice del colonialismo; il costituirsi dei popoli in stati nazionali. In un primo tempo, gli ebrei tentarono di integrarsi negli stati nazionali europei; poi presero atto di continuare ad essere trattati come un corpo estraneo, oggetto di pregiudizi, discriminazioni e violenze. Quindi gli ebrei sionisti, dopo aver scartato altre possibili collocazioni, scelsero la via della colonizzazione della Palestina, dove già risiedevano comunità ebraiche. Essi, però, sottovalutarono la presenza araba, contro cui intrapresero una contesa secolare.

Lo Stato d’Israele si costituì nel 1948, con il sostegno dell’Urss e degli alleati occidentali, mediante il riconoscimento dell’Onu, ma senza l’accordo con gli arabi, che respinsero i piani di spartizione. I paesi confinanti, aggredirono il nuovo stato, il quale potè avvalersi dell’aiuto in armi dell’Urss, per vincere la guerra, allargare i propri confini ed espellere una parte della popolazione araba. La nascita dello Stato ebraico intesa come risarcimento per la shoah e soluzione della questione ebraica, ebbe il favore dell’opinione pubblica occidentale progressista; un favore che s’incrinò nel 1967, quando Israele vinse la guerra dei sei giorni, iniziò a colonizzare i territori conquistati, Gaza e la Cisgiordania, e mise in uno stato di sospensione giuridica i suoi abitanti. Una situazione tuttora vigente, nella quale i palestinesi dei Territori non possono autodeterminarsi in uno stato indipendente e sovrano, né ricevere la cittadinanza israeliana.

Come risultato della sua storia, Israele si trova in una posizione complessa e contraddittoria. Quella di essere democratico ed escludere dalla democrazia tre milioni di persone nei Territori occupati (contesi dal punto di vista israeliano); quella di essere laico e autodefinirsi per appartenenza religiosa; quella di essere mediorientale, ma sentirsi ed essere percepito occidentale; quella di provenire da una storia millenaria nella parte dell’oppresso e di ritrovarsi in una contingenza storica nella parte dell’oppressore; quella di non saper scegliere tra questione demografica e questione territoriale. Ciò che è contraddittorio di solito è più interessante. E più divisivo. Una delle ragioni per cui sul conflitto mediorientale parliamo e scriviamo molto sta nelle nostre divisioni e contrapposizioni.

Ricordo, uno di quei conflitti spesso ignorati; un giorno improvvisamente generò decine e decine di pagine di dibattito, in un forum dedicato all’Asia sudorientale, normalmente deserto. Si trattava del massacro dei monaci buddisti in Birmania nel 2007. Da cosa era dipesa tutta quell’attenzione improvvisa? Non dall’astratta valutazione della gravità del fatto, ma dall’intervento di un tale che si mise a difendere la giunta birmana la quale, secondo lui, rappresentava le ragioni della laicità contro quelle della religione. Fece arrabbiare tanti, convinse qualcuno, e ne seguì una discussione infinita.

Sul reato di apologia del fascismo

Rivista militare del 6 maggio 1938 alla presenza di Mussolini, Hitler e Vittorio Emanuele III, in via dei Trionfi.

Giusta la proposta di legge Fiano (PD) contro la propaganda fascista. I simboli unificano e mobilitano; l’ostentazione di una simbologia fascista sempre più esplicita, nelle campagne elettorali, nelle manifestazioni politiche e sportive, amplificata dalla comunicazione virtuale, insieme con la perdita della memoria e l’insorgere del razzismo, richiede di fare argine anche con la legge. Più complicato valutare la necessità di una nuova legge, dato che la propaganda fascista e razzista è già reato, per la legge Scelba (1952) e la legge Mancino (1993). Secondo il proponente, oltre ad aggravare le sanzioni alla propaganda sul web, la nuova legge ridurrà la discrezionalità dei giudici, per evitare sentenze come quella del Tribunale di Livorno che, nel marzo 2015, ha assolto quattro tifosi del Verona, accusati di aver fatto il saluto romano, un gesto considerato dal giudice non violento e discriminatorio in sé, anche perché compiuto durante una manifestazione sportiva e non politica.

La tolleranza del fascismo

Le obiezioni libertarie alla proposta di legge negano in radice il reato di apologia del fascismo: l’ordinamento democratico liberale, se vieta il fascismo, entra in contraddizione con se stesso, e al fascismo si rende simile. In effetti, il divieto costituzionale di riorganizzazione del partito fascista si presenta come eccezione alla regola. Esso ha un fondamento storico: l’Italia liberale non bandì il fascismo e ne fu sopraffatta; la democrazia repubblicana invece è nata e si è costruita nell’antifascismo. L’idea che la democrazia debba difendersi dalle minacce antidemocratiche, senza tollerare gli intolleranti è pur presente nel pensiero liberale da Popper a Bobbio. La libertà d’opinione, riguarda appunto le opinioni: pensieri un minimo strutturati, che stanno sul piano del discorso razionale, nel confronto tra argomentazioni e confutazioni, non su quello viscerale dei messaggi pulsionali di violenza e di odio, tipici del fascismo.

Molta tolleranza nei confronti del fascismo aderisce al revisionismo storico e considera il regime di Mussolini una dittatura benevola, che ha fatto anche cose buone. Il centrodestra italiano e poi il M5S, nella loro strategia del consenso, non hanno mai messo limiti netti all’estrema destra, tanto da condividerne e interpretarne molti umori: l’ostilità ai comunisti, ai sindacati, alle istituzioni, agli stranieri e ai diversi, l’autoritarismo, l’aggressività, l’ammirazione per l’uomo forte, il qualunquismo, il familismo, il maschilismo, l’indifferenza per la verità. Espressioni recenti di questo parafascismo si sono viste negli insulti antisemiti contro Emanuele Fiano e nell’ultima virulenta fake-news contro Laura Boldrini, accusata di voler abbattere l’arte e i monumenti fascisti. Pesano, infine, le relazioni personali, come nella vicenda di Calderoli, assolto in senato dall’accusa di razzismo, pure con il voto di molti parlamentari di sinistra che dichiaravano di conoscerlo come una brava persona.

L’anticomunismo

Alcuni tolleranti ricordano che non tutto l’antifascismo fu democratico; secondo loro dovrebbe quindi valere anche il reato di apologia del comunismo. Una ritorsione retorica priva di senso storico: nella seconda guerra mondiale, il fascismo fu sconfitto dall’alleanza tra democrazia e comunismo; in Italia i comunisti svolsero un ruolo fondamentale e pagarono il prezzo più alto nella costruzione e nella difesa della democrazia, come pure in Francia, Spagna e Portogallo; dove andarono al potere, i comunisti abbatterono regimi feudali e autoritari, non abolirono una libertà che non c’era, ebbero la colpa di non promuoverla e di riprodurre la tradizione autoritaria; nella crisi dei regimi dell’est, la transizione democratica, fu guidata, o non ostacolata, dagli stessi partiti comunisti ancora al potere, contro i quali le opposizioni non fecero una guerra di liberazione. infine, vi fu nel comunismo, come in fondo nel liberalismo e nel cristianesimo, una evidente contraddizione tra mezzi e fini, per cui chi è comunista oggi (e pure ieri) si richiama agli ideali e non ai regimi. Stalinista è un’accusa o un insulto tra i comunisti. Nulla del genere vale per mussoliniano tra i fascisti, i quali nel rapporto tra mezzi e fini furono e restano coerenti.

L’incoerenza dei democratici

Bene perseguire la propaganda fascista. Ma, come è stato detto, il fascismo si combatte sul piano culturale. Ciò significa, oltre che studiare e far studiare la storia, dare il buon esempio. Esempi cattivi sono il leaderismo che si rapporta al popolo e si contrappone ai corpi intermedi, o che asseconda il dileggio e l’insulto nei confronti dei suoi dissidenti; i progetti di riforma elettorale e costituzionale che rafforzano il governo e indeboliscono il parlamento, accompagnati da slogan inneggianti alla riduzione del numero dei politici; le retoriche antieuropee, il linguaggio xenofobo che i migranti vuole aiutarli a casa loro, la politica ambigua che rinvia l’approvazione dello Ius soli. Il fascismo si combatte anche sul piano economico e sociale, poiché esso trae alimento dalla guerra tra poveri, da una base sociale di ceti medi proletarizzati, lavoratori precari, giovani esclusi. La politica liberista che scambia i diritti con il lavoro, redistribuisce le risorse alla rovescia, riduce le tasse ai ricchi e mette sempre più a rischio lo stato sociale, allarga la base sociale potenziale del fascismo e va in senso contrario alla difesa della democrazia. Dunque, una questione di coerenza si pone ai democratici. Proprio a quelli del PD.


Riferimenti:
[^] Proposta di legge Fiano
[^] Legge Scelba
[^] Legge Mancino

L’accusa abusiva di omofobia

Lgbt Israel

L’omofobia è l’avversione nei confronti degli omosessuali o il timore ossessivo di scoprirsi omosessuale. Un odio figlio della misoginia: sono soprattutto i maschi a disprezzare i gay, perché li vedono nella posizione femminile; per converso, l’omofobia è poco sentita dalle donne e colpisce meno le lesbiche. Dato che l’omofobia causa discriminazioni, intolleranza, e violenza il movimento LGBT chiede sia perseguita come reato. L’accusa di omofobia, per le persone civili, democratiche e progressiste, è dunque grave e infamante.

Ciò nonostante, parte dell’attivismo gay non esita ad accusare di omofobia le femministe contrarie alla gestazione per altri (gpa). L’accusa vuole reggersi su argomenti di questo tipo:

  • l’opposizione femminista alla gpa sarebbe iniziata solo di recente, per via dell’emergere di coppie gay omogenitoriali;
  • l’opposizione femminista coinciderebbe con quella cattolica e tradizionalista, qualcuno arriva a dire: fascista;
  • la genitorialità biologica omosessuale sarebbe un diritto a cui la tecnoscienza permette ormai di accedere e negarlo equivarrebbe ad una discriminazione.

Nessuno di questi argomenti, però, sembra voler davvero interloquire con le argomentazioni femministe.

  • Il femminismo affronta il tema della gpa fin dagli anni ’80. È l’opinione pubblica a mostrarsi interessata solo di recente, da quando la diffusione della gpa ha posto agli stati la questione della legalità: il formarsi di una industria e di un mercato esige una regolamentazione, prima di tutto a tutela di committenti, imprenditori, operatori e intermediari; il fatto che ci sia di mezzo un bambino richiede l’autorizzazione del suo affidamento. Così, in molti paesi, sono state promosse iniziative per legalizzare la gpa e, in risposta, per abrograre le legalizzazioni. Il dibattito si è diffuso e radicalizzato soprattutto sui social media (esistenti da pochi anni). Nel dibattito, alcuni maschi gay hanno fatto della gpa una bandiera; solo in questo senso sono diventati una parte in causa più esposta di altre.
  • La convergenza con i cattolici non è di per sé più sconveniente di quella con i neoliberisti; peraltro, Italia a parte, in Europa l’essere a favore della gpa è più di destra che di sinistra. I cattolici non hanno sempre torto e con loro si può essere d’accordo sulla solidarietà sociale, l’accoglienza dei migranti, l’opposizione all’eugenetica, l’abolizione della schiavitù. Tuttavia, sulla gpa, le motivazioni dell’opposizione sono diverse: mentre per i cattolici si tratta di difendere la famiglia naturale basata sul rapporto tra un uomo e una donna, per le femministe si tratta di contrastare lo sfruttamento e la strumentalizzazione del corpo della donna, delle sue funzioni procreative, e di difendere la relazione tra madre e figlio, la relazione materna, che viene scorporata e spezzata dalla gpa.
  • Secondo le femministe, la genitorialità è una possibilità, non un diritto: i desideri non sono diritti. Attribuire diritti ad alcuni, implica attribuire ad altri il dovere di corrisponderli. Le donne non hanno il dovere di corrispondere il desiderio di genitorialità degli uomini, neanche se omosessuali. Anzi, gli uomini non devono più poter asservire il potere generativo materno ai propri desideri. La libertà ed il potere procreativo delle donne non devono essere imbrigliati e vincolati da una legge o da un contratto.

Queste idee possono piacere o meno, ma non c’entrano con l’omofobia, salvo banalizzare ed estendere il concetto, fino a fargli perdere qualsiasi significato serio, per l’esigenza di screditare e censurare gli avversari (in questo caso, le avversarie). Un abuso propagandistico simile è quello che Israele e i filoisraeliani fanno dell’accusa di antisemitismo contro i pacifisti, contando sulla confusione con un antisemitismo effettivamente esistente. L’accusa abusiva di omofobia dice della deriva identitaria di una parte del movimento omosessuale, che si sente tradita dal venir meno di un sostegno femminile dato per scontato, come fosse dovuto. E dice della volontà di compattare un fronte, dividere il campo in etero (tradizionalisti) e omo (progressisti), in modo da non fare i conti con la differenza sessuale, che però viene interpretata anche dall’opposizione alla gpa da parte di molte lesbiche. Un’opposizione spesso fronteggiata con un bullismo che mette i suoi praticanti in una posizione anche troppo maschile.