Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio

donnadi Sara Gandini
(dalla bacheca della Libreria delle donne di Milano)

La prima cosa che abbiamo detto, sia sul web che in libreria, quando abbiamo ospitato l’incontro “La violenza, fuori e dentro di noi”, promosso da Maschile Plurale, è di non voler entrare nella vicenda personale dei due. Non ci interessa capire chi ha ragione tra i due, se c’è stata o meno violenza. Non è il nostro lavoro, non siamo giudici e la libreria non è un’aula di tribunale. Non ci interessano i contradditori, non importa stabilire chi ha ragione, non è questo il punto. Per quel che so ognuno di loro ha una sua verità, che ha una sua dignità. E non sta a me nemmeno accogliere la sofferenza dei due. A questo penseranno i centri antiviolenza, gli psicologi e gli amici.

Fare politica in questo contesto vuol dire interrogarsi su cosa capita a me, a noi, quando una donna accusa un uomo, più o meno vicino, di violenza. Nel momento in cui la sofferenza di lei e la sua parola sono pubbliche, questo diventa un fatto politico in sé, che ci riguarda. Se una donna accusa un uomo di Mp di violenza, la sua parola va presa sul serio, nel senso che ci si interroga seriamente su cosa ci accade quando un’accusa di questo tipo ci piomba addosso.

Fare politica partendo da sé vuol dire interrogarsi e arrivare a nominare qualcosa che ha un significato che può valere anche per altri, partendo dal proprio vissuto: se una donna dichiara di avere subito violenza questo solo fatto deve interrogarci seriamente, per il lavoro che MP fa. Interrogarsi su cosa queste parole fanno capitare è interessante per tutti noi: come lo viviamo? Il mettere in discussione la verità di lei da cosa dipende? Qualcuno rimuove? Altri prendono le distanze? Scatta l’empatia e altri si identificano? Quali pratiche funzionano? Cosa capita se un uomo prende seriamente le parole di lei? Cosa accade nei confronti delle donne vicine e lontane? Compare il fantasma del pericoloso oscuro materno da cui ci si deve difendere e da cui prendere le distanze e dimostrare autonomia, a sé e al mondo?

Queste sono domande che interessano perché fanno emergere un immaginario e un simbolico che riguarda tutti noi e arriva al cuore della violenza tra uomini e donne.

Non è facile, certo, soprattutto sul web e in un luogo come facebook. Ma non lo è stato nemmeno per noi in libreria: io e Laura Colombo abbiamo promosso una serie di incontri pubblici in libreria per continuare a interrogare i nodi sull’oscuro materno, per discutere di aggressività tra donne, in presenza, in relazione. Il titolo del ciclo di incontri durato 6 mesi era: “Tra il matricidio e il monumento alla madre: la politica delle donne”). Ogni incontro è stato introdotto da me e laura e i conflitti sono stati, e sono ancora, durissimi. Per questo dico che ci vuole coraggio.

Ma per stare a noi: se un uomo viene accusato di violenza non può porsi esclusivamente in una posizione di rifiuto, di difesa, di negazione e di accusa speculare, e tanto meno può farlo MP. Qualcuno dirà che non è giusto, che anche le donne sono violente, che non basta essere maschi per essere automaticamente dei violenti. Vero. Ma non siamo uguali, anzi siamo di fronte ad una disparità enorme con cui dobbiamo fare i conti: abbiamo alle spalle il dominio patriarcale e millenni di violenza sulle donne. Bisogna cambiare posizione, spostarsi, interrogarsi seriamente, con coraggio, mostrando nodi e contraddizioni. Altrimenti MP si comporta nello stesso modo in cui gli uomini da sempre fanno, quando sono accusati di violenza: negare e rilanciare l’accusa.

Quindi: tutti i maschi muti, a testa bassa? No ovviamente. E’ fondamentale distogliere l’attenzione da tutto ciò che è miseria, polemica, atteggiamento distruttivo, per dedicare energie ai conflitti fecondi. Dobbiamo farci forza del nostro sapere, della nostra pratica, delle nostre relazioni per cogliere le questioni che ci interessano, che ci riguardano e che ci interrogano, con coraggio. La pratica di relazione, le relazioni vincolanti e l’autocoscienza, tra maschi e fra maschi e femmine, servono a questo. Per questo è importante stabilire relazioni di differenza in cui circoli fiducia. Perché in relazioni di questo tipo, se una donna interroga un uomo con decisione, lui dovrebbe fermarsi e ascoltare, prendendo seriamente quello che lei dice. E attenzione a pretendere reciprocità, perché siamo in una situazione di disparità. Se mettiamo a fuoco questi nodi, possiamo toglierci da una posizione difensiva per cogliere gli scacchi e i nodi su cui possiamo lavorare, le questioni che ci riguardano tutti, maschi e femmine.

Vedi anche:
[>] Un altro mondo, maschile, è possibile. «Perché il reale non è indifferente al desiderio» | di Sara Gandini
[>] La violenza sessista non danneggia gli uomini, anzi! | di Laura Colombo
[>] Luisa Muraro: «Raccogliere la domanda di giustizia che viene dalle donne che hanno subito la violenza sessista»
[>] Post su Facebook di Tk Brambilla | di Tk
[>] «Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione | di Tk

7 pensieri riguardo “Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio”

  1. Mi sembra corretto puntualizzare, a proposito dell’affermazione di Sara Gandini “Se una donna accusa un uomo di Mp di violenza”, che tale affermazione non corrisponde del tutto a verità. C’è una donna che afferma di essere seguita da un centro antiviolenza. Ed è una cosa molto diversa, secondo me.

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  2. E’ vero il principio: «Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio».
    La tua obiezione pare voler introdurre un rinforzo, ma in realtà indebolisce il principio.
    Come se in assenza della citazione o della evocazione del pronunciamento di esperti, la parola della donna possa essere presa meno sul serio.

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  3. La mia obiezione intendeva sottolineare un problema un po’ più spinoso… La parola della donna in oggetto non è stata presa sul serio. Mi chiedo: questo non potrebbe mettere in discussione la validità del pronunciamento degli “esperti”?

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