Bertinotti liberal marxista per l’autonomia della politica

Bertinotti a TodiFausto Bertinotti è rappresentato dai giornali di destra come un comunista pentito: ammette il fallimento del comunismo e riconosce il primato del liberalismo. Simpatizzanti di sinistra linkano la notizia su FB e lo accusano di tradimento e opportunismo o gli danno del ritardatario e gli rinfacciano la caduta del governo Prodi.

Accuse inverosimili. Bertinotti ritirato dalla politica attiva nel 2008, ha 74 anni, è ormai oltre le dinamiche della carriera politica. Denigrare Bertinotti a sinistra, in difesa dei gloriosi simboli, è controproducente, perchè lo stesso Bertinotti è un simbolo come ultimo leader di rilievo del comunismo italiano e del tentativo di rifondarlo. Ascoltando tutta l’intervista al Festival di Todi e non solo gli estratti di Franco Bechis (Libero), si capisce che l’orientamento politico bertinottiano è immutato. Con qualche eccessiva concessione simbolica al suo interlocutore radicale.

L’Europa è ademocratica. Conta chi governa, non per cosa si governa. Destra e sinistra sono inesistenti: una volta al governo fanno la stessa politica ragionieristica dettata dalla troika europea. Succede anche nei paesi dove sono già soddisfatte le aspettative di governabilità dei nostri riformatori istituzionali. La reazione è il populismo e una nuova dialettica basso vs alto. In Europa la politica non è più un confronto tra progetti di società. Negli anni ’60 si riformava la scuola per dare l’istruzione ai figli degli operai, oggi si riforma la scuola per fare quadrare i conti e smaltire i precari. Questa Europa sanziona il deficit, ma non sanziona la disoccupazione e così dice quali sono i valori della sua civiltà: merce, concorrenza, competitività. Mentre la dignità della persona rimane un optional. Una civiltà si giudica dall’accessibilità dei diritti. Come spiegava Federico Caffé, economista riformista, il diritto al lavoro significa che lo stato è occupatore in ultima istanza. Keynes spiegava che invece di avere un disoccupato era meglio far scavare le buche e farle riempire il giorno dopo. Il sindacato è diventato un pezzo dello stato sociale. Ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, per farsi riconoscere come interlocutore istituzionale. Nel 1975, i salari italiani erano i più alti d’Europa, oggi sono i più bassi. Questo è il bilancio della concertazione. Così i lavoratori non riconoscono più il sindacato e alla fine non lo riconosce più neanche Palazzo Chigi.

Nel nuovo scenario del capitalismo finanziario globale, per Fausto Bertinotti, le culture storiche sono tutte sconfitte e devono perciò tornare a dialogare e a mescolarsi per riguadagnare l’autonomia della politica, in modo che la politica torni ad essere un potere che si misura con gli altri poteri. Qui però Bertinotti dichiara che la sua storia è stata più sconfitta delle altre, mentre la cultura liberale che ha sempre difeso i diritti dell’individuo, da tutto, dal potere economico, dallo stato, è più attrezzata per far ripartire un processo di liberazione. Invece l’altra grande tradizione, quella marxista, ha ritenuto che i diritti dell’individuo fossero comprimibili, che si potesse mettere la mordacchia al dissenso, se questo era utile alla causa. Nel dopoguerra tutta l’intellettualità europea era comunista e taceva sull’Urss, pur sapendo quello che vi capitava, per non togliere il mito alla classe operaia. Per esempio, Jean Paul Sartre.

Proletari di tutti i paesi uniteviDichiarazioni che conquistano l’attenzione mediatica e fanno arrabbiare i simpatizzanti. Per spiegarle, si possono fare ipotesi e illazioni. Strategia di comunicazione per non passare inosservato. Eccesso di galanteria nei confronti dei radicali. Volontà di mitigare la propria sconfitta politica nella più grande sconfitta storica del comunismo.

Tuttavia, le dichiarazioni ideologiche di Fausto Bertinotti sono condivisibili? Secondo me, così formulate no. Sono dichiarazioni che mettono a confronto liberalismo ideale e comunismo reale. Il primo valorizzato sul piano teorico, il secondo criticato sul piano storico. Danno l’impressione che la negazione dei diritti individuali e del dissenso sia un tratto costitutivo del marxismo. Viceversa che il liberalismo abbia difeso l’individuo da tutti i poteri, addirittura dal potere economico, come se il liberalismo fosse stato capace di andare oltre l’individuo astratto. Nel liberalismo elogiato da Bertinotti c’è molta proiezione marxista.

In origine, Karl Marx era un liberale, favorevole ai diritti civili e ai diritti politici, ad un certo punto della evoluzione del suo pensiero, ha ritenuto che tali diritti non costituissero una condizione sufficiente per la liberazione umana. Il borghese e il proletario anche se uguali di fronte alla legge dello stato, rimanevano profondamente diseguali nella società fondata sul modo di produzione capitalistico. Cosi il socialismo era il completamento del liberalismo, non la negazione. Il mescolamento era all’origine del marxismo, perchè il marxismo nasce salendo sulle spalle dei liberali. Nella stessa vicenda italiana, Palmiro Togliatti forma il gruppo dirigente del Partito Nuovo del dopoguerra, reclutando i rampolli delle più importanti famiglie liberali.

Il silenzio dell’intellettualità europea sull’Urss non era assediato dalla denuncia. Prima della guerra fredda, pure i liberali e gli Stati Uniti tacevano su quanto accadeva in Urss, durante i processi staliniani. Mentre la pianificazione sovietica era oggetto di studio e di emulazione. Non era complicità, era il prodotto di una valutazione su un paese considerato ancora arretrato e in transizione: non era tanto il comunismo, quanto la tradizione russa. Se negli anni ’80, abbiamo visto nell’Urss un sistema marcio, all’epoca era visto come un sistema acerbo. La principale risorsa contro il nazifascismo del presente. Che prometteva il futuro. Ed era questa promessa ad essere valorizzata, più che il fine giustificato dai mezzi. Ma già nel dopoguerra era solo questione di tempo. Venne il 1956.

Rosa-LuxemburgMarxismo e liberalismo sono state culture plurali. Se nel marxismo tanta parte ha avuto lo stalinismo, nel liberalismo tanta parte ha avuto il liberismo. Paolo Ferrero replica che lo stalinismo è stato la negazione del comunismo. Ha ragione, finché il ragionamento non diventa rimozione. C’è da chiedersi come il giudizio di insufficienza della libertà politica sia diventato un giudizio di irrilevanza in tanta parte del movimento comunista C’è da riconoscere che, parafrasando Rossana Rossanda a proposito delle Brigate rosse, anche lo stalinismo fa parte del nostro album di famiglia. Tuttavia, anche il liberalismo ha il suo album di famiglia. Fin troppo facile citare il colonialismo, l’imperialismo, l’appoggio ai fascismi, il maccartismo, i colpi di stato e le dittature militari sostenute in nome dell’anticomunismo, il Cile di Pinochet come laboratorio politico del liberismo. E non è solo storia del passato. Sarebbe imbarazzante spiegare ai detenuti di Guantanamo che per la cultura liberale i diritti dell’individuo sono incomprimibili. Le stesse tecnocrazie dell’Europa ademocratica a quale album di famiglia apparterrebbero? Se il liberalismo ha le risorse per sottoporre a critica dal suo punto di vista la propria storia, anche il marxismo, che in parte è già mescolanza di liberalismo e socialismo, possiede le sue risorse. L’embrione del futuro sistema sovietico, il partito bolscevico teorizzato nel Che fare di Lenin, fu infatti radicalmente criticato da Rosa Luxemburg e da Leone Trockij, proprio dal punto di vista della democrazia e della libertà. E Lenin era revisionista rispetto a Marx. Se un dirigente innominato (da Bertinotti) dice che la rivoluzione è verità, Gramsci dice che la verità è rivoluzionaria. Perchè dare maggior valore identitario alle deviazioni illiberali?

Il fallimento del comunismo è una tema evergreen. L’esercizio di una sepoltura permanente. Perchè, come scriveva Norberto Bobbio nel 1991, la sua fine non significa la fine dei problemi a cui egli ha tentato di dare una risposta. Peraltro il suo fallimento continua ad essere misurato sullo stesso terreno che gli è stato esiziale. Quello del farsi potere statuale ed identificarsi con tale potere. Il comunismo fallisce con l’ammainamento della bandiera rossa sul Cremlino. E Fausto Bertinotti parla della sconfitta del comunismo da quando perde la rappresentanza parlamentare. Se la presa del Palazzo d’Inverno, la presa del potere, non era la sua realizzazione, perchè la perdita del potere dovrebbe essere il suo fallimento? Semmai una opportunità.

Oggi, il marxismo è un pensiero dissociato da stati e movimenti politici rilevanti. Che mantiene una sua attualità almeno in ordine a quattro punti. 1) La transitorietà del capitalismo: è solo una fase dello sviluppo storico, un sistema che non c’era e non ci sarà, non un sistema naturale e permanente. 2) L’instabilità del capitalismo: sviluppa contraddizioni, crisi, che richiedono una trasformazione di base. 3) L’avversione alla povertà e alle diseguaglianze all’ingiustizia sociale. 4) L’utopia, la fiducia, che in qualche modo sia possibile una società futura migliore. (cfr. Eric Hobsbawm 2011)

Francia Ghigliottina e testa di Olympe de GougesDunque, marxismo autosufficiente? No, gli manca qualcosa, forse molto, ma non è dai liberali che può ricevere nuova linfa, quella già la possiede fin dalle origini e l’ha più volte riacquisita strada facendo. Il tema della coniugazione tra eguaglianza e libertà è il tema in cui sono cresciute tutte le generazioni comuniste tuttora contemporanee. E’ il tema della Rifondazione, dell’Eurocomunismo, del Partito Nuovo e della democrazia progressiva.

Tra i ritorni alle origini per rivisitare le grandi culture, le grandi visioni del mondo, c’è un’altra possibilità. Si insiste nel ricercare, rivisitare e rielaborare entro i tre soli lati di un triangolo, cristianesimo, liberalismo, socialismo, immaginando che se uno non va bene, allora va bene l’altro, o una sintesi dei due, o una sintesi dei tre. Ma c’è un altro importante pensiero, che non ha mai fatto insurrezioni, non ha mai vinto le elezioni, eppure ha cambiato il mondo. Marx pose al liberalismo astratto il tema materiale della diseguaglianza e della differenza sociale. Prima di lui Olympe de Gouges pose il tema della diseguaglianza e della differenza tra i sessi. Alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, rispose con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Tra i vinti giusti che possono risorgere, non ci sono solo vecchi patriarchi.

Riferimenti:
[>] I vinti giusti: un certo sguardo sul futuro | Alessio Falconio intervista Fausto Bertinotti
[>] Intervista a Paolo Ferrero sulle dichiarazioni rese a Todi da Fausto Bertinotti sul comunismo
[>] La svolta di Bertinotti “Sono anche liberale e il Papa è un profeta” | Repubblica 05.09.2014
[>] Marxisti e liberali di tutto il mondo mescolatevi | Cronache del Garantista 24.09.2014

Argomenti correlati:
[>] Moretti, Bertinotti e la caduta di Prodi

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