L’umanità degli uomini violenti

Diteci se siamo dei mostri«Diteci se siamo dei mostri» Lo chiede un gruppo di detenuti condannati per reati di violenza sulle donne, stupratori e femminicidi. Gli dà voce il Fatto Quotidiano con un articolo di Ferruccio Sansa.

Il giornalista, oltre la soglia del carcere, è disorientato, vede immagini sdoppiate, non riesce a credere che quelle persone, già manager, artigiani, operai, davanti a lui in carne e ossa, dai modi franchi, gli occhi scuri, gli occhi azzurri, le mani curate, le dita affusolate, disegnatori di boschi e fiori sui muri della cella, abbiano potuto violentare e uccidere. Il giornalista sente la sofferenza e il dolore di questi uomini nell’affrontare le loro responsabilità, nell’aver vissuto i momenti più duri, l’arresto, gli articoli sui giornali, la scoperta di essere capaci di compiere una violenza così terribile. Anche se meno terribile di quella di uno stragista, che di donne con una sola bomba ne ha uccise ben di più: il giornalista percepisce la loro gratitudine, per essere lì a parlare con loro, perchè questi uomini sono considerati i più infami tra i criminali dagli altri detenuti, forse perchè la forza misteriosa e tremenda del sesso li fa sembrare peggio.

I detenuti intervistati partecipano ad un percorso di recupero con una psicanalista, ammettono le proprie responsabilità e si raccontano senza reticenze e senza farsi sconti. Anche se a leggere l’articolo si nota poco. Nessuno sa come sia potuto accadere. Uno aveva voglia di primavera, uno si è sentito provocato, uno voleva punire quella che gli veniva dietro, uno ha avuto la moglie malata ed ha violentato la dipendente, uno è caduto nella trappola come capita anche ai politici, uno ha reagito ad una coltellata perchè lei, chissà come mai, ha ritenuto di doversi difendere in quel modo. Ma quei gesti non li riflettono, sono come buchi neri, capivano quel che succedeva, ma non riuscivano a fermarsi. Dentro di sé vedono il male, ma anche il bene, non sono cattivi, non meritano di essere condannati a vita.

Sono dei mostri? La domanda è manipolatoria. Fa leva sul senso di colpa di chi è chiamato a giudicare. Se dai una risposta diversa dal no sei demonizzante. Un giustiziere che se ne tira fuori, se sei un uomo. Una vendicativa, rancorosa, priva di comprensione e di pietà, se sei una donna. Certo che no, nessuno è un mostro. Neanche i terroristi, gli stragisti, i lapidatori talebani, gli sgozzatori dell’Isis, neppure i nazisti di Auschwitz, Buchenwald, Dachau. E’ una risposta ovvia e banale, perchè fartela dire? La loro umanità non è forse riconosciuta? Nessuno li ha linciati, torturati, condannati a morte. Hanno avuto un processo, il diritto alla difesa, una sentenza ad una pena finita, con sentenza motivata, a cui possono fare appello. Hanno accesso a corsi di recupero e forse a pene alternative.

Tutte cose a cui sono favorevole. Come, immagino, molti lettori del Fatto. Dunque, cosa vuole comunicarci l’articolo, cosa ci chiede? Vuole persuaderci ad approvare un’amnistia, un indulto, ad essere garantisti? Eppure è il giornale di Marco Travaglio, non quello di Piero Sansonetti. Infatti, non ci mostra l’umanità dei condannati per corruzione politica o per mafia. Ci mostra quella del femminicida. Perchè?

Le donne già riconoscono l’umanità dei violenti. Ne sono figlie, ne sono sorelle, li hanno per fidanzati, per mariti, per amici, per datori e colleghi di lavoro. Quasi mai li denunciano, tante volte li perdonano, credono alle loro promesse, ai loro pentimenti, gli offrono l’ennesima possibilità, andando incontro a nuove sofferenze, rischiando la pelle, talvolta rimettendoci la vita. Quell’ambivalenza, quell’umanità, è la trappola nella quale tante donne rimangono imprigionate. Ora, arriva un giornalista maschio a spiegare che quegli uomini sono ambivalenti, sono umani. Senza però spiegare che quell’ambivalenza, è da sempre uno dei meccanismi, forse il più efficace, attraverso cui la violenza e il dominio maschile si perpetuano.

A parte qualche giustiziere di circostanza, magari dietro le sbarre anche lui, gli uomini dal canto loro sono fin troppo comprensivi. Comprensivi sono gli amici, come emerge dai racconti, per i quali il 90 per cento degli uomini, nelle stesse circostanze, se provocati, agirebbero allo stesso modo, e come leggiamo nell’articolo, lei provoca, lei ci sta, lei viene dietro, lei si difende sconsideratamente. Comprensivi sono i giornalisti che ogni volta ci raccontano che lui era una brava persona, normale come tanti altri, divenuto fragile, depresso, geloso, sotto stress per uno sfratto, un licenziamento, un fallimento, ha avuto un raptus di follia, al culmine di una lite, poichè lei gli ha fatto qualcosa e lui ha reagito, è così si è rovinato la vita. La sua.

Il quadretto dei racconti dei detenuti per violenza, non è diverso dai tanti resoconti di cronaca, dove lui violenta o uccide lei, raccontati dal punto di vista di lui, che per lui suscitano incredulità, comprensione, empatia. La violenza scissa dall’autore. La violenza agisce l’autore. L’autore scisso in se stesso: una parte violenta e una parte stupita che contempla la propria violenza. Il suo vero io ovviamente è la parte contemplatrice. Nulla è raccontato sugli atteggiamenti, sui comportamenti, sui maltrattamenti che precedono il gesto estremo, rappresentato come un atto folle e solitario, che irrompe sorprendente nel contesto di una vita normale e tranquilla. Nulla è raccontato sulla concezione della donna che alberga nella mente di questi uomini. Nulla si iscrive nella diseguaglianza del rapporto sociale tra i sessi, di cui la violenza di genere è espressione e funzione. Il giornalista vede solo la forza misteriosa del sesso che ci fa esagerare l’infamia di questi reati. Il femminicidio, mai nominato nell’articolo, un reato a sfondo sessuale?

Uno stragista può avere ucciso più donne e più bambini di un femminicida. Ma evidenziarlo, ammesso sia corretto fare paragoni e stabilire graduatorie, finisce solo per sminuire e relativizzare la violenza sulle donne. Il terrorista, il mafioso, il criminale comune non uccide le donne perché si sottraggono al loro ruolo di genere. Non uccide persone da lui dipendenti affettivamente o economicamente. La violenza maschile da quella fonte proviene. Da uomini a cui le vittime sono legate negli affetti, in cui hanno riposto fiducia, a cui si sono rese, almeno in parte, dipendenti e vulnerabili. Una violenza che non è solo un fatto episodico per quanto grave e drammatico, ma un intero contesto di relazione e convivenza. Che spesso e volentieri, operatori della giustizia, della sanità, dell’informazione, scambiano per conflitto. Un conflitto durante il quale, ad un certo punto, lui misteriorsamente, solo per un attimo fatale si fa mostro. Prima è normale, poi torna normale.

11 pensieri riguardo “L’umanità degli uomini violenti”

  1. mostri? Sono uomini che hanno commesso qualcosa di orrendo e devono pagarne il prezzo e assumersene la responsabilità

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  2. vogliamo eliminare la parola mostro? non c’è problema si tratta comunque di delinquente con istinti animaleschi, privo di controllo e di valori . Potremmo continuare, poi si parla di “normale” ma una persona che considera proprietà il/la proprio/a compagno/a , che ritiene di poter decidere le sue scelte, impossessarsi della sua vita è normale: la parola è ambigua, lo so, ma per avere un parametro cerchiamo di adeguarci al senso comune, alle norme sociali che non sono poi tutte da buttare alle ortiche perché bene o male dobbiamo convivere e delle dritte ci occorrono. Mi fermo a riflessioni terra terra ma l’articolo mi ha sconcertato e richiederebbe ben altre riflessioni, me ne rendo conto.

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  3. Caro Paolo, Massimo (altri lettori eventuali) la responsabilità dovrebbe assumersela la Società (lo Stato) che non fa nulla per evitare che altri uomini (bambini) e altre donne (bambine) crescano condizionati e condizionate da una cultura (rigida, ottusa, repressiva) che produce vittime e carnefici come automobili su una catena di montaggio. Ricordo sempre una splendida foto-pubblicità di Toscani in cui bambina e bambino venivano proiettati nel loro possibile e tragico futuro di vittima e carnefice. E’ là che va fermata la violenza. Questo è il messaggio.

    La psicoanalisi insegna da decenni (molti) quali siano le origini della violenza. E quella che scatta all’interno della relazione sessuale M/F (non chiamiamola “violenza domestica” perché quando è tale è sempre “a matrice sessuale”) è tra le più facili da comprendere, individuare, bloccare, prevenire. Ma questa società preferisce addossare la colpa alla sovraesposizione sessuale di corpi che passa attraverso i media, la pubblicità, il divertimento pornografico, il cinema e pure la musica. E’ una società protezionista, tendenzialmente proibizionista, puritana, sessuofobico-reazionaria che finirà per far innalzare il tasso di violenza M/F invece che abbassarlo. Prova ne è che di queste cose non se ne può più parlare liberamente e criticamente neanche su noti blog che da alcuni anni, spesso anche se non sistematicamente, trattavano l’argomento.

    La violenza sessuale – più di ogni altra – fa paura, spaventa, inibisce intellettualmente e criticamente, perché ne coviamo un poco tutti quanti, uomini e donne. Perché troppo spesso confondiamo la pulsione sessuale con la pulsione alla violenza, la carica erotica con quella di sopraffazione, la dominazione con l’annientamento. La sottomissione con la debolezza. Il gioco con la morte.

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  4. sul fatto che questa società tende ad addossare la colpa a cose che non c’entrano niente (e ne hai brillantemente elencate alcune) concordo con te

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  5. ..si parla di società che genera mostri,di corpi sovraesposti…di sesso buttato in faccia per vendere la qualunque..ma un anima questi mostri ce l’hanno? non diamo responsabilità sempre alla collettività,quando si commettono questi orrori è il singolo che decide l’azione,non la società!
    d’accordo con una ripresa dei valori,perché no anche del pudore ,smettiamola con la mercificazione dei corpi ma ciascuno si prenda le proprie responsabilità..siamo in miliardi a vivere questa società ma non tutti cediamo alla violenza! smettiamola invece di rendere giustificato tutto,anche l’illecito..!

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  6. Questa, scusa, è una sonora stupidaggine. Come possiamo pretendere umanità da, che ne so, un serial killer? Se uno fa a pezzi le donne (o chiunque) e poi ne sotterra i resti in giardino, oppure se li mangia a colazione, oppure, come mostrato in alcuni film horror, con la loro pelle ci ricava maschere rituali, a questo individuo andiamo a chiedere umanità, senso etico, responsabilità???

    Uno stupratore, un molestatore, uno che a spedito al pronto soccorso la propria donna, credete sia in grado di spiegarci perché l’ha fatto? Forse dopo anni di psicoanalisi. Forse. La psiche devastata in tenerà età – è provato – produce quelli che poi noi chiamiamo mostri. Non c’è un solo massacratore di umani, donne e bambini se volete, che non abbia subito traumi devastanti nell’età dello sviluppo. Quando dico che non c’è significa che la storia non è ha ancora individuato uno, né maschio, né femmina.

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  7. Ho letto di questo argomento, delle possibili, presunte violenze subite nell’infanzia dai criminali sessuali, in un libro di Anna C. Salter (2009). Lei ne parla a proposito dei pedofili, ma credo possa valere anche per gli altri.

    «Gli studi che riscontrano un’alta percentuale di pedofili tra le ex vittime di violenza sessuale si basano quasi sempre su resoconti personali. (…). Le dichiarazioni dei pedofili sono di validità dubbia, soprattutto quando è in gioco l’interesse personale. In tema di menzogne, l’unica regola che abbia mai trovato riscontro nei criminali sessuali è questa: se mentire vale la pena per la tutela del reo, e se questi può farlo senza essere scoperto, mentirà senz’altro.
    Quello della violenza subita da piccoli è diventato un pretesto per giustificare le violenze sui minori. Il pedofilo che afferma di essere stato lui stesso vittima diviene quasi meno “mostro” di uno che non lo è stato, guadagnandone in termini di solidarietà e sostegno. Di conseguenza, che valore possono avere le dichiarazioni dei criminali sessuali sugli abusi subiti in passato, se sono rese nel loro stesso interesse?
    Sono pochi gli studi sull’argomento che si sono avvalsi di valutazioni oggettive, ottenendo peraltro risultati molto discordi. (…)
    In una serie di tre studi, i pedofili che affermavano di essere stati violentati da piccoli erano il 67, 65 e 61 per cento, senza la minaccia del test della verità. Con questa macchina, le stesse percentuali scendevano al 29, 32, e 30 per cento.
    Eppure il concetto che quasi tutti i pedofili sono vittime si è diffuso nel campo degli abusi sessuali ed è stranamente rassicurante per gran parte dei professionisti del settore. In primo luogo, dà un senso al comportamento dei pedofili e, allo stesso tempo, consente alla gente di provare dispiacere per loro. Ricordo ancora una vignetta nella quale c’è un uomo steso per strada che è stato appena picchiato brutalmente. Due assistenti sociali sono in piedi che lo guardano dall’alto e uno dice: “Chi arriva a fare una cosa del genere ha davvero bisogno di aiuto!”»

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  8. a prescindere dai traumi che un criminale sessuale ha o non ha subito nell’infanzia la responsabilità personale non è messa in dubbio

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  9. non pretendo umanità da loro e loro non né chiedano a me..non riuscirei a perdonare,no,non proprio!in un caso come quelli descritti ( stupro ,violenza,pedofilia,omicidio) non sarei in grado di offrire perdono o pietà a nessuno,sarò dura ma sono onesta!
    Davanti a chi abusa dei bambini ad esempio,quale pietà?? per me pedofili e stupratori andrebbero alla sbarra con l’accusa di omicidio,entrambi uccidono,chi la purezza e l’ingenuità di un bambino ,chi la serenità e l’intimo di una donna..ripeto ,non uso filtri o maschere di perbenismo

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  10. Spiacente, ma l’ideologia spiccia che associa violenza subita nell’infanzia con sconto di pena per il futuro possibile criminale è un aspetto delirante e subdolo del sistema giuridico-penale trasformatosi via via in fastidio collettivo per la verità psicoanalitica. Se stupro pago per lo stupro in termini di pena e rieducazione. Se questo non succede il problema è del sistema di giustizia e nella società/stato che lo produce attraverso le sue leggi. Dunque è un problema di cultura. Nello specifico di cultura anche psicoanalitica.

    Lo studio della psicoanalisi serve, infatti, a spiegare perché si diventa stupratori. E la sua finalità è evidente fin dall’inizio del secolo scorso: rendere il mondo migliore. La psicoanalisi serve a spiegare che non si nasce stupratori, pedofili o assassini seriali. Non serve, come i detrattori della stessa fanno da decenni, per rendere più facile lo sconto di pena ai criminali, né, tantomeno, per impietosire l’opinione pubblica o fomentare moti di solidarietà nei confronti dei responsabili di atti di violenza sessuale.

    Potrei citare a mia volte pagine mirabili di Alice Miller (per rimanere tra le più accessibili studiose del fenomeno degli abusi infantili), ma preferisco che ognuno legga per conto proprio.

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