L’addio al «posto fisso»

statuto dei lavoratoriLe battute digitali della Leopolda sono state recitate sullo sfondo di una proclamazione: l’addio al posto fisso. Una novità consumata. Sul web è stata facilmente trovata la proclamazione di un precursore. Ai tempi delle musicassette (l’interregno tra il vinile e il cd) andava di moda «la classe operaia non esiste più». Poteva riferirsi alla riduzione del numero degli operai o al venir meno della percezione di se stessa come entità collettiva. Dai sondaggi risultava che molti lavoratori dipendenti si sentivano ceto medio. Erano i tempi in cui si tagliava la scala mobile e ci si avviava ad abolirla, per sottomettere la crescita del salario al vincolo di una inflazione programmata al ribasso. Poi sarebbe toccato alle pensioni, con un balzo all’indietro di un lustro: il ritorno al vecchio sistema contributivo.

Affermare che «la classe operaia non esiste più», rivolgendosi ai nostalgici di allora, voleva dire che non esisteva più un soggetto della trasformazione, quella classe che liberando se stessa libera l’intera umanità, il soggetto egemone che alleava a sé gli studenti e gli altri movimenti sociali. Tutelarne le condizioni materiali di vita, orario e salario, non aveva più valore progressivo. Se era giusto, non era vincente. Dunque, non aveva più senso essere ancora il partito di quella classe condannata all’estinzione, bisognava guardare ai ceti emergenti, ai ceti medi, ai lavoratori del terziario, agli imprenditori illuminati. In fondo, era la strategia togliattiana delle alleanze sociali che continuava a svilupparsi, si trattava solo di lasciar perdere il nucleo originario, che sarebbe stato sempre più residuale. In realtà i lavoratori industriali sono rimasti ad essere milioni. A tutt’oggi, la Cgil è capace di portare in piazza un milione di persone.

Ai tempi del cd, quello ancora a strato unico, si aggiunse alla dichiarazione di estinzione della classe operaia, quella del posto fisso. Anche se la prima legge sulla flessibilità è considerata il pacchetto Treu del 1997, a quell’anno circa un quinto della popolazione lavorativa cambiava posto ogni anno. Una percentuale inferiore solo al turn over della Gran Bretagna thatcheriana. Esistevano già il contratto di formazione lavoro (dal 1984) e il contratto a tempo determinato. Ma il mercato del lavoro italiano era ugualmente rappresentato come il più rigido del mondo. All’incirca come accade oggi, nonostante tutte le deregolamentazioni e la selva di contratti precari da tempo in vigore.

Il senso de «il posto fisso non esiste più» è che non importa se, come, quando, perchè ti licenziano. Tanto in un modo o nell’altro succede o può succedere. Bisogna rassegnarsi e trovarsi un altro lavoro. Nel frattempo, lo stato ti aiuta con un sussidio e con la formazione. A te può piacere anche di più, perchè così non ti annoi a fare sempre le stesse cose. Ma la protezione dello stato è di là da venire, quasi neanche attesa, mentre i licenziamenti e la loro liberalizzazione sono già avvenuti e continuano ad allargarsi. Ed è proprio in una simile situazione che si afferma il «mito del posto fisso». Non è mentalità, è il legittimo desiderio di ciò che manca, di ciò che può risolvere la vita.

statuto dei lavoratori 1

La flessibilità del lavoro è un rapporto di potere. Con poco lavoro, sono i padroni a scegliere i lavoratori e a poterli sostituire a piacimento. Con tanto lavoro, possono essere i lavoratori a scegliere i padroni. La politica che dice addio al posto fisso è una politica che pensa di collocarsi per un tempo indeterminato in una fase di disoccupazione strutturale di massa, nella quale i padroni scelgono e i lavoratori fanno il turnover o rimangono esclusi.

Peggio, è una politica che vuole sancire anche sul piano simbolico il fatto che il precariato è la norma, la stabilità l’eccezione. E questa non è una scelta che dipende solo dalla constatazione dei numeri. Dipende da una idea di civiltà del lavoro. Il numero dei flirt, dei fidanzamenti finiti con una rottura, delle convinvenze, delle separazioni e dei divorzi, non ci portano a proclamare l’addio al matrimonio e alla famiglia fondata sul matrimonio. Anche chi vuole il riconoscimento di altre forme di unione non ci tiene a sancire la fine della famiglia tradizionale. Al contrario, i conservatori ci tengono a stabilire che quel vincolo è il vincolo normale, gli altri quale che sia la loro quantità, sono l’eccezione. Parte degli stessi consevatori, la Confindustria, il governo, il nuovo riformismo di sinistra, ci tiene ad affermare che il posto fisso è il vero rapporto atipico. Ci tiene, proprio sul piano simbolico. E lo vanta come prova di modernità.

Senonché, il posto fisso, la stabilità del posto di lavoro, quanto meno assunta come impegno, come diritto al lavoro – anche se non sempre garantita, perchè sono sempre esistiti i licenziamenti, la disciplina dei licenziamenti – aveva la funzione di garantire il lavoratore dai periodi di crisi. Non era una tutela parassitaria, perchè il corrispettivo era un salario relativamente basso nei tempi di crescita dei profitti, un salario sufficiente alla sopravvivenza o ad una esistenza dignitosa. Il modello della precarietà, tra le sue distorsioni, ha anche questa: pretende che il lavoratore partecipi al rischio di impresa, perdendo il posto quando le cose vanno male, senza farlo partecipare alla redistribuzione dei profitti quando le cose vanno bene. I licenziamenti facili in tempi di crisi, possono alternarsi a salari di migliaia di euro al mese in tempi di profitti, non ai soliti vecchi salari, anche meno, della vecchia fabbrica fordista. Il modello del posto fisso era un compromesso: bassi salari in cambio di stabilità. Un sistema che si reggeva su due gambe. Il nuovo modello pensato alla Leopolda su cosa si regge? Al momento si intravvede solo la sostituzione di una gamba con il progetto di una improbabile stampella.

One thought on “L’addio al «posto fisso»”

  1. trovo arrogante uno che dice (giustamente!) che ‘il posto fisso non c’è più’ e, nel contempo, afferma che vuole tenersi il suo sino al 2023 !!!!!
    della serie: armiamoci e partite

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