D’Alema, il peggiore?

Massimo D'Alema Otto e mezzoSeguo la televisione solo su YouTube. Ieri ho ascoltato Massimo D’Alema intervistato da Lillì Gruber a Otto e mezzo. Ospite anche Beppe Severgnini. Riassumo a memoria.

D’Alema dice: se Juncker risulterà colpevole di aver fatto accordi illeciti con alcune imprese e banche nazionali nel suo ruolo di primo ministro del Lussemburgo – un paradiso fiscale – dovrà lasciare la presidenza della commissione europea, l’organismo che su quegli accordi indaga. Una posizione garantista, meno netta di quella espressa da Severgnini: per una questione di opportunità Juncker deve dimettersi subito, l’Europa non può permettersi una presidenza debole. Molti politici italiani sono refrattari nel riconoscere che il piano dell’opportunità è diverso dal piano giudiziario, che un leader politico tanto più ha responsabilità, tanto più dev’essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto.

Il fatto è che in Italia la corruzione è endemica e periodicamente tanti politici e amministratori sono raggiunti da avvisi di garanzia. In questa condizione, se preso alla lettera, il principio di opportunità può decimare ogni lustro una intera classe politica, come successe nel 1992 ai tempi di Tangentopoli. Tra il 2010 e il 2012, circa un centinaio di amministratori del PD sono finiti sotto inchiesta. Di essi, parecchi sono stati identificati dalla stampa come dalemiani. In modo del tutto arbitrario, a dire di D’Alema, poiché i dalemiani non esistono, una corrente lui non l’avrebbe mai avuta. Questo può spiegare la sua ritrosia, ma credo un altro politico al suo posto avrebbe esitato nello stesso modo. Nessuno ha chiesto le dimissioni di Juncker. Ci siamo tenuti il conflitto d’interessi in Italia, non andiamo a combatterlo in Europa.

Renzi ha polemizzato con Juncker solo per dire che è il capo dei burocrati di Bruxelles. D’Alema lo ha corretto. La polemica contro i burocrati è retorica, la burocrazia ce l’abbiamo anche noi. Il punto è che a Bruxelles sono in maggioranza conservatori e continuano a sostenere una politica di austerità. C’è da prendersela con un indirizzo politico, con i politici, non con i funzionari. Secondo D’Alema, la caduta del muro di Berlino è stata una liberazione per la sinistra, le ha permesso di deidentificarsi dalle dittature comuniste e di proporsi in un sistema di alternanza come forza di governo. Matteo Renzi non è il punto di arrivo dell’evoluzione della sinistra, ma soltanto un episodio. Il suo governo si affida molto all’ottimismo della parole, è molto confrontazionale, trova un nemico al giorno con cui litigare, ma i fatti continuano ad essere negativi. Cala la produzione industriale, diminuisce il potere d’acquisto dei salari. Il governo dovrebbe investire risorse per lo sviluppo e il rilancio della domanda interna. L’innamoramento del paese per Renzi somiglia ad altri innamoramenti del passato, che sono poi stati seguiti da rapide fasi di disamore. Se le aspettative saranno deluse, può succedere ancora. La sinistra non è smobilitata e saprà dare prova di maggiore combattività. Oggi prevale la responsabilità. Sul piano dell’affidabilità, quella tra Renzi e Berlusconi è una bella gara. Il patto del Nazzareno non abolisce il senato, lo fa eleggere dai consigli regionali, mentre la camera viene nominata dai capi di partito, invece bisogna restituire la sovranità ai cittadini. Il presidente della repubblica dovrà eleggerlo il parlamento, non un patto tra due leader. Sono maturi i tempi per eleggere una donna (però è Laura Boldrini ad essere d’accordo con lui). Non è candidato e ricorda il suo contributo all’elezione di Ciampi e Napolitano, secondo un criterio di interesse generale.

Gli interventi di D’Alema sono puntualmente contestati dai renziani, ma anche da molti antirenziani. In genere, tra battute, insulti e sberleffi. Il merito di quel che dice è semplicemente ignorato. Lui non è l’alternativa, non si può tornare indietro. Tuttavia, tanta acrimonia è sproporzionata, non viene dedicata ad altri, a Bersani, Fassino, Chiamparino, Veltroni. Anzi, Veltroni è ben visto come possibile candidato al Quirinale.

Massimo D'Alema Otto e mezzo 3Somiglia ad un maresciallo dei carabinieri, diceva Alba Parietti. Pare che D’Alema sia considerato antipatico, egocentrico, arrogante, spocchioso. In passato si è circondato di persone che, in effetti, sembrano avere queste caratteristiche, tipo Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino, personaggi oggi oscillanti tra destra e sinistra, secondo criteri di mercato. Attualmente renziani e molto critici nei confronti del loro ex leader. Velardi ha qualificato come quaraquaquà la minoranza dem e ha detto che se lo pagassero, l’opposizione a Renzi la farebbe lui come si deve. Rondolino è arrivato a paragonare D’Alema ad Ingrao. Un grande complimento, ma nel suo codice vuol soltanto dire che non fa più politica. Un modo più elegante di dargli del quaraquaquà. In una sua prima biografia, D’Alema disse che per avere successo sono molto importanti le persone con cui si sceglie di collaborare. Questi sono stati alcuni suoi collaboratori. Un’altro, dotato di più stile, fu l’economista Nicola Rossi, tra i primi a teorizzare la necessità di togliere ai padri per dare ai figli.

Personale politico e tratti caratteriali a parte, a D’Alema sono imputate soprattutto due cose. Una politica tendenzialmente compromissoria con Berlusconi (l’inciucio), la bicamerale, il freno sul conflitto d’interessi e l’aver preso il posto di Romano Prodi nel 1998, senza farsi eleggere. Cose che in fondo pratica lo stesso Renzi, sia pure da posizioni di maggior forza. Il Berlusconi di oggi è più debole di quello di ieri e Letta non è Prodi.

Nonostante tutto, a me Massimo D’Alema è umanamente simpatico. E’ stato segretario della Fgci, forse il pupillo di Berlinguer. Negli anni ’80 era la voce più affilata contro Bettino Craxi. Lo definirà inaffidabile in una intervista a Costanzo nel 1987. Come poi definirà Berlusconi. Come oggi definisce Renzi. Un po’ mi ricorda mio padre, ma anche tanti comunisti che ho conosciuto da ragazzo. Nella postura, nelle pose, nelle espressioni del volto, nei toni, nel modo di modulare la voce. Persone che nelle discussioni si sforzavano di apparire competenti, ragionevoli, giudiziose, responsabili. Dei piccoli Togliatti. C’era questa espressione che ricorreva nel loro eloquio: “il senso di responsabiltà”. Una visione sacrificale. Si rinuncia a qualcosa oggi per il bene di domani. La dolorosa necessità. C’è molto della tradizione comunista in questo atteggiamento. Non sono sicuro mi piaccia, però mi ispira un sentimento d’affetto, forse anche di tenerezza.

Quando il PCI cambiò il nome, mentre Occhetto e Petruccioli erano gioiosi e contenti, D’Alema aveva questo altro tono: è doloroso, ma dobbiamo farlo. Era il preferito dal fronte del no (Natta, Ingrao). Bisognava, diceva, rispettare il sentimento dei compagni. Quando Fabio Mussi sfotteva con la metafora del bambolotto di pezza, offendeva quel sentimento. Sul piano politico, le differenze sono meno marcate. La fine delle ideologie (che poi è la fine di una ideologia sola), ha trasformato la politica in una tecnica amministrativa. Il cambiamento non ha visto i comunisti trasformarsi in socialdemocratici o liberali, ha visto un ceto politico trasformarsi in un ceto di amministratori. Si compete, non per fare le cose giuste, per per farle nel modo giusto. Una cosa si può dire e si può fare, oppure si può contraddire e contrastare, in funzione del ruolo e del consenso. Da leader del partito tratti con Berlusconi, da oppositore interno critichi quella trattativa. Da leader entri in conflitto con il sindacato, da oppositore sostieni il sindacato. E via così.

Tutti i capi del partito, quando hanno avuto il timone in mano, hanno improntato il rapporto con la destra più alla convivenza che al conflitto. Hanno contrastato poco le leggi berlusconiane quando erano all’opposizione e non le hanno cancellate quando sono tornati al governo. Il filo conduttore dei tentativi di riforma istituzionale e elettorale è sempre stato un di più di governabilità e un di meno di rappresentanza, un procedere in direzione del presidenzialismo. Assunto questo valore, la sostituzione di un presidente del consiglio secondo la dinamica normale della repubblica parlamentare, appare un colpo di mano. Il limite di quell’operazione invece fu soltanto politico. Una rinegoziazione a destra con Cossiga, al posto di una a sinistra con Bertinotti.

Massimo D'Alema Otto e mezzo 5Quel che non si potrà, o almeno, quel che io non potrò mai perdonare a Massimo D’Alema è il non aver saputo garantire il diritto d’asilo a Abdullah Ocalan, capo del PKK autoesiliatosi in Italia nel novembre del 1998, per riconsegnarlo di fatto nelle mani della Turchia, dove continua a marcire ancora oggi nel carcere di Imrali. L’avere guidato la partecipazione dell’Italia alla guerra del Kosovo, con i bombardamenti sulla Serbia, bombardamenti occultati al parlamento. Tutto questo è irrimediabile. Come lo è l’aver assecondato e accompagnato una politica centrista, che pur mantenendo la retorica della sinistra, praticava i contenuti del neoliberismo (liberalizzazioni, privatizzazioni, precarizzazione, compressione dei salari). Non per conversione, adesione valoriale, convinzione. Ma solo perchè l’amministratore gestisce l’aria che tira. Un modo d’essere ora in linea con una tattica di logoramento e di attesa, nella prospettiva che l’illusione renziana diventi una delusione. Mentre la scissione, la ricostruzione di un partito di sinistra, richiederebbe un’altra visione, appunto una visione di sinistra, da cui la generazione di D’Alema si è liberata con la caduta del muro di Berlino.

Resta il ricordo di un buon ministro degli esteri. L’iniziativa sulla guerra in Libano nel 2006, la missione Unifil guidata dall’Italia, una posizione equilibrata nel conflitto mediorientale, una posizione che tiene presente la questione palestinese.

Così, nell’insieme, la sfiducia in questa voce di opposizione è pure tutta mia, anche se non sento il bisogno di esserne un detrattore. Non è la più stonata. E’ più autorevole di altre giovani voci alternative (Cuperlo, Fassina, Civati, Vendola). Se interviene in Direzione, la prima pagina è sua. Una rivista teorica la pubblica lui. Sa fare discorsi strutturati. Se anche si riducesse a produrre ed esportare vini, come fa in un vigneto in Umbria, ci sarebbe una voce in meno, ma non per questo si creerebbe la condizione e lo spazio per una alternativa autorevole in più. Almeno, finchè Maurizio Landini continua a dirigere la Fiom.

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