Ipocrita il governo, non la giornata contro la violenza

01-rapporto eures.EPSLa giornata contro la violenza sulle donne fa dibattere sulla violenza e fa dibattere sulla giornata. E’ inutile, è ipocrita, è marketing, è vittimizzazione della donna, sono alcune delle critiche più ricorrenti.

In verità, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è indetta dall’Assemblea generale dell’Onu il 17 dicembre 1999, la quale dal canto suo fa le raccomandazioni giuste e promuovere le convenzioni necessarie. Le Nazioni Unite ufficializzano la data del 25 novembre, scelta da un gruppo di attiviste femministe latinoamericane, in ricordo dell’assassinio delle tre sorelle Mirabal nel 1960, tre donne rivoluzionarie in lotta contro il regime dittatoriale di Santo Domingo. L’Onu invita i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG  a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.

In Italia solo dal 2005 alcuni centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata. Ma negli ultimi anni anche istituzioni e vari enti come Amnesty International festeggiano questa giornata attraverso iniziative politiche e culturali. Nel 2007 100.000 donne (40.000 secondo la questura) hanno manifestato a Roma “Contro la violenza sulle donne”, senza alcun patrocinio politico (…) Dal 2006 la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna promuove annualmente il Festival La Violenza Illustrata, unico festival nel panorama internazionale interamente dedicato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ormai centinaia di iniziative in tutta Italia vengono organizzate in occasione del 25 novembre per dire no alla violenza di genere in tutte le sue forme.

Ipocriti possono essere i governi che vi aderiscono, senza poi essere conseguenti sul piano legislativo ed esecutivo. Il nostro governo, in effetti, non ha ripristinato il ministero delle pari opportunità ed ha tagliato i fondi ai centri antiviolenza, nonostante i posti rifiugio siano pari ad un decimo del necessario. Ipocriti, possono essere i giornali che pubblicano analisi e dossier, ma poi continuano a raccontare le cronache di violenza e femminicidio in termini di raptus, gelosia, delitto passionale, sempre da un punto di vista attenuante e fatalista.

Tuttavia, per questa giornata del 2014 la tensione istituzionale sembra piuttosto bassa. Se c’è ipocrisia, ce n’è poca. Sarò disinformato, al momento ignoro in merito particolari iniziative e manifestazioni istituzionali o di partito, anche solo dichiarazioni del premier, di ministri e ministre, o di leader importanti. Forse dirà qualcosa il presidente della repubblica, di sicuro la presidente della Camera. La giornata mondiale contro la violenza sulle donne occupa qualche inserto, qualche articolo di analisi, ma non va in prima pagina. Fa un po’ discutere il rapporto Eures, che parla di aumento dei femminicidi in ambito familiare, che uccidono donne colpevoli di decidere, aumentano soprattutto nel centro e nel sud. Aumentano i matricidi dovuti a questioni economiche e alla più lunga permanenza dei figli in famiglia, in conseguenza della crisi. Mentre tra le persone intervistate nei sondaggi continua ad essere diffusa l’idea che la violenza domestica sia un fatto privato e che sia normale che un uomo geloso possa diventare violento.

Si invoca l’educazione al rispetto della differenza di genere fin dalla scuola di base. Ma questo presuppone insegnanti già educati e formati in tal senso. E poi implica un mondo nel quale quella educazione sia confermata e consolidata. Un mondo diverso da quello che nei rapporti quotidiani mantiene la donna in una posizione subordinata e di servizio rispetto all’uomo. Per cui, lui è il capofamiglia lei la casalinga. Lui il capoufficio lei la segretaria. Lui il docente universitario lei la maestra. Lui il dottore lei l’infermiera. Lui il direttore lei la donna delle pulizie. Lui il leader lei ladylike. Esistono molte eccezioni, esiste Samantha Cristofetti, la prima donna italiana nello spazio – oggetto sui social di questo genere di umorismo: [1] [2] [3] [4] [5] – tuttavia esiste la regola, la nostra prevalente esperienza quotidiana, che ci insegna in modo subliminale chi merita più rispetto e chi ne merita di meno.

Un paese pioniere nelle politiche di genere è la Svezia. Eppure, pochi giorni fa abbiamo letto la sorprendente notizia di un esperimento svolto proprio nel paese scandinavo. Simulata una scena di violenza, un ragazzo contro una ragazza in ascensore,  in presenza di altre persone. La simulazione è stata ripetuta ben cinquantatre volte prima di incontrare una persona che finalmente reagisse: una ragazza americana. I paesi scandinavi risultano essere altrettanto violenti, se non di più, dei paesi latini.

La questione dello stereotipo della donna vittima, a mio avviso, rimane controversa, per la doppia accezione del significato. Vittima come tratto del carattere (cioè debole, bisognosa di tutela) o vittima come condizione di chi ha subito un danno, un torto, un abuso, senza meritarlo. Nel momento in cui si tenta di superare uno stereotipo, quello della vittima, si rischia di resuscitare l’altro, quello della corresponsabile, accollato dal senso comune, per esempio, alla donna che non lascia il partner violento. La stessa idea che debole sia un difetto si collega ad un principio di corresponsabilità. Sei debole, è normale che qualcuno ne approfitti, stai attenta. In realtà, esistono anche le donne deboli. E allora?

Questa giornata continua in ogni caso ad essere una opportunità per promuovere eventi, iniziative, ricerche, riflessioni, manifestazioni e rappresentazioni teatrali. La prima misura di contrasto alla violenza è sottrarla alla dimensione privata, farne un tema di dominio pubblico. Se le istituzioni e media sono ipocriti o soltanto celebrativi, l’attivismo e l’associanismo autonomo possono fare di meglio, come già fanno da molti anni. Il limite forse più grande è che la violenza sulle donne, la violenza maschile sulle donne continui ad essere percepita come una questione femminile, un problema delle donne, salvo farsi avanti una paradossale idea di ascolto e aiuto per gli uomini violenti.

4 pensieri riguardo “Ipocrita il governo, non la giornata contro la violenza”

  1. Le questioni intorno alla VIOLENZA SULLE DONNE sono state ideologicamente piegate all’asservimento del potere reazionario dei governi. Tutte le battaglie femministe di un tempo si sono trasformate in un boomerang contro la stessa libertà delle donne. E’ talmente chiaro da non lasciare spazio a dubbi: è infatti la donna (dopo i bambini) il soggetto umano più abusato da tutte le culture repressive. Praticamente si potrebbe dire che chi parla di femminicidio oggi, ne parla in funzione della repressione dell’essere umano. Le eccezioni vengono ignorate. E questo conferma il clima fascista in cui stiamo rapidamente sprofondando.

    Troppo apocalittico? No. La realtà è sempre peggio dei peggiori pronostici.

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  2. In effetti, sembra una visione apocalittica, Con la differenza che l’apocalisse è comprensibile.
    Forse quel che è «talmente chiaro a tutti da non lasciare spazio a dubbi» andrebbe chiarito meglio.
    In che modo la lotta contro la violenza si ritorce(rebbe) contro la libertà delle donne? O favorirebbe «la repressione dell’essere umano»?

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  3. Guarda, lo scorso anno (2013!) lessi alcuni interventi critici abbastanza condivisibili che denunciavano il marketing crescente sul femminicidio e l’uso ideologico, reazionario (dunque repressivo), delle politiche a stampo patriarcale (dunque fascista).

    Cito questo frammento di APConcia che è il primo che recupero dal mio archivio (huffingtonpost 25nov2013):
    «Noi donne abbiamo un’attrazione fatale per il vittimismo. Le vittime esistono, non c’è dubbio e non lo nego. Ma il vittimismo è un ruolo, una condizione immutabile, una sorta di maledetto destino. Come se nascere donne fosse di per sé una sventura, e non fosse possibile sottrarsi. Ma il punto è quello che segue: non è vero. Oggi è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, e la rappresentazione della donne come vittime trionfa.

    Paradossalmente, oggi siamo festeggiate da molti nel ruolo di vittime. Picchiate, stuprate, con un occhio nero, un braccio al collo, morte, sepolte, compiante. Che alcuni uomini ribadiscano la nostra dannazione simbolica è quasi ovvio, è uno stratagemma – frusto, obsoleto – per mantenerci deboli, fragili, esseri da proteggere, da controllare, da tutelare, soggetti inferiori. Però non riesco più a sopportare che anche noi donne festeggiamo la nostra rappresentazione del ruolo di vittime.»
    ————————————-

    Che è poi l’immaginario denunciato decenni fa da uno studioso americano che pubblicò, anche in traduzione italiana, due mitici libri – probabilmente oggi sconosciuti ai più – sull’immaginario del femminile nella storia dell’arte tra ottocento e novecento, e i suoi collegamenti con le culture repressive e il fascismo americano: Idols of Perversity: Fantasies of Feminine Evil in Fin-de-siècle Culture (Oxford University Press, 1986)

    Certo. Non tutto è condivisibile (alcune teorie tendono alla paranoia), ma quello che denuncio io è invece la stagnazione nel pensiero intellettuale. Passano gli anni e la pubblica discussione su queste problematiche scivola sempre più nel trito e nel banale.

    Apocalitticamente parlando, direi che c’è un auto-annientamento in corso che unisce la sfera sessuale a quella intellettuale. Detto in parole ruspanti non trombiamo e non ragioniamo abbastanza e quanto lo facciamo lo facciamo da schifo (specie il sesso!). Questo spiega la mie simpatie-critiche (con annesse stroncature) per la Nappi… 🙂

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  4. La situazione precedente gli ultimi dieci anni era quella di un sostanziale silenzio sulla violenza. Nel silenzio la violenza si è sempre riprodotta.

    Oggi se ne parla, oltre le nicchia, a livello di base, mediatico, istituzionale. Se ne parla anche male, si fanno errori, si banalizza, si ripropongono nel parlarne gli schemi che possono favorire la riproduzione della violenza.

    Mentre il silenzio è solo silenzio ed è incorreggibile, il discorso pubblico si può criticare e correggere.

    Così, nonostante l’insoddisfazione, credo sia meglio adesso.

    Penso però, la critica andrebbe meglio precisata, specie intorno al discorso vittime/vittimismo.

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