Il sessismo peggiore è quello che ha studiato

Michela Murgiadi Michela Murgia

Il sessismo peggiore è quello che ha studiato, perché ha la pretesa di apparire critica politica, colto contropensiero e provocazione culturale. A praticarlo è chi ritiene le donne degne di rispetto solo fino a quando la pensano nel suo stesso modo. E’ facile da riconoscere: quando una donna diventa avversaria, per il sessista il dissenso si sposta dal pensiero della persona alla persona stessa. Riappare allora come per magia l’armamentario linguistico machista, la riduzione dell’altra al suo corpo e quell’uso iconografico degli aggettivi insultanti che tanto bene abbiamo imparato a riconoscere sin dalla terza media. Tornano i diminutivi, i vezzeggiativi, le allusioni. Scemina, signorina, biondina, Concitina. Tornano parole come gnocca, culona, cesso, figa, bonazza, starnazzante, senza testa, intrombabile o meritevole di due colpi (tutte citazioni recenti, per chi ha buona memoria). La sostanza non cambia, però fa sorridere la pretesa puerile che lo stesso lessico che il sessista ignorante usa al bar con gli amici diventi legittimo e financo valevole se a usarlo è un sessista laureato nell’esercizio presunto del pensiero riflessivo.
Il sessismo è praticato trasversalmente a destra e a sinistra da uomini e da donne, ma l’ambizione di essere qualcosa più che sessismo si manifesta solo a sinistra. L’ho vissuto sulla mia pelle da parte di persone che in campagna elettorale mi hanno criticata usando come argomenti di dissenso il mio peso, il mio aspetto, il mio abbigliamento e tutte le declinazioni del mio essere donna prima che politica. Non è sorprendente che molte di quelle persone le abbia poi reincontrate in piazza a scandire convintamente gli slogan d’ordinanza contro la violenza alle donne.
La verità, molto banalmente, è che la sinistra è piena di gente che sta cercando di restare sessista senza doversi vergognare.
La verità, altrettanto banalmente, è che vi si riconosce comunque, anche quando vi parate le terga dietro la pretesa di far critica politica sul corpo delle donne.
Sul piano liquido di queste due verità succede che un sociologo cagliaritano e una ministra renziana basculino miseramente sulla stessa barca.

Riferimenti:
Status di Kelledda Murgia Marongiu
La figa al potere: un disastro sociale – Marco Zurru

13 pensieri su “Il sessismo peggiore è quello che ha studiato”

  1. Ha perfettamente ragione, e mentre ci si aspetta che quelli di destra siano sessisti, è deprimente vedere che i commenti agli articoli sulle donne del Fatto Quotidiano sono in gran parte simili a quelli su Libero. Su altri temi no, ma quando si parla di donne le differenze si assotigliano, con qualche lodevole eccezione. Mi ricordo il commento di uno che, a proposito di pubblicità con la solita donna sexy, scrisse “il corpo della donna è bello e io ho diritto a vederlo. Punto.”. Autocratico e che non ha capito niente. Per fortuna tanti uomini sono stanchi della vecchia mentalità e per esempio al mio gruppo FB “La pubblicità sessista offende tutti” se ne sono iscritti circa 300. Cambieremo anche noi, come nel resto d’Europa, ci vorrà tempo ma ci arriveremo!

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  2. Non una grande notizia che sul FattoQ appaiano commenti di basso profilo, sessisti e anche razzisti (oltre ad un sacco di altre stronzate megagalattiche). Basta peraltro leggere i post dei blogger che scrivono su detto giornale per rendersi conto del basso livello generale. Perché mai i commenti dovrebbero essere migliori? (cosa che saltuariamente peraltro capita…).

    Ora, ammettendo che il discorso di Murgia sia invece di alto profilo culturale, mi chiedo cosa stia a significare una invettiva, peraltro di parte (le donne non usano turpiloquio genitale?) contro un linguaggio metaforico che faccia uso di sinonimi di organi e attività sessuali. Che forse lo “scopare ” messo in bocca alla Kidman da Kubrick nel suo ultimo film sia “sessista”? Lo è l’intero film che mette in scena “donne bellissime” e disponibili all’attività sessuale? Fu sessista Carmelo Bene quando diete della “sciocchina” ad una petulante e saccente giovane donna bionda (“biondina” ndr) in una mitica puntata del CostanzoShow?

    Ma non divaghiamo. Citiamo un altro post citato dallo stesso Lizzi (vedi link qua sopra): LA FIGA AL POTERE. Ora, è sessista usare il termine “figa” per individuare criticamente e sarcasticamente il potere della seduzione femminile che entra in politica e come tale diventa un’arma delirante nelle mani di alcune donne? Assolutamente no. Storicamente ricordo il caso Nilde Iotti, sempre citata appunto per la sua eleganza e avvenenza (ma non è che questo citare mettesse in ombra le altre sue doti umane). Nonostante il suo equilibrio e intelligenza si narra che al suo ingresso in politica venne stroncata appunto sostenendo che facesse uso della sua seduttività sui maschi del tempo. Sembra una vecchia piaga sociale tipica delle culture sessuofobiche e puritane.

    In sostanza non si riesce ad accettare il sesso come componente fondamentale dell’essere umano. Ci hanno abituato a castrarlo fino all’annullamento totale, specie quando si praticano certe professioni. Se la FIGA sale al potere, ci faremo i conti, anzi speriamo ci salga anche “il figo”. Dovrei dire CAZZO, ma com’è noto, il “cazzo” è quasi sempre epiteto svalutante, da qui le tante “teste di cazzo”, “non capisci un cazzo”, “spara cazzate”, etc., fino ad arrivare al paradossale “cazzone” che rimane definizione sommamente conflittuale, contenendo in sé la dicotomia esemplare del rifiuto puritano che deride da un lato e il desiderio inconscio per il grande fallo dall’altro. Sia chiaro, desiderio comune a donne e uomini.

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  3. Anche l’acqua è una componente fondamentale dell’essere umano.
    Però, se ordino un caffé e mi portano un bicchiere d’acqua, lo rifiuto.
    Poi arriva Luzy e mi dice che mi perdo in un bicchier d’acqua o che ho la fobia dell’acqua come i gatti.

    E’ una questione di pertinenza.

    Nel caso del sesso, l’impertinenza maschile ha uno scopo sminuente e offensivo.
    Un modo per ottenere ragione e rimettere le donne al loro posto.

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  4. mi pare ovvio che il film di kubrick non è sessista come non sono razzisti i film di Tarantino (che pure hanno suscitato qualche polemica vedi la querelle con Spike Lee, comunque Samuel l. Jackson difese Tarantino) colmi di epiteti razziali e turpiloquio di vario tipo.
    Le singole parole anche le più turpi di per sè non sono offensive di per sè, dipende dal contesto

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  5. Non rispondi sul merito, ovviamente, perché la vostra è propaganda, e come tale necessita solo ribadire sinteticamente e acriticamente che scrivere “la figa al potere” sia un colpo basso a tutte le donne, e come tale da condannare (forse punire?), appunto acriticamente (non è un caso se Murgia tempo fa si fece tra le più accaniti promotrici alla censura nei confronti dei testi di un neanche tanto noto rapper italiano).

    La metafora sessuale è una forma di espressione e come tale può essere una sottolineatura critico-sarcastica per quelle donne che usano “la figa” per salire al potere. L’uomo non usa “il cazzo” per salire al potere perché i sistemi di forza M vs F agiscono culturalmente su stereotipi comportamentali differenti impostati da almeno tre millenni. Dunque a fronte di analisi superficiali, l’uso del turpiloquio sessuale in svariati ambiti di comunicazione, sembra sia sempre e solo un accanimento contro il femminile.

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  6. L’espressione «Figa al potere» è composta da una sineddoche e allude allo scambio tra sesso e potere.
    L’uso sessista della sineddoche è citato anche nelle enciclopedie e nei dizionari.
    Nominare la donna con una sua parte anatomica, significa deumanizzarla, ridurla a oggetto sessuale. Alludere ad uno scambio tra sesso e potere, significa darle della prostituta.
    Dato che entrambi gli aspetti sono determinati dal fatto di riferirsi ad una donna, ne risulta un linguaggio offensivo verso tutte le donne. Infatti, prima o dopo, capita a tutte le donne, di essere aprostrofate in questi modi.

    Il turpiloquio sessuale, se usato in modo indifferenziato, è soltanto cafone.
    Se usato in riferimento all’appartenenza di genere, oltre che cafone, è sessista.
    Se usato per insinuare scambi di favore, oltre che cafone e sessista, è anche diffamatorio. Sabina Guzzanti perse una causa contro Mara Carfagna, dovendole un risarcimento di 40 mila euro.

    Nello scambio tra sesso e potere, l’uomo ricopre il ruolo del potere, non solo per uno stereotipo comportamentale, ma per il materiale rapporto di forza tra i sessi. Il potere è prevalentemente degli uomini. Storicamente, gli uomini accedono direttamente alle risorse, le donne accedono alle risorse attraverso gli uomini. Se e quando vi è davvero scambio tra sesso e potere, il disprezzo andrebbe riservato al potere.

    Nei confronti di Fabri Fibra non fu proposta la censura dei testi, ma la sua esclusione dal concerto del primo maggio, dato che i suoi testi cantano lo stupro e la violenza sulle donne. Ne scrissi anch’io.

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  7. Massimo Lizzi says: 29 novembre 2014 at 1:04
    «L’espressione «Figa al potere» è composta da una sineddoche e allude allo scambio tra sesso e potere.»
    ————–

    Assolutamente no! Nella fattispecie del caso alludeva al fatto che fascino erotico e bellezza femminile al potere posso essere fini a sé stesse e come tali criticabili. Il tono dell’espressione FIGA AL POTERE è in linea con la video intervista alla Moretti in cui si parlava di stronzatine estetiche e peli superflui. Quindi se, da un lato, nel tentativo di affrontare un tema complesso come la fisicità e la sessualità nell’immaginario politico italiano, scadi nel chiacchiericcio e nel banale (complice una video intervista dal montaggio serratissimo), potrai, dall’altro, rispondere a tono facendo uso di un linguaggio metaforico-sessuale critico e sarcastico. Questo almeno fino a che c’è libertà d’espressione. Quanto ai contenuti ideologici che poi vuoi veicolare, questo è un altro discorso. Ma è paranoico individuare nel linguaggio meta-sex il retaggio sessista a prescindere.

    La questione scambio tra sesso e potere è tutto sommato molto più semplice da analizzare ed è quella appunto ipotizzata dalla Guzzanti in quel suo famigerato monologo, ipotizzata in chiare lettere, altro che metafore o sineddoche!

    In tre parole, sono casi differenti. Come sono differenti una diarrea e un linfoma.

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  8. Criticare l’uso della bellezza femminile in politica è legittimo, ma non può diventare l’occasione per sfogare sessismo e misoginia.

    Il post è stato rimosso, il professore si è scusato.

    Il testo, giusto per sapere di cosa si discute, era questo:

    LA FIGA AL POTERE: UN DISASTRO SOCIALE
    NOV 18, 2014 30 Marco Zurru
    Io non so quanto si mobiliteranno le donne della sinistra tradizionale, quella che è diventata minoritaria nel piddì che sempre più assomiglia alla diccì, ascoltando le parole deliranti di questa starnazzante bonazza, prossima candidata Governatrice alle elezioni venete. Non lo so, ma sono molto curioso. Aspetto.
    Certo è che ostentare la figa – la bella figa s’intende – a modello di rappresentanza degli italiani è cosa ormai sedimentata nel paese. E’ che prima capitava in un’arena diversa, quella dove volavano le bustine gonfie di euro dopo pompini serviti come dessert in “eleganti cene”. Ma tant’è… l’isomorfismo è tragicamente pervasivo, ingloba tutto, anche l’idiozia che del genere fa schermo e non scherno, altare e ostia sconsacrata, miope distanza rispetto alla sostanza della politica, quella che già Platone e Aristotele individuavano nel “bene comune”.
    Ora, cosa ci sia di rappresentativo nel modello del far politica al femminile proposto da questa signorina “bravissima” e bonissima – perché due colpi (anche quattro, a dire il vero) glieli darebbe chiunque – proprio non lo capisco. Non è che tutti i maschi perdono la testa, la bussola, e l’orizzonte etico dei propri desideri e delle proprie necessità di fronte ad una bella figa.
    Possono certo arrossire se sono timidi. Possono incespicare nell’incedere verbale perché molto timidi. Possono veder crescere le dimensioni del proprio “pacco” a destra o a sinistra del jeans (a seconda di dove “riposi” l’attrezzo). Possono anche gonfiarsi di suadenti capacità seduttive. Possono fare un sacco di cose, anche molto scabrose.
    Ma che cazzo c’entra questo, che cazzo c’entra la figa con la buona politica?

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  9. Il testo qui sopra citato a mio giudizio non sfoga affatto sessismo e misoginia (non conosco l’autore, mi esprimo sul testo): è un testo sicuramente iperbolico, a tratti abbacinante nella violenza metaforico-sessuale del linguaggio: non a caso mi piacque perché lo allineai con molti testi pop/rock; tende a sconfinare in certa pop/art (o nella Hardcore se preferite) facendo piazza pulita della correttezza borghese dell’eloquio giornalistico pseudo-accademico; e si fa decisamente un baffo della correttezza accademica. Può essere identificato come uno sfogo, certo, ma per definirlo sessista o, peggio, misogino, occorrerebbe sforzarsi un poco di più sul piano dell’analisi testuale. Cosa che Murgia non fu in grado di fare sul caso Fabri Fibra e Lizzi non sarà in grado di fare qui. Di questo sono strafottentemente certo :-).

    Non so se qualcuno se ne sia accorto, ma dalla criminalizzazione del porno (questo blog, qualche settimana fa) ora si passa alla criminalizzazione del linguaggio. La cosa più straordinaria è che Lizzi si trova ora in accordo con Fikasicula (cfr. aka “abbattoimuri”). Mica male, eh?

    Rispolveriamo allora un paio di casi di misoginia giornalistica. Era misoginia pura l’uscita di Massimo Fini di alcuni ani fa, quando diede sostanzialmente delle “puttanelle in calore” alle vittime di uno storico caso di stupro. Erano misogine le considerazioni di Vittorio Feltri quando riciclò il più infame costrutto ideologico-sessista ipotizzando che una violenza sessuale ad una donna non può passare attraverso la costrizione alla fellatio, perché basta un morsettino…

    Dunque non è un caso se più sopra mi sono permesso di recuperare il caso Fabri Fibra… Perché sia misoginia o sessismo l’analisi del testo deve evidenziare in maniera inequivocabile la volontà di riposizionamento ideologico di una gerarchia di potere del maschile sul femminile; in altre parole ci deve essere una palese espressione di volontà di propaganda reazionaria: nella fattispecie dei casi di violenza sessuale «ti devi coprire perché altrimenti i maschi si eccitano e non si possono trattenere» oppure, più blando ma altrettanto micidiale «vi dovete moderare altrimenti a loro vien voglia di domarvi, e forse è quel che cercate…». Questa dimensione di “potere ribadito” e di “proiezione paranoica” non ha nulla a che vedere con lo sberleffo sessuale o di genere: pirla, oca, fustacchione, bonazza, coglione, figa di legno, senza palle, impotente, mezza sega, pompinara, etc.; faccenda ancora diversa quando il linguaggio diventa omofobo, ossia va ad attingere alla secolare cultura sessuofoba e omofoba all’interno di un processo di delegittimazione e criminalizzazione continua di tutto ciò che non sia strettamente eterosessuale.

    Nel caso poi di un testo in forma d’arte occorre evidenziare “la soggettiva”, la “discriminante critica”, il meccanismo ideologico attraverso il quale volenti o no, veicoliamo un pensiero che agisce sulla collettività, nel bene o nel male. Stesso discorso nel cinema, con buona pace del nostro Paolo che ingenuamente crede basti scrivere CINEMA perché tutto sia immune da cadute reazionarie, sessiste, misogine o razziste (si vedano ad es. la sfilza di stereotipi sessisti veicolati dall’ultimo film di Ozpetek).

    Parafrasando Murgia, e rilanciando quello che scrissi sul suo blog in occasione del caso Fabri Fibra, «La critica-paranoica peggiore è quella che ha studiato».

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  10. Il professore fa piazza pulita solo del pregiudizio secondo cui il sessismo sarebbe appannaggio delle persone di destra, dei poveri e degli analfabeti. Il cosiddetto linguaggio da bar in realtà è anche linguaggio universitario.

    Il linguaggio è sessista quando, in modo sminuente o degradante, si riferisce all’appartenenza di genere invece che all’individuo. Quasi nessuno oggi ha il coraggio di affermare che le donne sono inferiori agli uomini. Quelli che lo pensano non hanno il coraggio di ammetterlo, forse neanche a se stessi. Però, lo lasciano trasparire nel modo di comunicare. Specie quando una donna delude le loro aspettative. Allora, subito colpiscono la sua femminilità con il dileggio o con la violenza, spesso con le allusioni sessuali.

    Esiste anche un linguaggio sessista benevolo, che per blandire e adulare, elogia le donne, le mette sul piedistallo, magnifica virtù ritenute femminili.

    Se i criteri di identificazione sono ristretti, limitati all’esplicito, all’inequivocabile, al palese, si può provare a negare anche la percezione più ovvia. Su questo piano c’è pure chi prova a sostenere che parole dileggianti e offensive riferite al colore della pelle o all’appartenenza etnico-religiosa non sono razziste, poichè non esplicitano la volontà di ripristinare la schiavitù, le leggi razziali, i campi di concentramento.

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