Ammettere i commenti online?

newspapersDiversi giornali escludono i commenti online, li ammettono solo per alcuni tipi di articoli, li moderano in anteprima, indirizzano gli utenti commentatori sulle relative pagine dei social media. Considerano i commenti un grande rumore di fondo fatto di spam, violenza verbale, razzismo, sessismo, trolling individuali o di gruppo. I commenti di qualità, quelli che aggiungono informazione o correggono informazioni sbagliate o propongono un diverso punto di vista sarebbero rari. Si sentono esposti al rischio di essere querelati per diffamazione. Per il controllo dei commenti, pensano occorra impegnare molti moderatori. I commentatori, quantomeno più assidui, disapprovano le chiusure e parlano di limitazione della libertà di espressione e di censura politica.

Un sito di dibattito e informazione – un forum, un blog, un giornale – rappresenta una fonte, un punto di vista, insieme a molteplici altre. Può evitare di caricarsi sulle sue sole spalle il compito di farsi garante della democrazia e del pluralismo. A questo pensa già la pluralità delle fonti. Ciascuna ha quindi diritto di decidere cosa pubblicare e cosa no. Al limite, anche di far fuori i commenti online. Esistono pur sempre le pagine di Facebook e eventuali questioni legali si spostano a carico degli amministratori dei social media, quelli che spesso in automatico rispondono alle segnalazioni con la dicitura secondo cui il contenuto segnalato non viola gli standard della comunità. Resta da vedere se si tratti di un sacrificio necessario.

Il senso della comunicazione online è l’interazione. Il sito, oltre ad essere una vetrina mittente, è anche una grande casella postale pubblica, che riceve e mette in pagina tutte le lettere al direttore e pure le lettere tra lettori, dando luogo allo sviluppo di un comunità. Di che tipo, molto dipende dalle regole dell’ospite (il padrone di casa). Oltre a quelle scritte, esplicitate, fatte applicare dalla polizia e pulizia virtuale dei moderatori, quelle implicite. Gli utenti, alla lunga, anzi in tempi relativamente brevi, si adeguano all’ospite, se fa capire quel che vuole o rifiuta in modo chiaro, coerente e costante.

I primi gruppi di discussione, i primi forum davano voce a tutto e a tutti. Ospitavano troll di ogni tipo. Gli utenti più democratici lottavamo per escludere o arginare i topic che propagandavano il negazionismo olocaustico, l’apologia del fascismo, il razzismo. C’era molto bullismo virtuale. Gli amministratori facevano spesso resistenza alle segnalazioni di abuso e nobilitavano il proprio lassismo con la libertà di espressione, o con la fede nella capacità della comunità di autoeducarsi e automoderarsi. I post più negativi avrebbero avuto la funzione di un vaccino, la comunità avrebbe sviluppato i suoi anticorpi, si sarebbe rafforzata, divenendo sempre più sana.

In realtà, poteva succedere che gli amministratori, pur se più equilibrati, fossero sostanzialmente in linea con gli umori prevalenti della comunità. Più che il razzismo temevano il politically correct. Ma soprattutto, o per motivi commerciali, la vendita di pubblicità, o per motivi psicologici, la soddisfazione di gestire un grande forum, apprezzavano tutte le dinamiche che generavano traffico, partecipazione, aumentando il numero degli utenti e temevano tutto ciò che invece poteva rimensionare la comunità.

Qualcosa di simile capita sui giornali. Tanti commenti, tanti visitatori, tanti click, tanti introiti dai banner pubblicitari. Alcune testate, ad imitazione del blog di Grillo, tipo l’Huffington Post o il Fatto Quotidiano, sembrano sollecitare lo sfogo degli utenti, con foto e titoli provocatori, per prendere a bersaglio questo o quel personaggio, per questo o quel fatto. In principio, il metodo è aggregante, ma con il passare del tempo diventa disgregante. Se qualcuno ha qualcosa di riflessivo da dire, evita di farlo in una bolgia, se qualcuno si sente sistematicamente insultato, si allontana. La rissa online è più adatta agli utenti giovani e maschi, ai simpatizzanti dei movimenti politici che si esprimono con la pancia. In prevalenza leghisti e grillini. Anche i renziani spesso si fanno valere su questo terreno. L’esempio viene dagli stessi leader, dal modo di aggredire l’avversario, di respingere le critiche, di evitare la minima fatica di argomentare, confutare, strutturare un discorso. Quasi tutto è battuta, slogan e insulto.

Nel modo di titolare, scegliere le foto, comporre i testi, un giornale può dare l’esempio e formare una comunità a sua immagine e somiglianza. Può anche ricorrere ad una censura selettiva. All’inizio potrà essere un po’ impegnativo, ma poi l’indirizzo sarà chiaro. La grande fatica è stabilire il limite. Si può discutere se l’immigrazione è associata alla criminalità o è soltanto razzista? Si può discutere se le donne hanno una qualche responsabilità nella violenza che subiscono o è soltanto sessista? Dipende da come la questione è posta, se argomentata in termini interlocutori, o proclamata in termini provocatori o perentori, se la questione è posta una volta o se ritorna sempre, ma soprattutto dipende dalla consapevolezza che la democrazia è la pluralità delle fonti, non il pluralismo interno alla singola fonte. Nel dubbio, si può sempre decidere di tagliare.

Riferimenti:
Commenti online. Chi ha bisogno di questo valore aggiunto? – Federico Sbandi 24.11.2014
Se le testate online mettono al bando i commmenti – Pagina99, 23.11.2014
Il sito di Reuters ha chiuso i commenti – Il Post 8.11.2014
Vita di un moderatore di commenti – Il Post 30.09.2014

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...