Alessandra Moretti vota in VenetoMatteo Renzi è tornato a ripetere che l’elevato astensionismo delle ultime elezioni regionali è un problema secondario, mentre il dato primario è la vittoria del PD in cinque regioni su cinque. Se una condizione viene percepita come favorevole alla propria vittoria, in effetti, non è il primo dei problemi. Oggi Alessandra Moretti ha vinto le primarie in Veneto, con bassissima affluenza alle urne.

Dal suo punto di vista, il premier può avere ragione. Rispetto al dato primario, esistono due scuole di pensiero di matrice americana. Per vincere bisogna: saper mobilitare la maggior parte del proprio elettorato o invece conquistare la maggior parte dell’elettorato fluttuante, potenzialmente avverso.

Renzi è un centrista e si ispira alla seconda scuola. In questo è un continuatore. Segue, potremmo dire asfalta (termine che a lui piace) il sentiero tracciato dai suoi predecessori, già promotori dell’indifferenziazione ideologica del partito, della scelta del sistema maggioritario, del riferirsi alla classe media, e della dichiarata volontà di conquistare l’elettorato politico di centro o cosiddetto moderato.

In molti rassicurano da anni con l’esempio degli altri paesi di democrazia matura, dove gli astenuti sono tanti da sempre. L’Italia si starebbe adeguando. L’Italia però ha conosciuto il fascismo, lo stragismo, il terrorismo, i servizi deviati, la P2, le mafie, forse non è un paese a democrazia matura paragonabile ai paesi anglosassoni, forse qui la partecipazione è più importante. E la crescita dell’astensione ha coinciso, non con la fase ascendente dello sviluppo, del miracolo economico, ma con la fase discendente della deindustrializzazione, del venir meno della coesione sociale, della crisi del debito, della crisi morale.

Ai tempi di Tangentopoli, nel 1992, vota ancora l’87 per cento degli aventi diritto. Sei punti in meno rispetto al 1976. Per scendere all’81 per cento nel 2006, l’anno del ritorno di Prodi e della risicata vittoria del centrosinistra. Nel 2013, l’anno della mancata vittoria di Bersani e del debutto del M5S i votanti scendono bruscamente al 72 per cento. L’astensione, non solo aumenta, ma accelera.

Almeno due sono le questioni che possono essere considerate non secondarie. 1) Se l’aumento dell’astensione, ovvero la sfiducia nei partiti, nel governo, nelle opposizioni, il sentirsi senza rappresentanza significhi anche sfiducia nello stato, nelle istituzioni, nella politica considerata sempre meno rilevante. 2) Se l’autoesclusione elettorale c’entri con la crescente esclusione sociale. Molte ricerche immediate ci dicono da quale partito provengono gli astenuti. Meno analizzata è la condizione sociale degli astenuti, effettiva o percepita. Negli Stati Uniti gran parte dell’astensione è tradizionalmente costituita dai poveri e dagli afroamericani. In Italia?