La rivendicazione del femminicidio

femminicidioA partire dall’ultimo caso di Femminicidio, rivendicato su Facebook, Lorella Zanardo scrive che vi sono molti aspetti su cui riflettere. 1) La ormai palese paura degli uomini di fronte alle partner che decidono di interrompere una relazione. 2) La modalità con cui i quotidiani raccontano la vicenda. 3) La totale noncuranza con cui l’uomo, innamoratissimo pare della figlia, decide di ammazzarne la madre. 4) L’uso dei social network in questa vicenda. E chiede aiuto a giovani volontarie, per avviare una ricerca e un’analisi. Da vecchio involontario provo a dire qualcosa su qualcuno di questi punti.

Quando un uomo subisce un rifiuto da parte di una donna o viene da lei lasciato, può naturalmente soffrire molto. A me succedeva di entrare in una fase depressiva in cui mi isolavo e mi chiudevo, quasi cessavo ogni attività e mi concentravo sul mio dolore. In due occasioni ho avuto la sensazione di sentire un dolore fisico, lo sentivo nelle ossa. Poi seguiva una fase rabbiosa, di risentimento, in cui la concentrazione era rivolta a tutto quello che poteva somigliare ad un torto subito, poi ai suoi limiti, ai suoi difetti. Poteva starci uno scontro, una litigata. Come fosse necessario svalutarla, necessario per disinnamorarsi, disilludersi, disincantarsi. In qualche modo la uccidevo. Uccidevo la sua centralità, la sua importanza, la mia ossessione. Raggiunto un certo picco, tutto questo si esauriva e si riequilibrava. Lei diventava relativa, ed io ne recuperavo un ricordo affettuoso, mentre tornavo a pieno ritmo alle mie attività. Fa orrore scrivere “in qualche modo la uccidevo”. Perchè succede davvero e troppo spesso, che alcuni uomini la uccidano. Ed è irresponsabile scriverlo così, perchè una vulgata molto diffusa racconta che lui è troppo fragile nell’attraversare la depressione, il dolore e la rabbia. Perciò la uccide. Una vulgata verosimile. Viene da pensare: ci sono passato anch’io, ma io sono stato più forte. Lui è più debole, forse pure squilibrato. In un certo senso, posso capirlo.

Però, qualcosa non torna. Le donne abbandonate da un uomo, magari insieme ai figli, si può presumere provino lo stesso dolore, forse persino un dolore più grande. Eppure, nonostante il loro investimento nella relazione possa essere molto più alto, salvo eccezioni, non reagiscono in modo altrettanto distruttivo e criminale ad una separazione. Forse inferiore è la loro dipendenza. O superiore il loro riconoscere l’indipendenza dell’altro. Esperti e terapeuti spiegano sia molto raro che un uomo mai stato violento diventi violento all’improvviso durante una separazione. Più comune che lei si separi da lui proprio perchè è violento, e lui reagisca all’abbandono rinforzando quella dose di violenza prima sufficiente per riuscire ad essercitare controllo e ottenere sottomissione. Di rinforzo in rinforzo, può arrivare fino alla violenza estrema, fino ad uccidere. Mentre parenti, vicini, amici, istituzioni, le forze dell’ordine che ricevono una denuncia, ignorano, sottovalutano, non sanno bene cosa fare. D’altra parte lui è normale. Si comporta male con la moglie, forse con i figli, ma si comporta bene con tutti gli altri. Se vuole sa controllarsi. Talvolta, le stesse sentenze di tribunale espongono la madre e i figli al rischio della violenza paterna, per garantire il principio dell’affido condiviso.

Ma io, dicevo, posso capirlo, perchè immagino mi corrisponda l’esperienza del suo dolore, e l’idea che lui è lui, sua moglie è sua moglie. Lui ha ucciso sua moglie, non quella di un altro. E da giornalista potrei risentirne, assumendo il nostro punto di vista, sollecitando compassione, presentando lui subito come uno sfortunato divenuto incapace di intendere e di volere. Lui era buono (di suo), ma soffriva tanto (a causa di lei o di un evento esterno), e all’improvviso è impazzito (contro di lei). Anch’io, non ero forse pazzo di lei che non voleva più essere mia? E tra pazzi, i dati non contano più.  Lui, padre dedito alla figlia, ha scritto il suo annuncio sui Facebook («Sei morta troia»), si è armato con un coltello per lavori agricoli, è andato da lei, ha litigato, e durante il litigio ha perso la testa. La stessa testa con cui aveva scritto e con cui si era armato.

femminicidio2Peggio della compassione c’è il consenso, che sconcerta pure gli empatici. Ha impressionato e indignato il numero di like, circa trecento, posti sotto il macabro annuncio. Si è provato anche a giustificarli. Forse credevano fosse una banale imprecazione, forse volevano mettere solo un visto. Ma quando in poche ore è divenuto chiaro trattarsi dell’annuncio di un femminicidio, e la stessa indignazione per i like è entrata a far parte della notizia, i like hanno continuato a crescere, fino alla soppressione della pagina. Molte di più erano le condivisioni, quasi sempre a scopo di denuncia, da parte di attiviste e giornaliste. Così su quel post si è aperta una finestra di pubblico molto ampia. Allora, trecento like con tanto di nomi e cognomi sono sempre troppi, in quanto spregevole e spudorata manifestazione di misoginia, ma non davvero tanti. C’è chi li relativizza come imbecilli, provocatori, troll professionisti o dilettanti, persone con la ripugnanza nel cuore, solo un po’ più debole dell’amor di provocazione, mentre gli indignati proprio non riescono ad innamorarsi dell’arte di mangiare la foglia.

E’ possibile abbia frainteso, ma mi è parso di interpretare più di un articolo di critica al gesto pubblicitario del femminicida, inteso come atto di narcisismo, di sovraesposizione digitale. Una ulteriore prova di quanto il mezzo ci conduca sempre più a disconoscere ogni confine tra pubblico e privato, a sacrificare sull’altare dell’apparenza ogni aspetto della nostra intimità. Detto così, pare che uccidere la moglie sia una questione privata e intima, che richiede il massimo pudore. In ordine ai propri delitti, la gran parte dei criminali, finchè può, è ancora molto riservata.

La riservatezza è la condizione propria di tutto quel che precede il femminicidio. Ma la cosiddetta violenza domestica è un fatto privato solo in quanto è occultata dalle mura domestiche. Molti femminicidi avvengono allo stesso modo, anche se alcuni sono compiuti davanti a testimoni e in spazi pubblici. Ma se il contesto della violenza spesso è privato, il significato non lo è. La violenza maschile, espressione e funzione del patriarcato, è una violenza sociale. Non è poi così folle che sia socializzata. Anche la mafia pratica una violenza occulta, che si forma e riproduce nell’omertà, ma in alcune occasioni sceglie di renderla manifesta e perfino di rivendicarla, come una organizzazione terroristica.

I social media funzionano da integratori sociali. Ci permettono di ritrovarci e riconoscerci. In rete si formano gruppi e comunità. Si supera l’isolamento. Si scopre di non essere soli. Lo scoprono le donne che iniziano a denunciare la violenza anche su Facebook, che formano pagine e gruppi di attivismo femminista e lo scoprono gli uomini, che davanti al monitor, un po’ come al volante, smettono di vergognarsi di essere maschilisti, oscillando tra negazione e rivendicazione. Quale che possa essere il disturbo psicologico che lo ha favorito, il messaggio di Cosimo Pagnani contro Maria D’Antonio è di fatto un annuncio, una rivendicazione, una intimidazione generale rivolta a tutte le donne e sottoscritta con un like da altri uomini. La pubblicazione della sentenza di una esemplare condanna a morte. In modo implicito, forse inconsapevole, è un atto politico. Punta su una base di consenso. Non confonde pubblico e privato. Rende manifesto il significato sociale della violenza maschile contro le donne.

2 pensieri riguardo “La rivendicazione del femminicidio”

  1. soffrire per essere stati lasciati è normale, è normale anche avere pensieri mortiferi ma se li metti in pratica, se non sai o non vuoi affrontare la (legittima) sofferenza sei tu colpevole e responsabile

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  2. State montando un caso sul nulla (tutti quanti!). L’esibizionismo omicida è sempre esistito. L’unica cosa intelligente da fare è promuovere la cultura psicoanalitica come coscienza di sé, in modo tale che le persone capiscano cosa accade alla nostra psiche quando si sentono così male “da morire” o “far morire”.

    Mi preoccupa di più la moda di fotografare la gente che fa sesso per poi sbatterla sul web o sui giornali. Mi preoccupa perché viene ritenuta una giusta e necessaria operazione di “pulizia sociale”. Esattamente come il tentativo di ridurre i femminicidi. Il terrore della sessualità porta alla caccia al diverso e all’insolito tanto come alla caccia alla donna che t’ha lasciato. Abbiamo il terrore del sesso e dunque diventiamo prima paranoici e poi violenti. Inoltre occorre imparare a convivere con il dolore psichico, invece che rifiutarlo aggredendo gli altri. Serve una cultura psicoanalitica. Solo così si potrà poi agire sulla cultura patriarcale, sul sessismo e sulla misoginia.

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