Relazioni (donne e uomini) nell’alveare

relazioni alvearePrendo spunto da alcune domande di Serena Fuart, per un evento in programma ieri sera all’Alveare di Milano. Cosa ne penso delle relazioni tra donne e uomini dopo il separatismo e che differenze vedo nelle relazioni tra donne e uomini nella vita quotidiana e in rete. Serena parla del separatismo femminista negli anni settanta e spiega come oggi invece le donne, pur mantenendo l’attualità di quella pratica, puntino a instaurare anche relazioni trasformative con gli uomini.

Sul piano teorico, sono impreparato, non ho studiato le teorie femministe sul separatismo e sulla relazione di differenza, sul passaggio dall’una all’altra. Posso dire che rispetto la scelta del separatismo, perchè la modalità di relazione maschile è spesso prevaricante, sia nel modo di porsi, nell’intendere il confronto nei termini di un rapporto di potere – stabilire chi ha ragione, chi conduce, chi comanda – sia nel proporre la propria parzialità come neutra ed universale, parametro e metro di misura del mondo, che definisce se stesso, il proprio ruolo e anche quello dell’altra, e tutto il contesto in cui tali ruoli agiscono. Il separatismo, relazionarsi, riunirsi, organizzarsi a parte, rende visibile, plastica, la parzialità di entrambi i sessi, e rende possibile ad un sesso la ridefinizione autonoma del proprio punto di vista, di sè e del mondo. Il separatismo femminista lo intuisco e capisco così, in questi termini.

Se oggi il femminismo, oltre alla relazione tra donne, punta anche alla relazione con gli uomini, ne sono contento. Non sta a me dire cosa le donne possono imparare dagli uomini, che non abbiano già imparato – le donne sono da migliaia di anni in un mondo in cui gran parte della cultura egemone è fatta dagli uomini – ho più chiaro cosa noi uomini possono imparare dalle donne. Possiamo imparare a relativizzarci, a riconoscerci come uno di due. A smettere i panni del soggetto neutro universale, la pratica dell’osservatore e narratore oggettivo, alienato dalle situazioni che racconta, descrive, analizza. Possiamo imparare la pratica del partire da sé. Questa cosa, mi ha sempre un po’ perseguitato, ho sempre ricevuto questo rimprovero, rispetto alle cose che dico o scrivo: tu non parti da te, non dici dove stai tu rispetto a ciò che esprimi. Altre volte mi è stato detto che questo se c’era era molto implicito, molto poco evidente. Oggi ci provo, con una certa fatica. Gli uomini quando provano a partire da sè, spesso si limitano al confessionale o al prendere spunto da qualcosa di personale. Ammettono le proprie mancanze, ma poi senza riuscire a dire cosa ne fanno di queste ammissioni. Un saggio di Diana Sartori, la direttrice del sito di Diotima, spiega che è molto diverso scoprire questa pratica ed impararla. Impararla significa trovarsi in principio nella condizione di chi prova ad aderire ad un imperativo, come chi prova a corrispondere alla sollecitazione di essere spontaneo. Spesso sento l’impulso di ribellarmi all’imperativo.

Negli ultimi anni, senza deciderlo, senza rendermene conto, ho praticato la relazione di differenza, ho avuto un confronto molto frequente e serrato con alcune donne, in particolare con una, che hanno influenzato e modificato il mio sguardo sul mondo e sul rapporto tra i sessi e su me stesso. Molto del mio esprimermi prende le mosse da conversazioni e discussioni avute con loro. A volte si sono espresse loro direttamente, qui sul blog, o io ne ho riprodotto i testi pubblicati altrove. Questo è cominciato ancora prima del blog.

relazioni-alveare-2All’inizio degli anni duemila, non c’erano i social network. Esistevano mezzi di interazione poco blasonati sui media tradizionali, ma che raccoglievano la partecipazione di tanti naviganti: i newsgroups, le maling list e i forum. Poi, soprattutto i forum dinamici. Una partecipazione che dava la possibilità o l’illusione di proseguire l’impegno civile, l’impegno militante, svolto prima sul territorio o più di rado sul luogo di lavoro. Si discuteva e si discute se questa forma di partecipazione, che dà la parola a tutti, abbia un impatto più positivo o negativo nel determinare l’agenda della politica, i temi più importanti dell’informazione. Oggi tutti siamo autori di qualcosa, di un blog, di una pagina Facebook, ma già allora eravamo autori di tanti post in tanti forum. Invece di limitarmi a partecipare, decisi di crearne e amministrarne uno, poichè ci tenevo ad essere autonomo e ad avere un ambiente più civile e corretto secondo il mio standard. In rete, attraverso questi mezzi, il dibattito era più radicalizzato rispetto a quanto avveniva sui giornali o nell’associazionismo politico. In rete, con mia indignata sorpresa, si incontravano facilmente vecchi apologeti del fascismo o nuovi sostenitori del comunitarismo (rosso-bruno). Tra i democratici si trovavano facili sostenitori della guerra, che ostentavano indifferenza nei confronti della uccisione di molti civili (effetti collaterali). Erano i tempi della guerra del Kosovo, del conflitto nel Kurdistan turco, della seconda intifada. Atteggiamenti e posizioni che rivelavano una mentalità coloniale, che svalutava il valore della vita di arabi e slavi e che si traduceva in xenofobia nei confronti dei migranti. Qui emergeva – ed erano le donne a metterlo in rilievo – come la concezione e la condizione della donna venissero usate in modo strumentale per confrontare noi e gli altri, noi e gli stranieri, noi e i musulmani, mettendo in ombra il maschilismo nostrano. Un maschilismo che invece emergeva con prepotenza quando tra il 2004 e il 2006 venivano pubblicati da istituti pubblici e internazionali rapporti e statistiche sulla violenza maschile contro le donne. Rapporti che mostravano la grande proporzione del fenomeno, trasversale a tutti i paesi e a tutti i ceti sociali. Una denuncia a cui seguivano farneticanti tentativi negazionisti da parte di gruppi organizzati di mascolinisti, che si esponevano al ridicolo con coraggio temerario, raccontando di un mondo ormai dominato dal femminismo. pur di catturare l’attenzione e provare a colonizzare blog e forum, con un trolling assiduo. Tutta produzione occidentale. Come mady in Italy era il discorso pubblico berlusconiano sull’immagine della donna, sullo sdoganamento della prostituzione come mezzo lecito per fare carriera, accedere alle risorse, entrare in Rai o in politica. Un discorso che poi orientava il disprezzo pubblico contro quelle donne, le olgettine, anziché contro il sistema maschile che dettava le regole di quella particolare competizione ed eseguiva a proprio beneficio la selezione. Ricordo un topic estenuante che proclamava Nicole Minetti peggiore di tutti, di Emilio Fede, di Lele Mora, dello stesso Silvio Berlusconi, di qualsiasi protagonista maschile, perchè lei era una donna che sfruttava altre donne. Ma non era diverso per i sentimenti che circolavano nei confronti di Noemi, Patrizia Daddario e altre ancora. In fondo, sempre e solo loro erano citate, titolate e fotografate sui giornali. Infine, la resistenza ad abbandonare le categorie del delitto passionale, quando si è cominciato con molta fatica ad introdurre la definizione di femminicidio. Osserva Paola Tabet, che quando uno straniero fa violenza su una donna si dice che è la sua cultura. Quando un italiano fa violenza su una donna si dice che è un raptus. La nostra presunta superiorità culturale è smentita dal fatto che facciamo le stesse cose, quindi ci mettiamo a giustificarle in modo diverso, con giustificazioni che agiscono come riflessi automatici.

Nella cosiddetta vita reale, diciamo nella vita offline, i rapporti tra uomini e donne variano a seconda degli ambienti, ma il dato della prevaricazione maschile rimane costante, a volte più ostentato, a volte più mitigato. Feci uno stage in una azienda elettromeccanica dove i rapporti tra dirigenti, impiegate, lavoratori, lavoratrici, erano spesso improntati ad un clima e a modalità al limite della molestia. Gli operai che espongono calendari di donne nude, le impiegate che protestano, il responsabile del personale che difende il diritto dei lavoratori a rilassarsi e solazzarsi gli occhi, perchè le presse e la fonderia non sono come gli uffici. Dove capita che gli impiegati, anche un po’ impacciati, allunghino le mani o rubino baci. Nella scuola, negli uffici pubblici succede, ma si nota già meno. Più giovane ho militato nel Partito comunista, ho frequentato il sindacato, ambienti più aperti verso il femminismo, dove tuttavia la norma vedeva gli uomini occupare la gran parte dei posti di dirigente, monopolizzare le presidenze durante le assemblee e gran parte dei dibattiti. Le donne c’erano, alcune emergevano, ma il più delle volte facevano da supporto, da contorno. Ed in buona parte continua così.

In rete, le opportunità di espressione e partecipazione femminile forse sono più forti, i rapporti almeno in partenza sono più paritari. Nel forum si notava bene che le donne avevano un rapporto più facile con la parola scritta, si esprimevano in modo più curato e corretto, anche più complesso. Leggevano di più, erano più colte e preparate. Gli uomini erano più spesso lapidari, concisi, superficiali, sgrammaticati, nel complesso meno espressivi, meno interessanti. Quando andavano sotto nel confronto con una donna, provavano a recuperare con il corteggiamento scherzoso, se riuscivano ad evitare di essere cafoni. Per gli uomini, il confronto era soprattutto stabilire chi otteneva ragione. Le donne erano più interlocutorie, stavano più sul merito degli argomenti. Alcune preparavano dei post molto elaborati a cui dedicavano tanto tempo ed energia. E si mostravano più deluse quando le discussioni volgevano verso l’inconcludenza o verso la rissa. A volte, il desiderio di interlocuzione femminile veniva frainteso da parte maschile come insidiosa insistenza.

Il maggior rigore espressivo, oltre all’essere parte in causa, ha forse portato alcune donne, nel forum, a mettere in discussione l’umorismo misogino e il linguaggio sessista, negli approcci, nei modi di dire e finanche nel modo di insultare. Avevamo un topic molto lungo, titolato La madre di tutti gli insulti. Prendeva spunto dal fatto che un utente maschio aveva bollato Daniela Santanché come troia, poichè lei aveva dato del pedofilo a Maometto durante una trasmissione televisiva. Dunque, un insulto rivolto dalla parte contraria alla guerra di civiltà, un insulto amico degli immigrati e degli islamici, un insulto di sinistra. Eppure sessista, denunciavano le donne del forum, perchè offensivo nei confronti di tutte. La resistenza maschile fu fortissima, disposta ad ammettere solo la volgarità dell’espressione. Io stesso, trovavo l’insulto molto maleducato, ma nell’immediato non riuscivo a cogliere il punto. Ci ho messo un po’, ed è stata una delle prime cose che ho imparato nella relazione con le donne: a non dare più per scontato il linguaggio, a capire che è espressione e riproduzione di una cultura. La cultura degli uomini, che si pensa cultura universale, senza poterlo essere davvero, ormai non più.

2 pensieri su “Relazioni (donne e uomini) nell’alveare”

  1. Se un uomo avesse scritto questo passaggio «Nel forum si notava bene che le donne avevano un rapporto più facile con la parola scritta, si esprimevano in modo più curato e corretto, anche più complesso. Leggevano di più, erano più colte e preparate. Noi uomini erano più spesso lapidari, concisi, superficiali, sgrammaticati, nel complesso meno espressivi, meno interessanti. Quando andavano sotto nel confronto con una donna, provavano a recuperare con il corteggiamento scherzoso, se riuscivano ad evitare di essere cafoni. Per gli uomini, il confronto era soprattutto stabilire chi otteneva ragione. Le donne erano più interlocutorie, stavano più sul merito degli argomenti. Alcune preparavano dei post molto elaborati a cui dedicavano tanto tempo ed energia. E si mostravano più deluse quando le discussioni volgevano verso l’inconcludenza o verso la rissa. A volte, il desiderio di interlocuzione femminile veniva frainteso da parte maschile come insidiosa insistenza.» in questo modo «Nel forum si notava bene che gli uomini avevano un rapporto più facile con la parola scritta, si esprimevano in modo più curato e corretto, anche più complesso. Leggevano di più, erano più colti e preparati. Le donne erano più spesso lapidarie, concise, superficiali, sgrammaticate, nel complesso meno espressive, meno interessanti. Quando andavano sotto nel confronto con un uomo, provavano a recuperare con il corteggiamento scherzoso, se riuscivano ad evitare di essere cafone. Per le donne, il confronto era soprattutto stabilire chi otteneva ragione…» sarebbe un commento sessista, ignorante, generalista e perfino idiota o sarebbe un giudizio accettabile perché empirico, legato ad un esperienza personale?
    Non c’è sarcasmo né ironia, me lo chiedo seriamente. Arrivato alla fine del mio percorso scolastico mi sono reso conto che nulla si avvicina alla discriminazione verso le donne, non solo perché è una discriminazione verso oltre il 50% della popolazione mondiale, ma anche perché si manifesta in ogni età e investe ogni spazio sociale. Poi mi sono reso conto di quanto fosse debole e vaga la mia posizione e così sto cercando di “farmi una cultura” ma devo dire che per ora ho sbattuto la testa verso una sequenza infinita di contraddizioni, ipocrisie e incoerenze. Così me lo chiedo seriamente: Si critica (giustamente) un atteggiamento generalista basato solo sulla propria (distorta) esperienza o ancor peggio su luoghi comuni e stereotipi che vorrebbero affermare la superiorità di un sesso sull’altro e poi si fa esattamente la stessa cosa? o sono io che non ho capito e non capisco? Voglio dire, qual è l’obiettivo finale? Arrivare alla pluralità della cultura, alla parità dei sessi, a poter finalmente dar per scontato che non esiste una superiorità data dall’appartenenza di un genere rispetto all’altro? o in fondo si sta sempre lì, nei soliti luoghi comuni che invece di essere men-friendly sono women-friendly? perché tra quello che scrive lei e quello che dicono i miei compagni quando se ne escono con “se ci fate caso nei primi 4 della classe non c’è nemmeno una femmina, ci sarà un motivo..” mi pare passi lo stesso schema mentale. Cambia la forma, ma alla fine il messaggio che arriva mi pare sia lo stesso e veicolato dallo stesso schema mentale: Quello secondo il quale esiste davvero una superiorità data dal genere.

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  2. Ho scritto “Noi uomini erano…”. Sono anch’io un uomo di quel forum 🙂
    Ovviamente non teorizzo la superiorità di nessuno.
    Credo che spesso le donne siano meglio degli uomini, perchè sanno di dover affrontare esami più severi e delegittimazioni più facili. Così, nel prepararsi e nell’operare ci mettono molto più impegno.

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