Charlie Hebdo, voglio essere libero invece di far la guerra

Io non dicPat Carra - Liberta di espressioneo “Je suis Charlie“. Perchè al posto suo mi sarei dato una linea editoriale diversa. Però comprendo chi lo dice. E’ un modo di manifestare solidarietà. Senza essere l’unico obbligato. Penso abbia valore manifestare solidarietà per le vittime e condanna per l’attentato, anche se si dichiara un punto di vista diverso da quello di chi è stato colpito.

Così ho postato una vignetta di Pat Carra. Titolata “Libertà di espressione in Occidente”. Sotto il titolo, la disegnatrice si chiede: “Posso dire che non sono Charlie?”. Un’amica commenta: Certo che si può dire, ma è fuorviante, non è questa la questione. Domando: Qual è la questione? Mi risponde: Un attacco terroristico che vuole metterci uno contro l’altro. Una risposta esauriente da cui dissento.

Uomini armati, in nome di una religione, hanno ucciso giornalisti inermi. Giornalisti che pubblicavano vignette contro la religione intestata dai loro assassini. Subito penso che, pur con effetti modesti, anch’io mi espongo in pubblico. Critico, attacco, derido (a volte). Anch’io, in teoria, sono vulnerabile. La libertà di espressione è un bene prezioso, sia per principio, sia perchè la uso io. Mi dispiace quando mi viene negata, quando si manifesta intolleranza verso ciò che esprimo e mi si esclude. Questa è una questione: la difesa ferma e assoluta della libertà di espressione. Di tutti.

La libertà di espressione si difende praticandola. Ho letto che adesso mancano le condizioni per discutere sui limiti della libertà di espressione, della satira, di chi dice “Je suis Charlie”. In difesa della libertà, è ora inopportuno esprimersi liberamente, perchè il nemico della libertà ci ascolta. Assumere questo schema è una importante vittoria dei terroristi: l’annullamento delle differenze e del pluralismo per far posto alla logica binaria della guerra. Ho letto tanti titoli proclamare: “Siamo in guerra”. Ma io non voglio inquadrarmi in uno schema di guerra, e non mi sento in guerra.

Ecco dunque un’altra questione molto importante: disinnescare la logica del noi e loro. Per destrutturare lo schema di guerrafondai e terroristi. Per vedere le persone e le loro differenze, invece di vedere appartenenze. La logica del noi e loro è la logica delle contrapposizioni identitarie. Le quattro persone di religione ebraica uccise nel supermercato Kosher in Francia sono state colpite per la loro identità. Per la loro prossimità ad Israele. Se invece di vedere persone, vediamo identità, le persone diventano simboli di identità. E di un simbolo si può fare una bandiera o un bersaglio. Come negli oltre cinquanta attacchi a persone e luoghi di culto musulmani, subito di seguito.

Condannare identità o sollecitare identità ad esprimere condanne è parte di questa deriva. Lo stesso messaggio della condanna, anche se meglio indirizzato, da solo può essere inadeguato. A volte dichiaro di disapprovare un comportamento e la mia dichiarazione ha influenza. A volte no. In entrambi i casi può essere importante dichiararsi, ma nel secondo è insufficiente, perchè nei confronti dei miei destinatari sono ininfluente. Allora, posso ritirarmi. Posso surrogare la capacità di influenza con la violenza. Posso tentare di accrescere la mia capacità di influenza. Siamo in una situazione analoga. E’ necessario e giusto condannare l’atto terroristico, senza se e senza ma. Tuttavia, la condanna è poco influente nei confronti dei destinatari, i terroristi, e del loro potenziale bacino di attrazione, tra i giovani figli dell’immigrazione, nati e cresciuti in Occidente.

Così, come abbiamo fatto dopo l’11 settembre, possiamo provare a surrogare il difetto di credibilità e autorevolezza con la violenza, mediante leggi securitarie e repressive e guerre preventive. Oppure possiamo provare ad accrescere la nostra capacità di influenza, investendo in un rapporto con i migranti, i giovani figli dei migranti, i loro paesi di origine, che scommette sullo scambio invece che sull’offerta di sogni o sulla pretesa di dissociazione, assimilazione e omologazione, o nel ripiego del multiculturalismo, la coesistenza separata delle comunità. Si dirà che crescere in capacità d’influenza richiede tempo. Il problema della sicurezza è subito. Ma sono passati 14 anni dall’11 settembre, da quando abbiamo voluto reagire subito, per essere sicuri subito.

Crescere in influenza credo c’entri qualcosa con il superamento di una politica aggressiva e neocoloniale nei confronti dei paesi del Medio Oriente e con la pratica di una giusta politica di accoglienza e di integrazione nei paesi occidentali. Credo c’entri anche con il ragionare sulla libertà di espressione. Su come conciliarla con il rispetto dell’altro. Su come esercitarla prestando attenzione alle asimmetrie di potere. Se da piccolo sfotto uno più grande, sono coraggioso e divertente. Se da grande sfotto uno più piccolo, sono un bullo e il mio spirito è arrogante spirito di patata. Perciò è diverso dileggiare il cristianesimo a Islamabad o a Roma, come è diverso dileggiare l’ebraismo in Israele o in Europa. E l’islam nei paesi arabi o in Europa.

Riferimenti:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare | di Tk
Un buon modo per sottrarsi alla logica del «noi» e «voi» | di Tk
Libertà di espressione in occidente | di Pat Carra
Difendiamo la libertà di espressione (2) | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo non voleva fomentare l’odio, ma stemperarlo: risposta a Luisa Muraro | di Marina Terragni
Io non mi dissocio | di Karim Metref
Non mi sento tanto bene | di Pat Carra

3 pensieri su “Charlie Hebdo, voglio essere libero invece di far la guerra”

  1. “Se invece di vedere persone, vediamo identità, le persone diventano simboli di identità.” Cioè?
    L’identità è la percezione che un soggetto ha di se stesso all’intesto di una comunità, questo almeno nelle scienze sociali. Riguarda il modo in cui ognuno di noi costruisce una definizione di se stesso attraverso il confronto con tutta una serie di gruppi sociali: la nazione, il genere sessuale, il livello culturale, la professione…
    L’identità ce la costruiamo mediante processi di identificazione (possiedo determinate caratteristiche comuni ad un gruppo) e differenziazione (non le possiedo): quindi se non sono maschio, allora sono femmina oppure ermafrodito, ed ecco la mia identità di genere.
    La persona e l’identità non sono due concetti che si possono contrapporre, visto che oggi si intende con “persona” quell’essere vivente che ha coscienza di sé e possiede un’identità (ovvero ha costruito la sua percezione di sé riconoscendosi membro di una società). Se nego a qualcuno un’identità, gli nego anche lo status di persona.
    Io credo che tu intendessi il ridurre un individuo ad una sola delle sue identità, in questo caso lappartenenza ad una precisa zona geografica del pianeta (sono italiano, quindi non sono straniero), o al professare una religione (sono islamico, non sono cristiano, buddista, induista ecc.).
    Resta il fatto che se parliamo del principio di identità il ragionamento è per forza di cose “binario”, cioè le possibilità sono sempre due, e non è possibile enunciarne una escludendo l’altra: sono A, e quindi non sono non-A, oppure sono non-A, e quindi non sono A. Posso concentrarmi sulle differenze o sulle appartenenze, ma una implica necessariamente l’altra nella costruizione dell’identità di ciascuno di noi.

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  2. Se la costruzione dell’identità è uno ci quei processi che ci rende coscienti di noi stessi e del nostro essere in mezzo agli altri, in relazione con ciò che sono gli altri (cioè mi definisco per mezzo di processi di identificazione o differenziazione), non è il processo di identificazione o il binarismo che sono da condannare, ma l’aggressività, il desiderio di annientare e/o rendere uguale ciò che è diverso.
    Ciò che è da condannare è la violenza nei confronti di tutto ciò in cui non mi riconosco. E questo mio discorso si fa più chiaro se prendiamo ad esempio la polemica recente che ruota attorno al concetto di famiglia “naturale” e ciò che è avvenuto al Convegno tenutosi a Milano.
    Posso dichiararmi eterosessuale, e riconoscermi diferso da chi non lo è. L’errore sta in ciò che segue, e cioè disporre in modo gerarchico le categorie che si vanno a formare in questo modo: eterosessuale è naturale, buono e quindi superiore, titolare di diritti, mentre omosessuale o bisessuale o asessuale è anormale, cattivo, sbagliato e quindi non deve avere i miei stessi diritti: questo significa annientare chi è riconosciuto come diverso.

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  3. Oltre alla riduzione di una persona ad una sola identità e alla gerarchia tra le identità, vi è un’altra questione: la pretesa di alcuni (ad esempio l’Isis o gli islamofobi) di predeterminare il senso di una identità (ad esempio quella musulmana). Io posso essere musulmano e dare un senso alla mia identità diverso da quello di un altro musulmano. Riconoscere questo non significa negarmi l’identità, significa riconoscere che la mia identità è plurale tanto quanto quella degli occidentali, dei cristiani, dei laici, etc. La logica binaria disconosce questa pluralità.

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