Leggere Lolita a TeheranLa violenza del terrorismo jiahdista è paragonata alla violenza domestica. Il paragone è suggerito da Marina Terragni e raccolto da Marisa Guarneri. Le costanti nel paragone sono la sottomissione, la gradualità e la paralisi finale delle vittime.

Il paragone è persuasivo solo in senso molto lato. La violenza come espressione e funzione di una volontà di dominio e di annullamento dell’altro è storicamente una violenza maschile. In questo senso, può funzionare l’analogia tra la violenza domestica e la violenza jiahdista. E ogni altra violenza volta a conquistare e sottomettere: la violenza fascista, colonialista, imperialista. Nella stessa lotta al terrorismo vediamo questa violenza. Nelle misure di sicurezza che negano la libertà. Nelle rappresaglie. Nelle guerre preventive. Nelle occupazioni militari. Nei bombardamenti a cinquemila metri d’altezza. Nelle prigioni di tortura come Abu Ghraib. Nei campi di concentramento come Guantanamo. Nella scelta perpetua di appoggiare qualsiasi stato o movimento per battere il nemico immediato.

Per ciascuna di queste violenze, potremmo ritornare alla matrice originaria della violenza maschile. Farlo solo per la violenza jiahdista assume un significato propagandistico. Un espediente per reclutare le donne, il femminismo, nella guerra (maschile) di civiltà, che si vuole vedere in atto tra Occidente e Islam.

Vista la base comune della violenza, occorre vedere le differenze e riconoscerne l’importanza. Mentre la violenza domestica colpisce solo le donne e le colpisce nella relazione personale, la violenza del terrorismo, della guerra e della dittatura colpisce le donne e gli uomini e li colpisce nella relazione pubblica. Sotto questo aspetto il paragone non funziona più. Anche nel terrorismo, nella guerra e nella dittatura, può manifestarsi una specifica violenza sessista, quando la violenza colpisce le donne o gli omosessuali. Fa impressione leggere delle donne schiavizzate dai terroristi dell’Isis, e può fare ancora più impressione sapere che questa non è una loro prerogativa. Persino i soldati della Nato e i caschi blu dell’ONU, nelle zone di guerra dove hanno operato, hanno usufruito di bordelli istituiti apposta per loro con ragazze ridotte in schiavitù. Tuttavia, il miliziano dell’Isis o il militare della Nato che viola e schiavizza una donna, è l’equivalente dell’uomo nero, non è il padre, il fratello, il fidanzato, il marito che commette violenza e tradisce il rapporto d’amore e di fiducia della figlia, della sorella, della fidanzata, della moglie.

Il paragone torna a funzionare nello sguardo dell’intervistatrice e dell’intervistata. Lo sguardo sulle vittime. Viste solo come persone impotenti, annichilite, incapaci di reagire oppure quasi corresponsabili. Persone bisognose di un intervento o almeno di un esempio esterno, persone che ignorano l’aspirazione alla libertà e all’indipendenza, che devono impararla dai valori occidentali. Domande frequenti sulla violenza contro le donne sono: perchè lei lo ha sposato, perchè gli ha permesso di trattarla così, perchè non lo lascia? Anche Marina Terragni a proposito delle donne iraniane domanda: perchè se lo sono lasciato fare? Le ragazze di Leggere Lolita a Teheran che s’incontrano clandestinamente con la professoressa per parlare di letteratura sono viste come persone passive che si sottomettono e non come donne che combattono e resistono sotto un regime autoritario come altri soggetti dissidenti. In Iran è stato distrutto il Tudeh, il più forte partito comunista del Medio Oriente. A nessuno è venuto in mente di chiedersi, perchè se lo è lasciato fare.

Riferimenti:
Violenza domestica e violenza fanatica non sono la stessa cosa – di Luisa Muraro