Una lettera irricevibile a un amico musulmano

Musulmani contro IsisSu La Stampa, Francesca Paci ha scritto una lettera aperta ad un amico musulmano. L’amico, di nome Mohammed, condanna gli attentati commessi in nome dell’Islam, ma ci tiene a distinguere i terroristi dal vero Islam e sospetta che i loro crimini abbiano qualcosa di strano e facciano il gioco di qualcuno, pur senza arrivare a vederci dietro la Cia o il Mossad.

Questi limiti attribuiti a Mohammed somigliano ai dubbi e alle dietrologie che caratterizzano tanta parte del dibattito pubblico senza essere prerogativa dell’identità musulmana. Molti occidentali di sinistra pensano che il terrorismo sia criminale, ma pure l’arma dei poveri, spesso controproducente, una reazione all’imperialismo, un estremismo distinto dal vero Islam o dall’Islam moderato. L’11 settembre è stato oggetto di tante teorie del complotto e di una indagine dello stesso congresso americano. Dubbi, sospetti e teorie continuano ad essere divulgati ancora oggi, perchè in effetti Bush ha usato l’attentato per promuovere la legislazione repressiva del patriot act, e la dottrina della guerra preventiva.

Allora, perchè pretendere da un musulmano una condanna assoluta, un essere fino in fondo, perfino un’autocritica identitaria, quando non lo pretendiamo da noi stessi e da nessun altro? Cosa gli stiamo davvero chiedendo? Di essere contro il terrorismo jihadista o di essere contro il suo terrorista interiore? Possiamo vantare i pentimenti tardivi della chiesa cattolica, incalzata da atei e laici quando i cristiani erano riluttanti. E ritenere che pure l’Islam dovrebbe assumersi le proprie responsabilità o i laici del suo mondo dovrebbero fargliele assumere. Tuttavia, l’Islam non è una chiesa. Pronunciamenti di autorità religiose islamiche contro il terrorismo jihadista ve ne sono stati e continuano ad essercene, senza mai essere risolutivi, perché nessuno equivale alla parola di un papa regnante con il potere di scomunica.

Il terrorismo jihadista nasce nel mondo islamico. Ma io dubito che un’occidentale abbia titolo morale per dettare ad un musulmano cosa deve fare, dire, pensare e sentire. Gli occidentali quel terrorismo spesso lo hanno foraggiato per contrastare l’Urss e il nazionalismo arabo laico. Quando poi quel terrorismo gli si è rivoltato contro, gli occidentali ne sono stati vittime soltanto secondarie. Il terrorismo islamista ha come suo primo obiettivo i musulmani da esso ritenuti apostati. In Palestina vuole sconfiggere prima Hamas e solo dopo affrontare Israele. Se Mohammed prega lo stesso dio dei tagliagole di Baghdad, prega anche lo stesso dio della grande maggioranza di vittime che si ritrova con la gola tagliata. Gli occidentali dal canto loro fanno altrettante vittime, spesso chiamate effetti collaterali, e creano circostanze favorevoli al terrorismo.

Se vogliamo sfogliare album di famiglia, possiamo riconoscere che anche i musulmani hanno ottimi parenti: personalità della cultura, liberali, riformatori, femministe, movimenti giovanili. E allo stesso modo possiamo riconoscere che, oltre ai cristiani e ai comunisti, anche i laici, liberali e democratici occidentali hanno pessimi parenti. A volte sono individui riconoscibili. Altre volte sono persone rispettabili e persino molto stimate, che hanno commesso opere buone, opere mediocri e crimini orrendi. Da Dresda, a Hiroshima, alla Nakba, al Vietnam, al Cile, all’Indonesia, alla guerra del Kosovo, alle guerre che vogliono esportare la democrazia: Abu Grahib, Guantanamo, Falluja. Francesca Paci potrebbe misurare il proprio album di famiglia come misura quello del suo amico Mohammed. E quando cita la vendetta giordana, che uccide due terroristi per rappresaglia, potrebbe andare fino in fondo nella condanna, invece di limitarsi a dire che non è la soluzione del problema.

La Stampa ha sostenuto alcune guerre. La sua firma più prestigiosa, Norberto Bobbio, subito dopo i bombardamenti su Tripoli del 1986, che uccisero una bambina, la figlia adottiva di Gheddafi, teorizzò che occorreva sospendere il giudizio morale in attesa di verificare se quei bombardamenti fossero stati utili per sconfiggere il terrorismo. Il fine giustifica i mezzi, se i mezzi realizzano il fine. Stessa cosa scrisse in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991. Possiamo immaginare come verrebbe accolto un musulmano che provasse a riflettere sulla possibile utilità pratica dei crimini commessi in nome della sua religione.

Il terrorismo jihadista, secondo la giornalista, è un prodotto dell’Islam e non di Washington e Gerusalemme. Ma noi riflettiamo sul nesso tra il nazismo e le umiliazioni inflitte alla Germania dopo la prima guerra mondiale dalle potenze vincitrici. Un musulmano, come molti di noi, può riflettere sul nesso tra il terrorismo jihadista e il modo in cui l’Occidente ha colonizzato il Medio Oriente.

Credo Francesca Paci non abbia mai scritto una lettera ad un suo amico ebreo, per sollecitarlo a condannare i crimini israeliani senza se e senza ma e riconoscere formalmente che quei crimini nascono nell’ebraismo e gli appartengono, pena l’essere escluso dalla comune lotta per la sopravvivenza. In compenso, un’amica ebrea ha pensato di scrivere a lei, per rimproverarle la mancata citazione degli ebrei tra le vittime del terrorismo a dispetto della onnipresente citazione dei bambini di Gaza. C’è sempre una omissione che fa aleggiare un fantasma. In effetti, l’antisemitismo appartiene a più di un album di famiglia.

La giornalista de La Stampa ha fatto bene a non scrivere mai una lettera di quel genere nei confronti degli ebrei. Sarebbe stata una lettera irricevibile, perchè crimini e atrocità sono stati e sono commessi in ogni parte dello spazio e del tempo, in nome di ideali religiosi, ideologici o laici: da dio alla democrazia. Non c’è una reale differenza tra il povero pilota giordano arso vivo dai jihadisti nella gabbia chiusa di una prigione e tanti altri poveri cristi bruciati vivi dal fosforo bianco nelle gabbie a cielo aperto di un villaggio o una città. Ogni boia ha il suo metodo e i suoi mezzi disponibili per fare fuori i nemici o la gente del nemico, e declina i suoi crimini nella sua lingua, nei suoi simboli, nei suoi pretesti atti a giustificare, legittimare, nobilitare. E’ un errore, che talvolta si fa, scambiare il pretesto con la causa. Un errore che, nei confronti di chi commette crimini in nome dell’Islam, viene compiuto sempre più spesso.

Un pensiero riguardo “Una lettera irricevibile a un amico musulmano”

  1. fatto sta che se uno storico dicesse che il nazismo e la fortuna politica di Hitler non aveva nulla a che fare con la cultura europea e tedesca dell’epoca in particolare ed è stata causata solo e soltanto dal trattato di Versailles e dalla crisi economica del ’29 meriterebbe di essere preso a pernacchie

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