uomo-in-attesaUn articolo sul Manifesto invita gli uomini a prendersi la responsabilità di interrogarsi sulla violenza perpetuata per secoli dai loro simili e a farlo partendo da sé. Provo a raccogliere l’invito.

Mi è successo, in situazioni di disaccordo, di essere criticato da alcune care amiche riguardo certe mie modalità di relazione, secondo loro offensive e forse persino violente. Io non me le sono viste così. Ho pensato loro fossero un po’ fragili ed io molto assertivo. Forse avrei potuto essere più attento e delicato. Ho pure creduto fossero un po’ suggestionate da tutti i discorsi sulla violenza e magari ci marciassero un po’ su.

Quando poi però hanno descritto in modo dettagliato le mie dinamiche ho dovuto ammettere con una discreta fatica che si, avevano a che fare anche con una mia volontà di controllo. Nella critica aveva il suo rilievo il fatto contraddittorio che io fossi un uomo che si dichiara contro la violenza maschile. Come molti uomini progressisti, dò valore al fatto che una donna prenda la parola, affermi il suo punto di vista, sia fiera, autonoma, indipendente e combattiva. Adoro le guerrigliere curde di Kobane. Eppure, anche se rare, vi sono situazioni, in cui quella autonomia mi provoca insofferenza. Come se tutta la mia stima verso l’autonomia femminile fosse anche intessuta di benevolenza. Quando il disaccordo è troppo importante per me, la benevolenza diventa insufficiente.

Il disaccordo fa velo. La violenza maschile, agita o anche solo ventilata per poter prevaricare, può essere più o meno grave, sporadica, saltuaria o cronica. Ma lo schema difensivo da noi adottato per metterci al riparo da proteste e accuse è abbastanza comune: fa leva sulla confusione tra violenza e conflitto ed evita di prendere sul serio la parola della donna, fino alla determinazione di screditarla. Se lei ci denuncia pubblicamente, lo fa per rovinarci. Se ci denuncia privatamente, lo fa per manipolarci. Se lei è in buona fede, allora è un tipo debole e basta molto poco per farle male. Tutte cose che possono andare insieme in una complessità che diventa il banco di nebbia nel quale mimetizzare la nostra opacità.

Allora, è importante che gli uomini impegnati contro la violenza, dalle colonne di uno storico giornale di sinistra, dichiarino di interrogarsi sulla violenza maschile e sollecitino altri uomini a farlo. Ma questo è ormai insufficiente. Le loro parole possono essere lette come vuota retorica. Occorre maggiore coraggio. Non basta più chiedere agli altri uomini di interrogarsi né dire che ci si interroga. Bisogna che gli uomini impegnati contro la violenza dicano cosa ci fanno con i loro interrogativi. Nelle loro vite reali, concrete.

Quando lessi di un uomo di Maschile Plurale accusato di violenza psicologica, i miei riflessi immediati mi dicevano che poteva trattarsi di una manovra volta a screditare una persona o una associazione, oppure di un conflitto privato, qualcosa di inverificabile rispetto a cui era opportuno solo osservare, al limite ascoltare, e sospendere il giudizio. Quello che avevo in testa era un dilemma interventista o astensionista, comunque interno alla logica del processo, dove si mettono a confronto le versioni e le prove. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che il mio essere uomo, in un contesto ancora molto segnato dal dominio e dalla violenza sessista, non mi permetteva di sentire le cose nel modo giusto e di vedere la disparità di potere nelle relazioni tra uomini e donne anche là dove non te le aspetti più. Inoltre, una cosa faceva resistenza: se un uomo di sinistra, femminista poteva aver compiuto violenza psicologica sulla sua compagna, questo metteva in crisi la credibilità di tutti gli uomini come lui. Me compreso. Davanti alle donne. E ancora peggio davanti a se stessi. Da qui la proiezione di un difetto di credibilità su di lei.

Tuttavia, non esiste una buona ragione per partire dal presupposto di un difetto di credibilità femminile. Che le donne siano spesso più trasparenti degli uomini nel manifestare fragilità ed emozioni, dipende da tanti motivi (il patriarcato, la maggiore importanza attribuita alla dimensione relazionale, la maternità, la biologia), ma in ogni caso questo non le rende meno credibili. Così ho scelto di crederle ed è stata una scelta politica, perché la violenza maschile è endemica e il discredito che colpisce le donne è sistematico. Ma soprattutto ho scelto di affidarmi alla valutazione delle donne con cui ero in più stretta relazione, che hanno poi preso la parola, non per chiedere processi e condanne, ma per chiedere a Maschile Plurale di affrontare la questione nel modo corretto, secondo l’analisi della violenza di genere, di non arretrare nello schema della guerra dei sessi, di non esporre la donna ad una possibile rivittimizzazione, ovvero a non agire di nuovo violenza. Una richiesta ritenuta ideologica da una parte dei destinatari, già firmatari di un famoso appello: «La violenza ci riguarda».

«La violenza ci riguarda» ma intanto ce ne smarchiamo di continuo. Alla fine è un filone interessante per farci un editoriale, magari l’otto marzo.

Riferimenti:
Interrogarsi sulla violenza maschile non basta più – Massimo Lizzi, 20 marzo 2015
Tra i resti del patriarcato: il fantasma della rivalsa femminile – Claudio Vedovati, 5 gennaio 2015
Nutrire la nostra libertà rischiando – Claudio Vedovati e Sara Gandini, 19 ottobre 2014
Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio – Sara Gandini, 13 agosto 2014
Gli uomini sono storicamente già associati a sufficienza – Tk, 16 luglio 2014
Luisa Muraro: «Raccogliere la domanda di giustizia delle donne che hanno subito la violenza sessista» – 18 luglio 2015
Maschile Plurale tra rimozione e rivittimizzazione – Tk, 4 luglio 2014
Una trasformazione è necessaria – Claudio Vedovati, 17 giugno 2014
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale – Il Ricciocorno Schiattoso 8.05.2014