Dentro o fuori?

san-pietro-2La sinistra dem confligge con il governo a guida PD su tre riforme importanti: lavoro, scuola, sistema elettorale. Tre questioni sufficienti a definire una dialettica governo-opposizione, tanto che la sinistra dem ha una visibilità paragonabile, se non superiore, a quella delle opposizioni ufficiali: il M5S, Forza Italia, la Lega nord. Questo mette la sinistra dem nella situazione di essere un partito alternativo nel partito, una opposizione nella maggioranza, quindi nella condizione di dover alla fine votare provvedimenti contestati per mesi nelle dichiarazioni pubbliche oppure di dover violare la disciplina del vincolo di partito e di maggioranza con il voto contrario. Una situazione eccezionale, destinata a logorarsi se replicata più volte, specie se ogni volta risulta perdente. Così si pone alla sinistra dem un dilemma classico: dentro o fuori?

Ho vissuto questo dilemma più di una volta, in particolare nel 1989-91 quando il PCI fu trasformato in PDS, e l’ho sempre risolto con una separazione. Nell’impegno politico, preferisco sentirmi a casa anziché ospite tollerato o infiltrato. Soffro lo scarto tra responsabilità e potere: stare in un gruppo da dissidente significa assumersi responsabilità senza avere il potere di condizionare le scelte di cui si è corresponsabili. Sento la velleità, il non senso, di una battaglia controcorrente: un gruppo può essere corretto nei mezzi, nei modi, nei tempi, ma non nella direzione. Condividere la direzione è presupposto dello stare insieme. A interferire con la scelta della scissione sono state spesso le relazioni personali. Ma alla fine ne ho fatto sempre un punto d’orgoglio: per coerenza politica e ideologica sono capace di separarmi da persone amiche. Salvo poi ritrovarmi con degli estranei. L’affinità, oltre che di principi ideologici e di orientamenti politici è fatta anche di pratiche, e di qualcosa che mi sfugge, che fa si che con alcune persone ti trovi bene e con altre meno.

Le relazioni personali frenano la scelta di separarsi anche in negativo. Lo scissionista è una figura disprezzata, un traditore. E nei grandi partiti sono disprezzate le minoranze, ritratte come pure e dure, ma ininfluenti. Tuttavia, oggi gli stessi grandi partiti e persino i governi sono in difetto di autorevolezza e di influenza, tanto che molti elettori li lasciano per rifluire nell’astensione. Ha colpito la vicenda della riforma delle pensioni di Elsa Fornero, voluta dall’Europa e bocciata dalla Corte Costituzionale. Il potere politico stretto in mezzo chiamato ad applicare direttive di altri poteri. La debolezza del potere politico è una condizione favorevole per trasformismi e mutazioni genetiche. E’ nel perimetro di questa debolezza, che ci chiediamo se stare dentro o fuori, cioè in quale posizione irrilevante collocarci, per candidarci alle elezioni. Invece di approfittare di un potere debole, per tentare di ricostruire una posizione morale forte. I partiti storici sono nati intorno a giornali e riviste, legittimati da una prassi e una teoria. E’ impressionante l’agonia e la falcidia di giornali e riviste avvenute negli ultimi vent’anni. Nell’immediato, più che di un nuovo partito, sento il bisogno di un nuovo giornale, una nuova rivista e del pensiero di una pratica politica, che comprenda partecipazione elettorale e rivendicazioni o difesa di diritti da parte dello stato, ma che pure sappia farsi stato come accadeva alle origini del movimento operaio con il mutuo soccorso.

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