Controverso

Matteo RenziGia negli anni ’80, suscitava sarcasmi l’unanime rivendicazione della vittoria dopo ogni elezione. Dagli anni ‘90, le varie riforme elettorali promettevano di garantire vincitori certi. Tuttavia, quelli incerti sono sopravvissuti fino alle elezioni amministrative del 31 maggio. Proprio in questi giorni è molto discusso il risultato del PD. L’incertezza, in fondo, è inevitabile, perchè mostrarsi vincenti rimane una strategia di comunicazione e perchè i risultati possono essere controversi e prestarsi a valutazioni e confronti differenti.

Il dato del PD può essere confrontato con quello degli altri partiti. Criterio che vale per l’assegnazione delle presidenze e dei seggi. E’ il risultato che dice «5 a 2»: cinque regioni al centrosinistra e due al centrodestra. Una netta vittoria. Ma le aspettative dichiarate dal leader del partito (altro termine di confronto) erano per il «6 a 1» e allora la vittoria è un po’ deludente.
Il confronto si può fare con i risultati del partito alle elezioni precedenti: due milioni di voti persi rispetto alle Europee del 2014, e un milione di voti persi rispetto alle Politiche del 2013, secondo l’Istituto Cattaneo, per attestarsi oggi sulla percentuale del 23-24%. Messa così è una sconfitta. Il PD avrebbe perso in modo netto la sua dimensione di partito del 40%. Dimensione, spesso brandita da Renzi contro il 25% del PD di Bersani.
Tale lettura è però contestata da chi ritiene che ai voti persi dal PD vadano scontati quelli rifluiti nell’astensionismo e quelli andati alle liste civiche di centrosinistra, poiché sarebbero voti destinati a rientrare alle prossime elezioni politiche. Le effettive dimensioni del PD sarebbero dunque diminuite solo al 36%. Una congettura legittima, che potrebbe tuttavia essere ribaltata quando il partito ottiene più consenso alle europee, poiché i suoi voti in più sarebbero pronti ad andarsene appena si presentano liste civiche alle successive amministrative. Peraltro, la dimensione di queste liste è paragonabile a quella che un tempo aveva la sinistra radicale spesso alleata della sinistra moderata nelle regioni e negli enti locali. Inoltre, se l’astensionismo è cresciuto molto – e non è fisiologico che ciò avvenga nelle elezioni amministrative in confronto alle Europee – vuol dire che il nuovo corso di Renzi non rappresenta un rimedio e nemmeno un argine alla disaffezione della politica, e così pure in considerazione del successo delle formazioni di protesta populista e xenofoba, come il M5S e la Lega di Salvini. Questo è un altro risultato che parla più di sconfitta che di vittoria.
Una ulteriore complicazione è data dalla non coincidenza tra il partito PD e il suo gruppo dirigente renziano. A perdere in modo secco sono le due candidate renziane in Liguria e in Veneto, mentre in Toscana, Umbria e Molise vincono candidati della vecchia guardia. Infine, vincono in Puglia e in Campania due notabili radicati sul territorio locale, autonomi da Renzi, più forti della sua rottamazione.

La rottamazione ha agito in superficie al vertice del partito, ha messo da parte vecchi dirigenti e la loro storia, ha dato il via ad uno stile di direzione spiccio e solitario: l’uomo solo al comando, solo contro tutti, l’asfaltatore della minoranza dissidente, il leader contrapposto al sindacato, il promotore di riforme «destrorse» su scuola, lavoro e istituzioni. E’ naturale che il suo ridimensionamento susciti soddisfazione a sinistra, nonostante un quadro in cui le alternative immediate sono peggiori.
C’è da dire che questa volta al leader è mancato in piena campagna elettorale un provvedimento demagogico come quello degli 80 euro. Se a tal fine voleva usare il tesoretto, il proposito è stato vanificato dalla sentenza della Consulta che dispone la restituzione dei tagli pensionistici della riforma Fornero.
Un po’ di soddisfazione è data anche dalla possibilità che si riapra una prospettiva per la sinistra, dentro e fuori il PD. In Liguria, il candidato della sinistra ha preso il 10%. Improbabile responsabile di sconfitte altrui, solo un terzo dei suoi voti arrivano dal PD. C’è chi ricorda con molto ottimismo l’esordio di Podemos all’8% nelle amministrative spagnole.

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