Perché il separatismo maschile?

siepe-512Alcuni uomini lasciano Maschile Plurale (MP).
Claudio Magnabosco e gli uomini contro la tratta e la prostituzione. Secondo loro, MP finge di non prendere posizione tra l’abolizionismo e la regolamentazione, ma di fatto ignora la tratta e i clienti della prostituzione e mostra più attenzione verso gli ambienti favorevoli alla legalizzazione.
Claudio Vedovati, socio fondatore del gruppo. Secondo lui, MP tende ormai al separatismo, all’astrattezza, al narcisismo, ad una autonomia maschile che c’è già stata (il patriarcato), mentre quello che occorre, rispetto alla violenza sessista, è ascoltare le donne, imparare dalla loro sapienza. Quando una donna ha accusato di violenza psicologica un uomo di MP, l’associazione non ha saputo accogliere la sua verità; quando alcuni uomini hanno provato ad aprire un conflitto dentro MP sono stati a loro volta investiti da prepotenza e sopraffazione. Oggi MP è sovrastata dalla violenza e questo richiede un taglio per continuare a fare politica.

Queste critiche sono respinte da Alberto Leiss, giornalista impegnato nell’associazione. A suo avviso, i giudizi sono liquidatori; MP non ha una linea; è possibile sia lottare contro la tratta, sia ascoltare chi chiede il riconoscimento della prostituzione libera e volontaria; ricorda gli articoli che ha scritto e gli incontri a cui a partecipato sul caso dell’uomo di MP accusato di violenza; il gruppo ne ha discusso, riflettuto, si è interrogato, ha formalizzato un documento di scuse, ma di più non poteva fare nel momento in cui le due persone coinvolte hanno scelto di mantenere l’anonimato.

Non sono associato a MP, non ho esperienza diretta delle dinamiche interne, mi affido a ciò che leggo, ascolto e percepisco.
Sulla prostituzione, concordo sia bene ascoltare tutti, penso poi però occorra fare una scelta: depenalizzare favoreggiamento e induzione può favorire lo sfruttamento. Nei paesi regolamentaristi, la tratta si è rafforzata. La regolamentazione definisce la sessualità maschile come bisogno e la sessualità femminile come servizio, soprattutto riconosce i prostitutori come legittimi imprenditori e clienti. Nelle libere e regolari attività commerciali, i clienti sono quelli che hanno sempre ragione. Rispetto alla regolamentazione, noi uomini siamo in «oggettivo» conflitto d’interessi.
Sull’accusa di violenza, quando circa un anno fa ho chiesto chiarimenti sulla confusione che veniva fatta tra violenza e conflitto, mosso critiche, pubblicato discussioni (e anche un po’ polemizzato) sono stato «accolto» da chi rappresentava il gruppo come un avversario che vuole competere per essere il più buono e il migliore tra i maschi. Un modo volto più alla delegittimazione che al dialogo o al conflitto. Posso immaginare che il confronto interno sia stato anche più duro.
Negli interventi pubblici ho sentito nominare la violenza da Claudio Vedovati e da Marco Deriu. Ho letto e ascoltato con rispetto e interesse Alberto Leiss, credo alla sincerità del suo punto di vista, ma percepisco dal suo discorso una sostanziale messa in dubbio della parola della donna, in assenza di prove certe. Ho percepito da parte degli altri silenzio, difesa e chiusura. Se è esistito un dibattito più profondo, in pubblico non è stato condiviso.

Magnabosco e Vedovati mettono in discussione MP per come è diventata. Mi chiedo se l’associazionismo maschile possa avere un esito diverso.
L’associazione in un primo tempo è uno strumento, assume un valore aggregante intorno ad un messaggio originario e tiene insieme le persone. Poi, il suo rafforzamento, la sua immagine, il suo successo e quello dei suoi rappresentanti  aumentano di importanza e tendono a diventare il fine.
A fronte di un associato accusato di violenza, l’associazione è uno strumento di autocoscienza o un oggetto da difendere dalla minaccia di uno scandalo? A fronte di milioni di uomini che domandano alle donne di prostituirsi, l’associazione è più interessata a confliggere con i clienti nella lotta allo sfruttamento o a raccoglierne il consenso in una politica di regolamentazione?
Un’associazione maschile può trarre credito e consenso dalle donne, senza avere un’autonoma base di consenso maschile. Nel caso, i rappresentanti dell’associazione rischiano una deriva verso la retorica e il narcisismo, ma anche verso paralisi e ambiguità ogni qual volta le donne si dividono.
Un’associazione maschile può essere sostenuta dagli uomini. Nel caso, tenderà a diventare il partito, il sindacato degli uomini, il rappresentante della soggettività maschile. Che vorrà dire la sua su tutto, anche su cosa è violenza sulle donne. Ne abbiamo avuto avvisaglia nelle posture difensive di MP.

Ogni associazione rischia di diventare fine a se stessa e di sviluppare dinamiche improntate a potere, gerarchia, conformismo e narcisismo di gruppo. Perchè proprio gli uomini dovrebbero rinunciare ad associarsi per evitare questo rischio? Bisogna vedere se vale la pena rischiare. Nel caso del femminismo è valsa, perché le donne hanno voluto sottrarsi alla narrazione maschile di se stesse, del rapporto tra i sessi, ed hanno potuto farlo separandosi, per un certo tratto. Fu un atto di lotta. Tuttavia, oggi associazioni di donne separatiste non ne esistono quasi più. Il movimento delle donne è aperto anche agli uomini, e in ogni caso non si è mai strutturato in una associazione nazionale. Gli uomini oggi perché dovrebbero separarsi dalle donne, creare propri luoghi separati in cui stare tra loro? E ammesso sia utile avere momenti tra uomini, perché costruirci sopra un’organizzazione?

MP indica come suo scopo la ridefinizione della identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale. Tuttavia, l’identità maschile, fatta di distacco emotivo, competizione per il potere, inferiorizzazione della donna, si è storicamente definita nella divisione sessuale del lavoro nel patriarcato ed è stata messa in discussione dal superamento di quella divisione, nel momento in cui le donne sono entrate nella sfera pubblica, i luoghi di lavoro e di istruzione, e anche molti luoghi sportivi, sono diventati luoghi misti. I luoghi maschili o prevalentemente maschili che sopravvivono sono fondati sul retaggio della discriminazione e sono in genere luoghi molto tristi. Dunque, perché ricreare artificiosamente dei luoghi per soli uomini, quando è nella relazione con le donne che ridefiniamo la nostra identità in senso antipatriarcale?

Riferimenti:
Eccomi a gettare il cuore oltre all’ostacolo – Claudio Vedovati
I gruppi “uomini” contro la tratta e contro la prostituzione lasciano Maschile Plurale – Claudio Magnabosco Isoke Aikpitanyi
Gli uomini sono storicamente già associati a sufficienza – Tk
Interrogarsi sulla violenza maschile non basta più – Massimo Lizzi, 20 marzo 2015
Tra i resti del patriarcato: il fantasma della rivalsa femminile – Claudio Vedovati, 5 gennaio 2015
Nutrire la nostra libertà rischiando – Claudio Vedovati e Sara Gandini, 19 ottobre 2014
Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio – Sara Gandini, 13 agosto 2014

4 pensieri riguardo “Perché il separatismo maschile?”

  1. Nella mia esperienza, “politica” è far capitare di qualcosa di diverso dalla cultura patriarcale da cui provengo e che posso riconoscere dentro di me. Lo spazio per far capitare qualcosa è grande, immenso se come uomini stiamo in relazione con altri, uomini e donne. Questo spazio cresce se parliamo ciascuno a partire da sé e se riusciamo a far circolare autorità. Far circolare disvalore non apre conflitti e fa svanire ogni occasione di cambiamento.

    Io ho sciolto pubblicamente, pochi giorni fa, il mio legame con Maschile Plurale, una esperienza che è stata per me una piccola grande rivoluzione. Ho spiegato perché il progetto di MP non mi basta più, avendo anche io contribuito a costruirlo, e perché non posso più sentirmene parte. Ho sciolto questo legame per liberare energie, far accadere altro, salvaguardare e far circolare diversamente il positivo guadagnato in questa esperienza, non per “attaccare” MP: dai pregi e dai difetti della scommessa politica di un gruppo di uomini come quelli di Maschile Plurale tanti altri uomini possono ancora imparare.
    Il problema non è l’associarsi maschile in sé, ma la nostra capacità di stare in relazione vera, tra noi e con le donne. Ed anche con noi stessi. Con ciò che resta del patriarcato tutti noi uomini dobbiamo fare i conti, associati o no. E associati o no, ciò che come maschi non dobbiamo perdere, se l’abbiamo guadagnato, è il senso della differenza.

    Nelle tue argomentazioni, Massimo, nel tuo punto di vista, non vedo le tue relazioni e quali rischi hai deciso di correre te, con altri uomini e con le donne. Cosa tu hai guadagnato e cosa hai sentito come un tuo limite. Così diventa difficile vedere dove si manifesta anche la politica, il desiderio di far capitare di più e meglio per gli altri, partendo da sé. Se si perde il senso delle relazioni, si perde anche la possibilità del conflitto e subentra, per noi uomini, un oscuro bisogno di competizione maschile e la guerra.

    Io mi auguro, soprattutto in scenari dove l’accadere della violenza non ha ancora trovato una misura, solo il bene ed il cambiamento. E non la disconferma o la fine delle esperienze altrui.

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  2. Condivido l’impostazione del tuo articolo e la valutazione critica che esprimi sull’esperienza dell’associazionismo maschile.
    Non concordo però con alcune delle affermazioni incluse nel tuo testo. Vorrei pertanto proporre qualche considerazione marginale.
    Il separatismo femminista praticato negli anni Settanta non perseguiva soltanto l’obiettivo di sottrarre le donne alla narrazione maschile di se stesse e del loro rapporto con gli uomini, ma si è configurato come lo strumento più adatto a rendere possibile l’individuazione, il disvelamento, la presa di coscienza collettiva e la denuncia delle molteplici dimensioni dell’oppressione maschile e del patriarcato e ad innescare la lotta per il suo superamento.
    Si tratta di una pratica che non è affatto scomparsa e si rivela ancora oggi utile e preziosa. I collettivi femministi separatisti sono numerosi e profondamente radicati nel territorio e non hanno sviluppato dinamiche imperniate sul potere e sulla gerarchia.
    Nutro invece molta diffidenza nei confronti dell’associazionismo maschile per le ragioni che hai ben esplicitato nel tuo articolo.
    Vorrei soffermarmi, poi, sulla parte conclusiva del tuo articolo.
    Il principio della divisione sessuale del lavoro, a differenza di quanto tu e molte femministe ritengono, è ancora operativo, non è mai stato superato!
    Non consiste e non è mai consistito, infatti, se non idealmente, nell’assegnazione esclusiva della sfera pubblica agli uomini e di quella privata alle donne. Le trasgressioni di questa regola sono sempre state numerose. Le esponenti dei ceti popolari, ad esempio, hanno sempre svolto un’attività retribuita. Il principio si concretizza piuttosto nell’attribuzione esclusiva del lavoro domestico e di cura alle donne. Quella di casalinga è una tradizionale attività femminile. E il doppio lavoro ( o triplo, se si considera la cura come lavoro disgiunto dal compimento delle mansioni domestiche) chi lo svolge, se non la donna? L’assegnazione a quest’ultima delle attività domestiche e di cura produce forti ripercussioni sul mercato del lavoro, determinando un maggior tasso di disoccupazione e di precarietà femminile, l’erogazione di salari più bassi perché concepiti come supplementari, la segregazione orizzontale e verticale dell’occupazione ecc ecc.
    Inoltre gli spazi pubblici (piazze, vie, bar, birrerie) continuano ad essere abitati ed appropriati, in particolare nelle ore serali e notturne, prevalentemente dagli uomini. Le donne, anche quelle che escono di sera, temono di essere sessualmente aggredite, si sentono a disagio, quasi che si trovassero fuori posto e adottano una serie di strategie per evitare di subire stupri. Le frequentissime molestie che hanno luogo in strada, a loro volta, attestano non solo la riduzione delle donne ad oggetti sessuali, ma svolgono anche la funzione di segnalare ad esse che stanno trasgredendo la norma di genere che riserva la frequentazione degli spazi pubblici agli uomini e che il loro comportamento merita di essere sanzionato. Una donna che frequenta luoghi pubblici di sera è ritenuta sessualmente disponibile. La separazione fra la sfera pubblica e quella privata è, del resto, riflessa e riprodotta anche nel linguaggio. “Donna pubblica, donna di strada” è la prostituta, mente le espressioni “uomo pubblico e uomo di strada” non assumono connotazioni negative e fortemente sessualizzate.
    Infine gli spazi sportivi sono ancora frequentati prevalentemente da ragazzi ed uomini.

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  3. Caro Massimo Lizzi, caro Claudio Vedovati,

    a proposito di separatismo maschile, e della realtà di Maschile plurale. Provo a interloquire partendo dalla mia esperienza politica, prima nel movimento del ’68, poi nel Pci e all’Unità. A un certo punto, grazie alle relazioni di amicizia e di amore – e certo di scambio politico – con alcune femministe, mi sono reso conto che erano tutte situazioni in cui il potere era gestito da un separatismo maschile più o meno inconsapevole. Ho trovato nei luoghi del femminismo, che mi hanno accolto, un modo completamente diverso di parlare, parlarsi, concepire le relazioni nel presente come radice della politica. Di una politica per la libertà.
    Ed è stato in questi stessi luoghi, o luoghi vicini, che ho incontrato negli anni altri uomini che arrivavano alle stesse – o simili – conclusioni, a una critica della cultura patriarcale e al desiderio di un lavoro su di sé per il cambiamento e per una nuova libertà, consapevole della propria parzialità. A quel punto mi è capitato di desiderare l’esperienza di relazioni tra uomini diverse da quelle conosciute in quel separatismo maschile più o meno inconsapevole: alcuni di questi uomini – Claudio Vedovati, Stefano Ciccone, Beppe Pavan, Franco Fazzini e Antonio Canova, solo per citarne alcuni – avevano già alle spalle un lavoro informale di gruppi maschili, spesso frutto di sollecitazioni femminili, solo alcuni dei quali si chiamavano Maschile plurale. Sembrava a loro, e sembrò anche a me, che una ricerca di nuova pratica politica tra uomini, contestuale alle relazioni con le donne e il femminismo, fosse necessaria per una più radicale elaborazione sulla differenza, sui propri vissuti. Una ricerca e una esperienza da reinvestire nelle “relazioni di differenza” tra uomini e donne che avevamo cominciato a sperimentare con numerose amiche in modo più intenso. E da comunicare agli altri uomini.
    Io sono d’accordo con Claudio Vedovati che il punto principale è il mutamento nella relazione tra uomini e donne, e la capacità di esprimere grazie a questa relazione una nuova autorità politica. Credo che questo desiderio per realizzarsi sempre di più e meglio abbia ancora bisogno di una ricerca “tra uomini”. E forse l’avrà sempre. Sono un dilettante in psicanalisi (come quasi in tutto) ma esistono i rapporti padre-figlio-fratello, come quelli madre -figlia- sorella, e gli intrecci altrettanto e forse ancor più essenziali per la costituzione del nostro sé (madre – figlio) non credo possano saltare facilmente i rispecchiamenti simbolici determinati dai sessi. Ma non è tanto una posizione “teorica”, quanto un constatare come questo passaggio sia cercato e condiviso da uomini che vogliono sottrarsi alle ipoteche patriarcali. Questa esigenza continuo a provarla anch’io.
    Naturalmente il “tra uomini”, poiché nessuno di noi è completamente immune da queste ipoteche, può facilmente riprodurle (ma, per la verità, si possono riprodurre anche nelle relazioni con le donne, per esempio nel rifugio in una ritrovata fusionalità materna, nel compiacimento narcisistico del riconoscimento ottenuto, ecc.). Bisogna cercare di esserne consapevoli.
    Proprio qui sta molto del travaglio di questi lunghi mesi sul vissuto della violenza di cui uno di noi è stato accusato. I possibili rischi, secondo me, erano sia quello dell’empatia “connivente” verso l’amico (la violenza si nega), sia quello della “condanna collettiva” (la violenza si allontana da sé ). A me pare sinceramente che entrambi questi esiti, tipici dei “maschi associati”, siano stati evitati. Né mi sembra vero che non sia stata riconosciuta la parola della donna, o che la sua verità sia stata messa sullo stesso piano di quella dell’uomo. Questo infatti ha aperto un conflitto acuto. Non nego, per me, lo scacco di non essere comunque riuscito a mantenere se non in parte con l’uomo coinvolto una relazione non giudicante ma di verità. Capace di produrre cambiamento in me e in lui.
    Questa esperienza – peraltro tuttora aperta e densa di interrogativi personali e collettivi – ci ha fatto anche tornare a riflettere su come viviamo MP. Creammo, dopo il testo del 2006 sulla violenza maschile e le molte adesioni raccolte, una struttura associativa con l’idea di agire meglio, più efficacemente, e tra discussioni accese, mai sopite, sull’opportunità di farlo, sulle modalità, e sul senso da attribuirgli. Non abbiamo mai pensato di conferire più di tanto significato all’esigenza giuridica di creare un “direttivo”, un “presidente” ecc. Tuttavia i giochi più o meno fantasmatici del potere e dell’identità, dell’appartenenza a una comunità, non sono mancati. Nel nostro ultimo incontro abbiamo cercato di elaborare anche questo aspetto, valorizzando il nostro essere prima di tutto una rete di relazioni tra singoli uomini e gruppi di uomini, tutti comunque in relazioni più o meno forti e strutturate con singole donne o gruppi di donne. L’associazione (alla quale peraltro hanno sempre potuto aderire sia uomini sia donne) resta per gestire qualche progetto che richiede una configurazione giuridica. Un semplice strumento dunque, non una istituzione identitaria. Abbiamo anche deciso di rendere più stabile la relazione politica con le donne, immaginando di proporre la creazione di un gruppo misto per progettare insieme un appuntamento seminariale: se funzionerà potrebbe divenire un impegno, un laboratorio che continua nel tempo. Esperienze simili del resto sono da tempo patrimonio di molti di noi: semmai è opportuno un bilancio, sui passi avanti, sugli ostacoli, i conflitti, e le resistenze che – mi sembra – non sono solo di origine maschile. Inoltre è del tutto chiaro che MP è soltanto una parte di un “movimento” – non certo equiparabile a movimenti politici tradizionali – che coinvolge sempre di più molti uomini in una riflessione e in comportamenti, azioni, per “emanciparsi” dal patriarcato ( e dall’”androcentrismo”, come dice Gian Andrea Franchi) o dai residui che ne rimangono. Un movimento che avviene soprattutto nella dimensione privata e personale, familiare, ma che comincia a moltiplicare anche le sue voci pubbliche. Politiche.
    Certo mi è molto dispiaciuta la scelta e l’assenza di Claudio. Alcune sue parole – riprese anche nell’intervento di Lizzi – mi hanno e ci hanno ferito, perché dipingere MP come un luogo preda della sopraffazione e della violenza è davvero una forzatura inaccettabile. Tuttavia l’invito di Claudio a non lasciar cadere il fatto che la violenza è stata vissuta e nominata anche in alcune relazioni tra noi è stato accolto e risponde all’aspetto più profondo – per quel che vedo e provo – di ciò che stiamo vivendo e elaborando. Ha prevalso l’ascolto.
    Anche l’assenza, la mancanza, può essere una modalità di relazione che contribuisce a “far capitare qualcosa di diverso dalla cultura patriarcale” dalla quale proveniamo. Io preferisco e desidero la presenza, e continuerò a fare quello che posso perché le relazioni “in presenza” tra noi continuino. Oltretutto per me non esiste un MP diverso dalle singole persone che ho conosciuto e vado conoscendo nell’ambito che questo nome – che ha il grande pregio dell’indeterminatezza – in qualche modo individua.
    Infine, faccio mie le domande di Claudio a Massimo. Che cosa muove nel profondo il suo interesse, prevalentemente polemico, nei confronti dell’entità MP? Siamo forse uno strano oggetto del desiderio e, contemporaneamente, una ostile proiezione fantasmatica? Che tipo di relazione ognuno è disposto a mettere veramente in gioco?

    Alberto Leiss

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