Il gruppo come limite alla libera espressione

Breznev

Il segretario di un piccolo partito comunista ha dato disposizione ai suoi militanti di non fare commenti autonomi su Facebook e di consegnare le password dei propri account alla direzione del partito, perché la natura dei social network spinge oggettivamente all’individualismo e alle peggiori performance di protagonismo. La notizia suscita ilarità. Sembra una caricatura farsesca del vecchio centralismo democratico.
Tuttavia, nella mia esperienza militante, ho notato più volte come la libera espressione del singolo associato ad un gruppo politico, specie se dissonante o se espressione di una autonomia ritenuta eccessiva e ingiustificata, sia vissuta come un problema di lealtà dal resto del gruppo, in particolare dai suoi dirigenti. Vi è l’idea che la parola pubblica debba essere sintesi del pensiero del gruppo, o quanto meno debba prima passare attraverso una discussione nel gruppo e solo in caso di insoddisfazione possa essere esternata come posizione individuale, ma a quel punto assume il significato della divisione.

È una idea adatta ai punti di vista tradizionali, che irrigidisce la dialettica interna ai partiti e persino alle coalizioni. Per l’Ulivo prima e per l’Unione poi, era insufficiente la coesione parlamentare della maggioranza al momento di votare i provvedimenti del governo. I leader egemoni della coalizione esigevano una disciplinata conformità anche nelle dichiarazioni pubbliche e mal tolleravano qualsiasi espressione di indipendenza simbolica. Un ministro era stigmatizzato se partecipava ad una manifestazione sindacale. Proprio ciò che poteva permettere di tenere insieme una alleanza eterogenea – la possibilità di rendere manifesto il dibattito e le differenze, per poi arrivare comunque a convergere nel voto in parlamento – era vissuto come divisivo e destabilizzante.
Il conformismo di gruppo, per cui ogni membro ha timore di prendere la parola in pubblico, senza il conforto del resto del gruppo, esiste anche al di fuori della politica dei partiti e delle istituzioni ed è dettata dalle medesime preoccupazioni: i panni sporchi si lavano in famiglia; avversari ed estranei possono ascoltare e mal giudicare; è meglio delegare al gruppo, ai suoi leader ed esserne tutelati, perché loro ne sanno di più.

Un certo grado di conformismo può essere necessario. Vi sono documenti che richiedono di essere ben preparati: discorsi da pronunciare in convegni, congressi, seminari, università, assemblee elettive; articoli e saggi da pubblicare su fonti qualificate, riviste, libri. Un tempo queste fonti erano le uniche esistenti e vi si poteva accedere solo per selezione o per cooptazione. Al limite si poteva mandare una lettera al direttore, ma era chiaro che quel documento non valeva come l’editoriale del giornale o come una intervista. Oggi chiunque può crearsi una tribuna amatoriale digitale e pubblicarsi da solo le sue lettere al direttore.
Giusto evitare lo sfogo, l’invettiva, l’esibizione. Quel che rende problematica e persino distruttiva la discussione sui social media è l’immediatezza, il riflesso condizionato, l’applicare al mezzo la dinamica del ping pong. Si applicasse la dinamica del gioco degli scacchi, la discussione virtuale potrebbe invece essere molto produttiva. Le mosse sulla scacchiera possono implicare ore di riflessioni, addirittura qualche giorno. Oltre questo tempo, l’immobilità, il silenzio diventano una forma di clausura comunicativa.

Il dibattito pubblico non è un pericolo, ma una opportunità. Permette l’imprevisto, il contributo di chi non fa parte del gruppo, l’incontro con persone nuove. È formativo per chi si esprime e si espone, oltre la lettura e lo studio. E fa bene alla salute, perché soddisfa il naturale bisogno di esprimersi.
Ormai abbiamo i mezzi digitali per praticare con continuità e regolarità questo esericizio. Andiamo in palestra o in piscina, facciamo ginnastica e nuotiamo sotto gli occhi di tutti, senza voler battere nessuno, senza voler conquistare medaglie alle prossime Olimpiadi. Allo stesso modo possiamo esercitarci nella dialettica e nella scrittura sui social media e sui blog. Se ne abbiamo voglia. Altrimenti, consegnamo la password al segretario generale.

Riferimenti:
“Vietato esprimere opinioni autonome sui social”: il regolamento del Partito comunista
Il partito comunista di Marco Rizzo detta le regole ai militanti per stare su Facebook: “Mai commentare autonomamente”

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