Berlinguer-MonocameralismoLa contesa sulla riforma del senato si gioca anche nel modo di rappresentarla.

I favorevoli la rappresentano come un conflitto pro o contro l’abolizione del bicameralismo perfetto. Abolizione finalizzata a ridurre i costi della politica e a velocizzare i tempi di approvazione delle leggi. A sostegno di questa rappresentazione, ricorrono all’autorità di illustri personalità democratiche e di sinistra del passato. Giorgio Napolitano nel suo scambio con Eugenio Scalfari cita Leopoldo Elia. Enrico Rossi in polemica con la sinistra dem cita Enrico Berlinguer.

I contrari la rappresentano invece come un conflitto pro o contro la democrazia parlamentare. Essi valorizzano la centralità del parlamento e le prerogative dell’opposizione di fronte al potere del governo. Sarebbero favorevoli al monocameralismo, se consistesse nella abolizione del senato tout court, ma non accettano il mantenimento di un senato non elettivo, mentre la camera dei deputati viene eletta con un sistema elettorale che mantiene i principali difetti del porcellum, cioè impedisce il voto di preferenza dei candidati, mette la nomina dell’assemblea di fatto nelle mani dei segretari di partito, quindi del futuro premier e assegna il premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 40%, ovvero solo la maggioranza relativa. Con una astensione del 50% – per fare una ipotesi – una lista che raggiungesse la soglia prevista, rappresenterebbe di fatto solo il 20% degli aventi diritto al voto e si vedrebbe assegnata la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

È improbabile, dunque, che le personalità democratiche e di sinistra evocate dai riformatori a sostegno del monocameralismo avrebbero potuto accettare un dispositivo di questo tipo. Al tempo loro, il parlamento era eletto con il sistema proporzionale, era lo specchio del paese, i candidati erano selezionati da grandi partiti di massa radicati nella società e dovevano poi superare il vaglio del voto di preferenza dei votanti che, per partecipazione, quasi coincidevano con gli aventi diritto al voto.

Gli obiettivi ufficiali a giustificazione della riforma possono essere comunque perseguiti entro l’attuale assetto parlamentare. Allo scopo di ridurre i costi della politica, è sufficiente la riduzione del numero dei parlamentari, per esempio il dimezzamento. Allo scopo di velocizzare i tempi di approvazione delle leggi – posto che la media temporale di tre mesi sia eccessiva – si può introdurre la tagliola per limitare l’ostruzionismo, si possono recuperare le proposte del PCI presentate nel 1981 sulla delegificazione: al parlamento competono le leggi di indirizzo nazionale, mentre le altre competenze sono delegate alle autonomie locali.

Tuttavia, la velocizzazione dei tempi di approvazione delle leggi non è un valore in sé. Si può capire che i democratici e i progressisti abbiano sostenuto questa esigenza nei decenni riformisti del miracolo economico, quando le riforme erano la scuola media unica, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, il sistema previdenziale retributivo, lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, il servizio sanitario nazionale, quando cioè le riforme erano progressiste, perché i valori egemoni nella repubblica erano valori che tendevano alla solidarietà collettiva, alla redistribuzione delle risorse, al progresso, all’estensione dei diritti e alla giustizia sociale. Ma da trent’anni ormai siamo dominati da imperativi individualisti e liberisti, anni in cui le riforme consistono in un graduale smantellamento delle riforme sociali precedenti, ragion per cui non c’è motivo di desiderare iter di approvazioni molto veloci. Anzi, è il caso di difendere un parlamento, il più possibile valutativo.

Infine, c’è da considerare la legittimità di una riforma istituzionale di tale effetto, approvata con il solo metodo dell’articolo 138 (concepito per correzioni parziali), da un parlamento eletto con un sistema elettorale bocciato dalla Consulta e senza che le liste dei vari partiti del 2013 si presentassero agli elettori con un tale programma di riforme, la cui portata forse richiederebbe l’elezione di una assemblea costituente.

Riferimenti:
Rossi: “Senato, chi critica la riforma rilegga Berlinguer” – l’Unità 11 agosto 2015
Edizione nazionale dell’Unità 10 dicembre 1981 – Archivio dell’Unità
«Non si può tornare indietro sulla riforma del Senato» – Giorgio Napolitano, Corriere della sera, 6 agosto 2015
Quei birilli in movimento sul tavolo della nostra democrazia – Eugenio Scalfari, 9 agosto 2015
Napolitano: “Perché la riforma del Senato non minaccia la democrazia” – Repubblica, 11 agosto 2015
Scalfari: troppi poteri in mano al premier, ecco perché la riforma va cambiata – Repubblica, 12 agosto 2015