I segretari del partito

Longo-BerlingerIl segretario del PCI, oltre ad essere il leader politico, era anche il leader morale e simbolico, rappresentava l’unità del partito; la successione dei segretari avveniva nel rispetto di una genealogia, che dava il senso della continuità ideologica, politica e organizzativa del partito. Il segretario era di fatto nominato a vita; poteva essere sostituito a causa di una malattia e allora veniva creata per lui la carica onorifica di presidente.

Accadde a Luigi Longo, colpito da ictus nel 1968 e ad Alessandro Natta, colpito da un lieve infarto durante il comizio di Gubbio nel 1988. Natta però avrebbe voluto portare a termine il suo mandato fino alla scadenza congressuale e con una lettera privata protestò contro le modalità con cui il comitato centrale lo sostituì con il suo vice Achille Occhetto.

Realizzata la conversione ideologica del partito dopo il 1989, il segretario divenne una figura più laica, legata ai risultati elettorali invece che alla salute. Achille Occhetto perse le elezioni del 1994 e fu sostituito da Massimo D’Alema, che vinse le primarie dell’epoca, limitate ai dirigenti e ai funzionari del partito. La successione fu vissuta dai protagonisti come un defenestramento. L’ex segretario, senza incarichi onorari, venne emarginato.

D'Alema-OcchettoD’Alema fu l’ultimo segretario ad essere anche il capo effettivo del partito. Divenuto presidente del consiglio nel 1998, fu sostituito alla segreteria dal suo rivale Walter Veltroni; una divisione del potere simile a quelle condotte nella Democrazia cristiana. Nei DS e poi nel PD degli anni duemila, i segretari furono per lo più reggenti e leader organizzativi, mentre le principali figure di riferimento rimanevano Prodi, D’Alema e Veltroni.

Veltroni ottenne la segreteria del nuovo PD, quando D’Alema e il segretario DS Fassino si ritrovarono logorati dal caso Unipol; legittimato dalle primarie fu un segretario leader, ma perse presto le elezioni. Eletto contro Dario Franceschini, con il sostegno di D’Alema nelle primarie del 2009, Pierluigi Bersani si emancipò dal suo grande elettore solo nelle primarie del 2012, vinte contro l’ascendente Matteo Renzi, ma anche lui mancò subito la vittoria elettorale, per poi subire l’insubordinazione segreta di molti suoi parlamentari nella elezione del presidente della repubblica, quindi lasciò l’incarico ad un nuovo reggente: Guglielmo Epifani.

Il vincitore delle primarie del 2013, Matteo Renzi, è estraneo alle genealogie dei leader del partito, si afferma contro la vecchia classe dirigente, in particolare contro D’Alema usato come capro espiatorio. Poi destituisce Enrico Letta, per subentrargli a capo del governo. D’Alema proverà a convivere con il vincitore ed a moderare la propria area nella prima fase del governo Renzi, con l’aspettativa di essere nominato commissario europeo. Ma Renzi sembra avere il bisogno anche simbolico di emarginare i vecchi dirigenti di maggior peso; così D’Alema riprende l’opposizione interna e rimane l’esponente più importante del dissenso, nonostante nuove leve come Fassina, Speranza, Cuperlo e Civati.

Pds-Ds-PDRenzi capo simultaneo del partito e del governo, come lo furono Craxi e Berlusconi, è un leader effettivo, il più forte dai tempi della fine del PCI, senza veri rivali, ma con una minoranza che è un partito nel partito e soprattutto con un partito molto più liquido, un partito personale. Renzi sarà il leader finché riuscirà a vincere. Gli oppositori interni attendono la sua sconfitta o cercano di affrettarla. Ma la fine del PSI e il ridimensionamento di Forza Italia mostrano che il partito personale può estinguersi con il suo capo. Tanto più che della sua vicenda è sempre più difficile capire e spiegare il senso.

Riferimenti:
Il rancore di D’Alema e quello di Occhetto. Dov’é, se c’è, la differenza? – Guido Moltedo, 28.08.2015

2 pensieri riguardo “I segretari del partito”

  1. Me lo ricordo e fatico ancora a capirne il senso. Natta aveva rinnovato tutta la segreteria ed avrebbe lasciato al congresso successivo, molto probabilmente in favore dello stesso Occhetto. Non c’era nessun motivo di approfittare di un malore, rovinare la relazione con lui, per accelerare di qualche mese. Era un gruppo preso dall’ansia del dinamismo, per competere con Craxi e salvare il partito da un declino percepito come inesorabile e forse imminente. Un dinamismo che però tendeva ad esaurirsi nelle trovate per stare in prima pagina e nei titoli del telegiornale.

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