La fine del PCI tra no e si

Unità 14 novembre 1989Con il senno di poi, tanti dissero che la fine del socialismo reale era prevedibile. Quando però gli stati socialisti dell’Europa dell’est caddero come birilli, uno dopo l’altro, l’evento parve una sorpresa storica. Solo un anno prima, Giulio Andreotti giudicava irrealistica l’unificazione della Germania e ancora molti anni dopo Paul Krugman definiva la fine dell’Urss un mistero dell’economia politica. L’Unione sovietica era in crisi negli anni ‘80, ma i comunisti sovietici avevano saputo superare crisi molto più gravi: la guerra civile, le carestie, la seconda guerra mondiale.

In tanti, tra noi comunisti italiani, eravamo incerti se essere contenti o dispiaciuti, per quella successione di eventi. L’entusiasmo vero o simulato di Achille Occhetto, il segretario del PCI, ci lasciava perplessi. Avremmo voluto vedere vincere la perestroijka di Mikhail Gorbaciov, mentre ora stava vincendo Boris Eltsin. Il socialismo reale invece di trasformarsi nel socialismo democratico si convertiva al liberismo più selvaggio.

La bandiera rossa ammainata sul Cremlino mi fece tristezza. Per tutto quel periodo, il primato della ragione sul sentimento mi sembrò sbagliato. Era sfiducia nel futuro: pensavo di assistere ad una fine, non ad un inizio. Il nuovo inizio, lo slogan con cui Occhetto lanciava la svolta della Bolognina, il cambio di nome del partito dopo il crollo del muro di Berlino; una decisione che, nella migliore delle ipotesi, sentivo precipitosa, espressione di una idea della politica che si giocava tutto sul piano dell’immagine: strategia della comunicazione senza strategia politica.

Allora, pensai: no! Poi, però vidi che si apriva una grande discussione, che c’era tanta partecipazione, che la proposta suscitava molta attenzione. Inoltre, la mia cultura mi portava alla fine ad essere solidale con il segretario. Quindi, al primo congresso, quello che apriva il processo costituente, votai si, per tenere aperto tutto questo. Ma il tempo passava e alla costituente non aderiva nessun’altro soggetto politico, il PCI rimaneva solo con se stesso. Nell’estate del 1990, venne la crisi del golfo: l’Occidente sotto egida Onu decise l’embargo contro l’Iraq invasore del Kuwait, in preparazione della guerra. Il parlamento approvò la partecipazione italiana. Il PCI si astenne, con la dissociazione dei sostenitori del NO. Quella scelta evocava il voto socialdemocratico del 1914 sui crediti di guerra e mi parve la prova che la svolta della Bolognina consistesse in una svolta a destra.

PdsUn altro indizio della ritirata fu la scelta del nome del partito: Partito democratico della sinistra. Un nome generico e totalitario. L’aggettivo sembrava guardare più ai democratici americani che ai socialisti europei. Ero d’accordo per un nome non ideologico, ma volevo esprimesse una chiara scelta di campo nel conflitto sociale. Per esempio: Partito del lavoro. Un altro elemento che in me faceva molta resistenza a cambiare, era il valore storico del nome e del simbolo del PCI. Il PDS con la quercia sembrava solo un accattivante marchio pubblicitario, una cosa senza storia, senza passato, nè futuro.

Potete sfogliare tutto il vocabolario, non troverete mai un nome bello come “comunista”, disse Alessandro Natta. Ed io ero d’accordo con lui. Ma il PCI del suo successore non era altrettanto bello e forse quel nome non meritava più di portarlo. Magari il cambiamento fu un bene, proprio per preservare la nobilità storica dei comunisti italiani alla memoria dei posteri, ma intanto somigliava ad un’abiura dagli effetti molto disgreganti.

2 pensieri riguardo “La fine del PCI tra no e si”

  1. Credo abbia funzionato un po’ dappertutto, se giudicato con aspettative proporzionate. Ha abbattuto regimi feudali, industrializzato paesi arretrati, sconfitto il nazifascismo, sostenuto il processo di decolonizzazione, migliorato le condizioni di vita delle sue popolazioni ad un livello estendibile a tutto il mondo e ha dato impulso al welfare nei paesi occidentali.
    Tuttavia, non penso il comunismo come un modello da applicare e far funzionare. E’ un orizzonte etico, una tendenza della storia, il movimento che abolisce lo stato di cose presenti.
    Con ciò, non voglio asserire che la Bolognina fosse sbagliata. Arrivati ad Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, forse era proprio la cosa giusta. Cito loro, non per personalizzare, ma per simboleggiare una umanità di sinistra ormai trasformata.

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