Kilamba-Luanda-Angola 2

Aiutiamoli a casa loro è lo slogan buonista delle destre xenofobe. Il sottotesto è: non vogliamo aiutarli a casa nostra, non li vogliamo tra noi. Lo slogan presuppone che i paesi siano case; i nativi siano i padroni e gli stranieri gli ospiti; l’immigrazione una violazione di domicilio. Spesso, chi vuole aiutarli a casa loro, vuole che l’immigrazione irregolare sia un reato; gli irregolari li chiama clandestini.

Chi proclama questo slogan, però, non presenta progetti di sviluppo per i paesi poveri, né propone di cancellare i loro debiti. Anzi, quando è al governo taglia i fondi alla cooperazione. Al momento, e da sempre, il miglior aiuto alla casa dei migranti proviene dai migranti stessi, mediante le loro rimesse. Trasferimenti presi a bersaglio da chi vuole aiutarli a casa loro, perché sottraggono ricchezza alla nostra economia.

Il principio di aiutare gli altri a casa loro, in sé, non è sbagliato, se non fosse per il fatto che tra gli aiutanti e gli aiutati si instaura un rapporto di potere; quando si tratta di relazioni tra stati, gli aiutati pagano gli aiuti con la rinuncia parziale o totale alla propria sovranità e indipendenza.

Soprattutto, è un principio che ignora la sfasatura temporale tra il problema e la soluzione: eventuali effetti benefici si possono avere nel medio-lungo periodo, mentre l’emergenza migratoria è adesso. Volerli aiutare a casa loro in futuro, significa non volerli aiutare qui e ora, mentre intanto muoiono a migliaia nel traversare il Mediterraneo.

Ma provocare morti annegati in mare o asfissiati nei Tir per scoraggiare l’immigrazione è immorale e disumano, è la prima cosa che non possiamo accettare. Perciò, dato che in tanti vogliono raggiungerci e sono disposti a rischiare la vita, per salvarsi o sperare in un futuro dignitoso, possiamo solo aprire porti e frontiere.