Syriza o Unità popolare?

Alexis Tsipras

Syriza è stata eletta al governo della Grecia, nel gennaio 2015, per sottrarre il paese alle politiche di austerità e nello stesso tempo mantenerlo nell’euro.

Il premier e leader di Syriza, Alexis Tsipras, dopo cinque mesi di trattative con la Troika (CE, BCE, FMI), per ottenere tempi di pagamento più lunghi e una riduzione del debito, e dopo aver vinto un referendum contro le proposte dei creditori, messo di fronte alla minaccia tedesca di escluderlo dall’euro, ha accettato di firmare un memorandum che di fatto prosegue l’austerità: rispetto delle scadenze e nuovi aiuti in cambio di tagli, pena la bancarotta.

Una parte di Syriza ha rifiutato la firma. Il governo si è ritrovato senza la sua maggioranza. Tsipras ha scelto di andare a nuove elezioni, che si tengono oggi; una parte dei dissidenti ha scelto di dare vita ad un nuovo partito: Unità popolare.

Chi ha simpatizzato per Tsipras in Europa, si trova davanti due alternative: sperare nella riconferma di Syriza o sperare nel successo della nuova formazione di estrema sinistra. Io spero nella riconferma di Syriza, anche se sono stato molto dubbioso sul compromesso (o capitolazione) di Tsipras e ho provato simpatia per il tentativo di Yanis Varoufakis di sfidare la Troika fino al punto di rischiare l’esclusione dall’euro.

Penso che la scissione di Unità popolare sia stata precipitosa. Le scissioni si fanno per prendere subito il potere o per arginare una disgregazione. Oppure soltanto perché non ci si fida più dei vecchi compagni di partito. Tsipras può aver fatto mosse sbagliate, ma non si è convertito. Unità popolare è data dai sondaggi al 3-4%, non potrà andare al governo, se non in alleanza con Syriza da cui si è appena separata, e non potrà fare nulla di incisivo dall’opposizione. Intanto, rischia di dare una mano al ritorno al governo della destra.

Tsipras è un comunista, non un socialista del PSE, non condivide le politiche neoliberiste e monetariste della UE, né aspetta che le cambi la Germania. Ci prova a contrastarle. Però, è alla guida di un paese troppo debole, che rappresenta solo il 2% del PIL dell’intera Unione europea. Al dunque, ha scelto di riconoscere i rapporti di forza, altrimenti il suo paese sarebbe stato escluso dall’euro ed avrebbe pagato un prezzo più alto di quello imposto dal memorandum. Tsipras ha valutato così. Non ha tradito e non è stato opportunista.

Al governo, Syriza ammette che l’accordo con la Troika è recessivo, ma pensa di poterne attenuare gli effetti con una redistribuzione più equa dei sacrifici, spera nella promessa del FMI di ristrutturare il debito greco, e punta ad una conferenza per rinegoziare il debito di tutti i paesi in crisi. Al governo la destra di Nuova democrazia può far tornare solo la vecchia politica subalterna alla troika, piegata senza neanche combattere, accettata a spese dei più poveri.

Oggi, la Grecia è isolata in Europa. Ma a dicembre Podemos può andare al governo in Spagna. Forse sarà possibile un miracolo in Gran Bretagna con il partito laburista di Jeremy Couryin. I rapporti di forza possono cambiare e così anche la capacità di Syriza in Grecia di tener meglio testa ai creditori nella UE e di muoversi insieme con le altre sinistre nella prospettiva di una integrazione politica dell’Europa.

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