Reclusione e riabilitazione

prigione

L’aumento delle pene è inutile se la misura vuole avere un effetto deterrente per i delinquenti o peggio un effetto propagandistico a favore dell’immagine del governo in apparenza determinato nella lotta alla criminalità. E’ il caso degli aumenti di pena per i reati di furto, previsti nell’ultimo ddl sul processo penale. L’aumento di pena può invece essere utile quando vuole significare che una determinata violazione è più grave di altre. È una delle funzioni della pena: indicare la gravità del reato. A reati più gravi corrispondono pene più gravi. In questo senso sarei favorevole ad aumenti di pena per i reati relativi alla violenza sulle donne e sui minori.

Il carcere storicamente è l’alternativa alle pene corporali. Invece di tagliare la mano al ladro, lo mettiamo in prigione, perché siamo diventati più civili e più ricchi: rispetto al passato abbiamo risorse sufficienti per mantenere i detenuti. Se non le avessimo più, torneremmo indietro, se non alle bastonature e alle mutilazioni, almeno ai lavori forzati. Per adesso andiamo avanti e pensiamo il carcere come luogo di riabilitazione.

Sono molto favorevole a questa funzione della pena carceraria, peraltro dettata dalla Costituzione, penso quindi che lo stato debba investire risorse sulle carceri, per farne dei luoghi vivibili, per svolgere attività educative, culturali, terapeutiche. Penso che molto del percorso di riabilitazione possa svolgersi fuori dal carcere, agli arresti domiciliari, ai servizi sociali. Un essere umano dovrebbe stare in carcere solo se socialmente pericoloso per la vita e l’incolumità degli altri. Questa è un altra funzione della reclusione: mettere un individuo nelle condizioni di non nuocere.

In linea di principio, è giusto che un ex detenuto, scontata la pena, sia reinserito nella società, senza essere discriminato. Un principio però non può essere applicato con il pilota automatico. Esiste la recidiva. Ed è diverso se il rischio di recidiva riguarda uno scassinatore di bancomat o un assassino. Esistono diverse possibilità di reinserimento e non sempre si può ignorare il reato commesso dall’ex detenuto. Scontata la pena per pedofilia, non si dovrebbe andare ad insegnare all’asilo o nelle scuole elementari. Scontata la pena per omicidio colposo a seguito di un incidente stradale, non si dovrebbe fare l’autista, il tassista, il tranviere, il camionista.

Esistono poi gli errori giudiziari. Una sentenza può essere ingiusta a danno dell’imputato o a danno della parte offesa. Il giudizio sulla sentenza influenza il giudizio sul reinserimento. Può essere inflitta una pena molto mite per una colpa molto grave ad una persona che, scontata la pena, è ancora quella di prima, non si è pentita, non ha riconosciuto il reato commesso. Se questa valutazione è condivisa, può succedere che le vittime, i loro parenti, parte dell’opinione pubblica disapprovino il reinserimento dell’ex condannato, anche senza fare nulla per impedirlo praticamente, solo lo mettono in discussione. Come non discuterne e come si può dire che la discussione mina l’ordinamento democratico?

Ci sono ruoli, come quello dell’insegnante, che richiedono, oltre alle carte in regola con leggi, sentenze e concorsi, anche la fiducia e la stima di alunni e genitori. Non è una valutazione che compete al ministro della pubblica istruzione, al provveditore, al preside. Le autorità devono applicare la legge e non contrapporvi il buon senso. Ma chiunque può chiedere all’ex condannato di valutare nella sua coscienza cosa è più opportuno e lui può scegliere di rinunciare o di contestare la contestazione. Ma né lui, né altri possono esigere la censura di una opinione, di un sentimento sfavorevole, in nome del diritto.

Riferimenti:
Perché Scattone deve stare in cattedra – Roberto Saviano, Espresso 25.09.2015
In Italia il garantismo è sempre più a rischio – Christian Raimo, Internazionale 11.09.2015
Scattone insegnante? – 12.09.2015

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