Ingrao rimane un gigante anche nella caricatura del sognatore

Ingrao colpito dalla celere

La morte di Pietro Ingrao ha suscitato subito una vasta commozione. Ventiquattro anni dopo la dissoluzione del PCI e dopo quasi dieci anni di silenzio del vecchio leader ormai centenario.

Un fiume di articoli, commenti, foto, messaggi. Chi a raccontare un ricordo, chi a rendere omaggio all’uomo, la sua moralità, la sua umanità, chi a celebrare il rivoluzionario, l’eretico, il suo essere simbolo e bandiera. Chi a ricordare con ammirazione e sobrietà il politico, il dirigente storico comunista.

Qualcuno, imprevedibile e intraprendente, ha provato a ricordare il direttore dell’Unità degli anni ’40-’50, per rivelare arcinote prime pagine staliniste, come a dire: eccolo qui l’eretico che omaggia il defunto Stalin, che difende l’Urss in Ungheria. Un po’ come i grillini usano attaccare Napolitano ricordando le sue posizione del 1956. Ogni grande fiume porta i suoi detriti.

In molti abbiamo valorizzato la carica utopica di Ingrao e qualcuno ce lo ha rimproverato. Lo storico Gianpasquale Santomassimo sul Manifesto e Bruno Ugolini, autorevole firma della pagina sindacale della vecchia Unità, sul suo blog. Ci dicono: attenzione, non era un sognatore, era un politico molto attento alla realtà.

Stimo il loro contributo e penso abbiano ragione. Ingrao fu punto di riferimento di pensatori raffinati, come quelli che si raccolsero intorno al gruppo del Manifesto, poi radiati dal PCI, ma fu anche ispiratore del movimento dei consigli di fabbrica e del principale sindacato dei metalmeccanici. Ingraiano fu Bruno Trentin, il segretario della Fiom all’epoca dell’autunno caldo.

Paolo Franchi sul Corriere della Sera e Filippo Ceccarelli su Repubblica, ricordano che il vecchio Pietro, a dispetto del cliché di acchiappanuvole a lui attribuito dai suoi avversari, fu amato, amatissimo dalla sua gente, adorato dai fonditori lombardi ai gasisti bolognesi, dai lavoratori edili della capitale ai braccianti delle Calabrie. Una personalità complessa, il fondatore del Centro per la Riforma dello Stato, con cui avviò il primo confronto di merito con le socialdemocrazie europee. in tempi in cui, per i comunisti, socialdemocrazia era una parolaccia.

In molti abbiamo interiorizzato una immagine, quello che dicono di noi e l’abbiamo proiettata sul nostro più importante leader simbolico. Forse in molti siamo anche così: un po’ sognatori e inconcludenti.

Il fatto è che la caricatura utopista di Ingrao è comuque meglio, molto meglio delle reali fattezze di chi è venuto dopo di lui con la presunzione di essere concreto, realista e pragmatico, quando al meglio è riuscito ad essere solo spregiudicato. E dunque quella caricatura, già ci basta e ci soddisfa tanto.

Poi, si è un po’ estinto quel materialismo dei comunisti che stabiliva delle gerarchie di valore tra realtà e utopia, che aspirava ad essere scientifico, che si misurava sempre sulla concretezza delle proprie realizzazioni. La tensione utopica, ideale, morale è più importante di quello che i comunisti erano disposti a conoscere e riconoscere; fino all’estremo di Stalin che si domandava: quante divisioni ha il papa?

Infine, anche l’attuale realismo è, in fondo, solo una caricatura. Una sensibilità, un sogno, senza neppure essere bello, che consente di cedere, ritirarsi, rinunciare, immaginandosi diabolici, di acconsentire ad un qui e ora più immaginario di qualsiasi altrove. Quelli che ci spiegano in posa magistrale che in politica contano i risultati, nel dirci questo non ci mostrano i loro risultati, ma solo il loro stato d’animo.

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