Jesse James

Ho assistito proprio ieri ad una messa al bando in un gruppo di discussione politica, con tanto di annuncio, motivazione e conseguente dibattito sulla sorte e le qualità del bandito. Mi sono ricordato di quando toccava a me l’imbarazzo di gestire queste situazioni.

Per molti anni ho amministrato un forum. Come amministratore talvolta ho dovuto decidere sulla partecipazione di una persona. Scegliere di escludere mi metteva a disagio e in contraddizione con i miei valori inclusivi. Certi casi erano molto chiari, perché la tal persona era violenta e offensiva in modo diretto ed esplicito. In tanti casi però la situazione doveva essere interpretata.

L’offesa poteva consistere nel postare messaggi dal contenuto sessista, omofobo, razzista, antisemita. E c’era da valutare se in effetti e in che misura lo fossero, se e fino a che punto era lecito. Qual’era, se doveva esserci, il limite della libertà d’espressione.

Oppure l’offesa poteva consistere nell’esprimere un comportamento da troll: continue provocazioni, off-topic, persecuzioni. Anche in questi casi c’era da valutare sostanza e limiti. Un comportamento poteva essere tollerabile in ogni suo singolo atto, ma diventare intollerabile nella sequenza degli atti. Sul lavoro succede qualcosa di simile nel mobbing.

Un ban spesso dava adito a lunghe discussioni con relative accuse di censura: lo hai bannato perché è di destra; oppure con accuse di parzialità e ingiustizia: hai bannato lui, ma non l’altro che ha fatto uguale e di peggio; e dichiarazioni di abbandono: se banni lui allora mi ritiro anch’io. Non mancavano le posizioni al tempo stesso critiche e comprensive: hai ragione, lui è il peggio del peggio, ma escluderlo è brutto, antidemocratico, così gli dai soddisfazione, potrà fare il martire, lo confermerai nelle sue convinzioni esistenziali, etc. Ad esse si mischiavano rimproveri di segno inverso, per aver troppo a lungo tollerato la presenza di una figura indegna.

Potevo tagliare la testa al toro: io sono l’admin e mi assumo la responsabilità di decidere secondo la mia valutazione (e la mia irritazione), anche a rischio di sbagliare. Per tenere insieme i bannaggi con il principio di inclusione, quasi sempre decidevo delle sospensioni temporanee, che permettessero al bandito di rientrare e reinserirsi. A volte funzionava, a volte il suo comportamento era recidivo.

Ambivo ad avere un luogo di discussione civile ed ordinato. Civiltà e ordine favorivano la discussione di merito, l’esposizione di discorsi strutturati ed anche una buona scrittura; e favorivano la partecipazione delle donne, sia come numero, sia come protagonismo; molte discussioni erano egemonizzate dalle donne. Invece le risse, il ring, lo scontro verbale violento, il dileggio la contrapposizione personale generavano una selezione a favore dei maschi, di un certo tipo di maschio.

Per quanto cercassi di darmi una linea coerente, la mia condotta poteva risultare squilibrata e oscillante. Ero influenzato da un elemento variabile: la fiducia nel gruppo. A fronte di certe situazioni, di certi personaggi, il gruppo dimostrava di saper reagire, di avere gli anticorpi. A fronte di altre situazioni, di altri personaggi, il gruppo si dimostrava passivo, indifferente, talvolta persino un po’ complice. E allora decidevo il ban come fosse un antibiotico. Un beneficio immediato, che però può indebolire il sistema immunitario nel futuro.