Il senato riformato

Maria Elena Boschi ddl senato

Per il senato riformato, questa sera il partito democratico è in festa. La soddisfazione di Maria Elena Boschi, Giorgio Napolitano, Matteo Renzi nonché di tanti loro simpatizzanti, è contagiosa. La loro narrazione suscita simpatia: oggi abbiamo superato un traguardo inseguito da cinquant’anni: l’abolizione del bicameralismo perfetto.

Nella forma è senz’altro vero, nella sostanza la questione è più controversa. Il punto non è tanto se preferire il monocameralismo o il bicameralismo, ma in che modo l’uno o l’altro incidono nell’equilibrio e nella divisione dei poteri, se rafforzano il governo o il parlamento.

Dal dopoguerra e per decenni, l’opposizione di sinistra ha sempre voluto il monocameralismo e i governi democristiani hanno sempre preferito il bicameralismo. Questo fa dire che oggi si realizza finalmente l’obiettivo riformatore della sinistra. Tuttavia, oggi gli eredi più diretti e coerenti di quella sinistra sono contrari alla riforma e sono contrarie le opposizioni, la riforma è voluta invece dal governo e dal partito di maggioranza relativa, nel momento in cui esso è retto da un gruppo dirigente di origini democristiane. Sembra paradossale.

Nel tempo della cosiddetta prima repubblica, dal dopoguerra agli anni ‘80, il monocameralismo poteva rinforzare un parlamento già forte, specchio del paese, selezionato dal proporzionale puro e dai partiti di massa, e poteva agevolare una approvazione più rapida di riforme politiche e sociali progressiste, volute da una opposizione di sinistra sempre in crescita, mentre i governi democristiani, rinviavano, contenevano, temperavano, assecondavano.

Nella seconda repubblica berlusconiana e ancora di più oggi in quella renziana (la terza?), il quadro è ribaltato. Il parlamento è debole, i suoi membri sono di fatto nominati da pochi leader politici a capo di partiti molto liquidi. Una volta eletti deputati e senatori passano gran parte del tempo a votare decreti e voti di fiducia. Il monocameralismo in questo quadro rafforza la presa del governo sul parlamento e velocizza voti di ratifica e controriforme.

Il governo potrà contare sulla fiducia di una sola camera, garantita da un premio di maggioranza sproporzionato e dal conformismo dei suoi eletti, debitori verso il leader premier che li ha candidati. Il monocameralismo in pratica finisce per consistere in una sola cassa di risonanza. Il senato rimane un inutile strumento di raccordo tra stato e regioni; poteva essere del tutto abolito.

Senza voler sottovalutare la posizione di alcuni tra i costituzionalisti più autorevoli, non credo stia capitando qualcosa di particolarmente grave ed importante. Penso solo che le istituzioni si stiano adattando anche sul piano formale allo svilimento democratico gradualmente in corso dalla crisi della prima repubblica.

Qualità e quantità della democrazia, più che essere determinate dalle forme istituzionali, si riflettono in esse. E’ importante difendere le istituzioni, le più possibili democratiche, ma la democrazia dipende soprattutto dalla partecipazione attiva nei corpi intermedi della società, i partiti, i sindacati e i movimenti sociali. Quella istituzionale è una delle frontiere democratiche. L’ultima parola, spetterà in ogni caso, al referendum confermativo.

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