Renzismo rapido

altan marito renziano

Una caratteristica del renzismo è la velocità. Lo stesso Matteo Renzi le attribuisce molta importanza, basti ricordare la promessa di realizzare una riforma al mese o l’argomento ricorrente per cui le riforme sono state discusse per anni e anni, adesso è il tempo di farle e di farle in fretta. Molto rapida è stata la sua ascesa, molto rapida può essere tutta la sua parabola. D’Alema lo definì una parentesi.

Il dubbio, se fosse una meteora o l’inizio di un’era politica, ci fu al principio del ventennio berlusconiano. E poi fu appunto un ventennio, nonostante il fatto che Berlusconi governò solo per la metà circa del suo periodo. Sette mesi nel 1994; dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011.

Anche quando Forza Italia era all’opposizione ci sentivamo sotto il segno del berlusconismo, perché il cavaliere, pur senza potere politico, aveva comunque un grande potere economico, finanziario e mediatico, e persino la squadra più forte del campionato di calcio. Inoltre, esercitava egemonia sui suoi avversari, convinti di avere molto da imparare da lui, dalla sua capacità di comunicazione e innovazione. Il centrosinistra al governo non ebbe mai il coraggio di affrontare il conflitto d’interessi o di toccare le leggi più importanti approvate dal centrodestra, comprese le leggi ad personam.

Matteo Renzi è il miglior prodotto della sinistra allieva di Berlusconi. Abile comunicatore e populista, salta i corpi intermedi o si scontra con essi, per rivolgersi in modo diretto al popolo. Sollecita il consenso contro i vecchi gruppi dirigenti del suo partito, contro la politica che fa i giochini, contro il senato e le province, contro i sindacati, contro i burocrati di Bruxelles. Conduce battaglie simboliche – l’abolizione dell’articolo 18, il preside manager, il senato non elettivo, l’abolizione della tassa sulla casa – in opposizione alla sinistra e, a differenza di Berlusconi e dei suoi predecessori della sinistra moderata, riesce a vincerle, al prezzo di scontentare una parte notevole della sua gente, che poi rifluisce nell’astensionismo.

Ottiene una importante vittoria simbolica sul piano elettorale. Porta il PD sopra il 40%, oltre il massimo storico del PCI, al livello della Democrazia cristiana. Però si tratta delle elezioni europee e il risultato non può tradursi in seggi parlamentari per governare. Una vittoria difficile a replicarsi.

Anzi, dopo l’insoddisfacente pareggio delle regionali del 2015, il rischio elevato è ora quello di perdere le elezioni amministrative nel 2016, quando si voterà a Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna. Difficili sono soprattutto le prime tre e principali città dove il sindaco uscente è in conflitto con il PD oppure non si ricandida. Renzi è incerto sulle primarie, il metodo di selezione dei candidati costitutivo dell’identità del PD, che ha permesso a lui stesso di emergere.

Una possibile sconfitta alle amministrative può rendere complicata la vittoria del referendum confermativo sulle riforme istituzionali e aprire la strada ad una ulteriore sconfitta alle successive elezioni politiche. L’alternativa è il M5S di Beppe Grillo (o di Luigi Di Maio?) e l’agitarsi dello spauracchio dell’alternativa peggiore è un altro sintomo di difficoltà.

Molto potrà dipendere dall’andamento dell’economia. La recessione sembra finita, ma la ripresa non va di slancio e nell’Europa dell’austerità, ogni voto in Italia e in molti altri paesi europei è stato sempre un voto di alternanza che ha messo sotto il governo in carica.

Renzi non ha le risorse economiche e mediatiche di Berlusconi; i suoi avversari non pensano di avere molto da imparare da lui, così il renzismo può non sopravvivere all’opposizione, come non sopravvissero i democristiani una volta perso il governo; il PD lo ha scelto perché è un vincente; da sconfitto perde la sua ragione d’essere. Ammesso che il PD (ormai un partito personale?) sopravviva alla possibile sconfitta di Renzi; i socialisti non sopravvissero alla sconfitta di Craxi.

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