All’armi siam folcloristici

Crozza De Luca

Una volta erano solo leghisti, eredi del MSI, opinionisti di destra animatori dei talk-show. Poi sono venuti esponenti centristi, transfughi e trasformisti, eletti all’opposizione e passati in maggioranza o rimasti in maggioranza mentre il loro partito andava all’opposizione. Poi, numerosi antipolitici né di destra, né di sinistra, guidati da un dileggiatore professionista. Infine, pure qualche primula pittoresca del PD. Personaggi, che si esprimono da ogni tribuna a colpi di battute, insulti e insolenze.

Così mi domando perplesso, se non ci pensa quel giornalista, quel deputato, quel senatore, quel governatore, che così dicendo e facendo si espone a continue figuracce. Ci avrà pensato, glielo avranno detto, ma lui persevera, anzi ci costruisce sopra il suo personaggio.

Costoro, ogni tanto, sono oggetto di analisi e le analisi oscillano dalla descrizione di un temperamento borderline all’idea diabolica che quel temperamento sia prodotto in laboratorio da una mente fredda e calcolatrice. La verità, starà nel mezzo. Sono a digiuno di letture sul divismo degli arrabbiati e degli aggressivi, così provo a darmi qualche spiegazione intuitiva.

Esistono mentalità autoritarie, che faticano ad accettare obiezioni, critiche, contraddizioni e iniziative a loro sfavorevoli. Quando devono farci i conti si arrabbiano davvero ed esprimono la loro rabbia coadiuvati da qualche mito collaterale, tipo il mito dello sfogo o quello dell’autenticità. È diffusa l’idea assolutoria che l’arrabbiato sia un tipo genuino.

Esistono ambienti diversi. Se in un circolo sei un cafone, in un altro sei uno capace di farsi valere. Ed anche qui, subentrano miti collaterali come l’idea che la volgarità aiuti ad essere riconosciuti come uomo del popolo. Sto a Palazzo Madama o a Palazzo Santa Lucia, ma mi vedete bene sui social media o in televisione, è come se stessi sempre con voi in una bettola.

La violenza verbale è sgradevole da parte di chi la subisce e può intimidire molti circostanti. Nell’immediato fa perdere consensi, ma nel futuro fa perdere rompiscatole, che preferiscono evitarti, non contraddirti, non criticarti, non farti domande difficili. Qui il mito collaterale dice che violenza è potere, se mi esprimo con violenza mi affermo come uomo di potere.

Allora conviene agire così? Una parola d’ordine incivile come rottamazione ha avuto molto successo. Personaggi aggressivi e arroganti fanno audience e diventano popolari, sono comunque molto tollerati. Di nuovo aiuta un mito collaterale: l’idea che le offese rientrino nella libertà di espressione.

Però, lo spazio della violenza verbale è ormai saturo. E sempre più spesso la violenza viene nominata per quello che è. Quando accade, i bulli si contorcono nello smarcarsi dal significato di ciò che hanno detto e si affidano all’indulgenza che può suscitare una reputazione folcloristica, l’essere un fenomeno da baraccone.

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