Minoranza nel PD

Alcuni, Fassina, D’Attorre, Galli, sono usciti dal PD per formare un nuovo gruppo parlamentare, Sinistra italiana, insieme con SEL e altri fuoriusciti dal M5S. Altri usciti anch’essi, Civati e il suo movimento Possibile, si distinguono e per il momento mantengono una posizione separata, per via della scelta delle alleanze, dei candidati a sindaco, dei percorsi che preferiscono dal basso invece che dall’alto. Rifondazione comunista si prepara a partecipare. Altri ancora, forse i più importanti, Bersani, Bindi, Cuperlo, Gotor, Speranza, sono rimasti nel PD con l’idea di continuare a incalzare, sfidare il segretario, nella prospettiva di poterlo condizionare e magari in futuro sostituire con una rivincita congressuale.

L’insieme che ne risulta è il quadro della solita sinistra divisa e litigiosa, che perciò stesso perde credibilità e genera astensionismo nell’elettorato democratico che non ha nessuna fiducia in Renzi. La costituzione di Sinistra italiana è una inversione di tendenza nel senso della riunificazione, ma sempre in un contesto di esibita frammentazione. I singoli esponenti ex PD non sembrano preoccuparsi di ridurre al minimo indispensabile i propri distinguo, o di dar maggiore risalto e valore a ciò che può unire. Passi l’iniziale possibile divisione sui candidati a sindaco, le alleanze, i percorsi, etc. ma ci sarà pur qualcosa di più importante della scelta dei candidati, delle alleanze, dei percorsi, capace di tenere insieme un’area politica di sinistra, in un quadro politico dove a misurarsi per il governo sono diverse sfumature di destra.

La posizione di Bersani che resta nel PD, è comprensibile e ricorda quella di Ingrao che voleva rimanere nel gorgo. Poi si vide che il PDS proprio gorgo non era, almeno non il gorgo che aveva in mente Ingrao, il PCI paese nel paese, ma era almeno un partito ancora strutturato e organizzato, il partito che ha in mente Bersani, un normale corpo intermedio burocratico, fatto di eletti, funzionari e volontari, quello che lui chiama la ditta. Ma oggi, il PD di Renzi, non è più nemmeno la ditta, è il partito di Renzi, un partito personale, fatto dal leader e dal suo giglio magico, con il supporto di un largo fan club, estraneo e senza rispetto per i valori e la storia della sinistra. Quando il leader perderà – perché questo implica la rivincita della minoranza – ci sarà il crollo del partito insieme con quello del leader, non più un luogo dove realizzare un cambio di maggioranza congressuale.

Forse una previsione azzardata, come che sia, una linea di sinistra, dentro, fuori a lato, per essere efficace oltre che giusta, ha bisogno di tutte le sue risorse. Nella divisione, anche la linea più geniale può far poco. Ai tempi dello scioglimento del PCI, la scissione fu una scissione del fronte del No. Con quella divisione, sia la scelta di rimanere, sia quella di andare via, furono inefficaci. Tuttavia, è soprattutto la scelta di rimanere che ha bisogno di una motivazione forte, perché rimanere vuol dire comunque condividere la responsabilità senza condividere il potere.

2 pensieri riguardo “Minoranza nel PD”

  1. la complessità della società moderna (lavoro, relazioni sociali e culturali, relazioni internazionali) è tale per cui l’idea di sinistra novecentesca non ha alcun senso. da questo punto di vista sinistra italiana, se anche arrivasse al 15% (quindi ad un progetto politico che non conta nulla), è velleitaria se non inutile. oggi chi scende in politica deve vincere, perché solo vincendo influenzi e cambi le cose

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  2. La Lega conta tanto con il 15 per cento. Perché la sinistra non dovrebbe contare nulla? Con una percentuale del genere, ma anche con meno, il PD non sarebbe più autosufficiente. Certo, capisco, ritorniamo nello schema del centrosinistra, Ulivo, Unione, però, chi lo sa. Syriza è partita con il 4 per cento.

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