Genova, sentenza intollerabile

donna-si-toglie-il-velo

Il tribunale di Genova ha sentenziato che se una donna subisce violenza dal marito per 24 anni, vuol dire che quella violenza la tollera e se ad un certo punto lei vuole separarsi da lui, la causa della separazione non può essere la violenza subita e tollerata così a lungo; dunque alla violenza del marito non può essere addebitata la colpa della separazione.

Tra i commenti alla sentenza, c’è chi rimarca il fatto che si tratti di una causa di separazione e non di maltrattamenti. Ovvero, non c’è da stabilire se lui ha fatto violenza su di lei. I giudici però lo reputano non dimostrato nella sostanza. C’è da stabilire se quella violenza è causa di separazione. I giudici ritengono di no, perché se la causa vera fosse quella, lei non avrebbe potuto tollerare la violenza così a lungo.

In superficiale forse può apparire un discorso logico. Nella sostanza è un discorso ignorante, poiché ignora che la violenza domestica è violenza sessista, fatta di violenza fisica e violenza psicologica, che agisce mediante una dinamica graduale, colpevolizzante e isolante, che fa leva su un sistema culturale, che confonde violenza e passione, che attribuisce ruoli, che considera la famiglia una zona limite, che investe le donne di aspettative contrastanti, come quella di tutelare i figli dalla violenza assistita e di collaborare al mantenimento di buoni rapporti tra i figli e il padre violento.

Una donna può essere molto innamorata; può fare un investimento emotivo molto forte sulla relazione di coppia; può credere, secondo una narrazione diffusa e consolidata, che la violenza maschile sia un modo sbagliato di amare, anziché pura volontà di prepotenza; può essere confusa da un alternarsi di comportamenti violenti e comportamenti amorevoli, può trovarsi in una condizione di dipendenza psicologica o economica, può avere paura delle conseguenze di una sua ribellione o di una sua denuncia; può temere di non essere creduta o di non essere protetta; può essere convinta da lui che la sua violenza è una giusta punizione, perché lei è mancante e colpevole; può ritrovarsi sola, perché lui piano piano la isola dalle sue relazioni amicali e parentali.

Ma tutto questo non esclude che ad un certo punto possa capitare qualcosa, un nuovo incontro, un cambiamento ambientale dopo un trasloco, un fatto più grave degli altri, che permette alla donna di rielaborare il suo vissuto e di rendersi conto di essere stata per lunghi anni una vittima di maltrattamenti ingiusti, che maltrattamenti giustificabili non esistono, e che lei non voglia più tollerarli fino a giungere alla determinazione di separarsi. Giunta a questo livello di consapevolezza, quella donna può sentire il bisogno di un riconoscimento. Lei, infatti, non ha chiesto un risarcimento economico, ha solo chiesto fosse riconosciuta la colpa del marito nella causa di separazione, dunque un puro risarcimento simbolico.

I giudici glielo hanno negato; sono riusciti a negare la sua credibilità nonostante lei non ci guadagnasse nulla di materiale con il soddisfacimento della sua richiesta, e con ciò l’hanno rivittimizzata una seconda volta, come spesso accade nei procedimenti sulla violenza maschile, poiché ancora tanti giudici condividono con i violenti gli stessi occhiali, che, in assenza di prove oggettive (ritenute tali dalla soggettività maschile) vedono in ogni donna che denuncia una potenziale bugiarda, una vendicativa o una che non sa quello che dice. Lei dice di separarsi da lui a causa della violenza di lui ma, anche ammessa la violenza, la prova oggettiva che questa sia la causa non c’é, visto che lei l’ha sopportata per anni, c’é solo lei che lo afferma.

La logica di questa sentenza costituisce un precedente molto grave per tutte le cause di separazione, che vedranno protagonista una donna diventata capace di uscire da una situazione di violenza dopo tanti anni di matrimonio, perché quegli anni verranno giocati contro di lei, come prova a suo sfavore. Se un marito riesce a maltrattare la moglie per tanto tempo, più tempo passa meno la sua violenza potrà essere a lui addebitata come colpa della separazione. Una logica ingiusta e assurda.

Una logica che mai verrebbe in mente in altre situazioni. Circa dieci giorni fa, è stata molto valorizzata la rivolta dei commercianti di Bagheria contro il racket mafioso. Quei commercianti hanno accettato di subire minacce, soprusi, taglieggiamenti per più di vent’anni – come la signora vittima del marito – poi è successo un fatto più grave del solito, un commerciante è finito sul lastrico e ha finalmente deciso di denunciare i suoi aguzzini. Nonostante, il lungo periodo di sopportazione, non voleva più convivere con la mafia. Gli estorsori sono già stati arrestati, saranno con ogni probabilità condannati e i commercianti otterranno giustizia. In un tribunale diverso da quello di Genova.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...