Torre Eiffel

Qualche anno fa è stato molto valorizzato il sentimento dell’empatia, la capacità di mettersi nei panni altrui. Più di recente, questo sentimento è stato sottoposto a critica, poiché tale capacità agirebbe solo nei confronti dei più prossimi a scapito dei più lontani.

Un riscontro di questo limite, lo abbiamo visto nelle ultime settimane. Siamo, giustamente, pieni di empatia per la Francia colpita dal terrorismo. Sentiamo il bisogno di scriverne, di esprimere condanna e solidarietà, di leggere, capire, analizzare, di esibire il tricolore francese. Ancora più forte diventa questo sentimento, quando riconosciamo le vittime e possiamo attribuirgli un nome e cognome, una biografia, un volto, un sorriso immortalato in una foto. Sentiamo il dolore dei loro cari, è il nostro dolore.

Erano persone civili, inermi, innocenti, non avevano fatto del male a nessuno, anzi di alcune siamo più che certi che facessero del bene, come la volontaria di Emergency, e comprendiamo quale valore è stato cancellato, quale perdita assurda abbiamo subito. Eppure erano persone civili, inermi e innocenti, anche i 224 passeggeri dell’aereo russo abbattuto sul Sinai ed erano tali le 43 vittime uccise nei due attentati di Beirut. Assassinate dallo stesso nemico: il fanatismo islamista di Daesh. Ma per loro non abbiamo sentito, non sentiamo la stessa partecipazione, lo stesso dolore, le abbiamo lasciate sullo sfondo di altre attenzioni.

E ancora meno ne sentiamo per le possibili vittime di Raqqa, la capitale di Daesh, città siriana di oltre 200 mila abitanti, da ieri bombardata dall’aviazione francese in risposta agli attentati di Parigi, che a loro volta erano in risposta ai precedenti bombardamenti francesi sulla Siria, etc. [Daesh dice alla BBC: sono stati colpiti solo luoghi deserti]

Spesso sentiamo domandare perché nei paesi arabi non c’è una reazione dei musulmani agli attentati terroristi in Occidente, perché non scendono in piazza per le nostre vittime, per tutelare la reputazione della loro religione sporcata dai fanatici terroristi. Succede, immagino, per lo stesso motivo per cui non scendiamo in piazza noi, ogni volta che le vittime del terrorismo islamista sono proprio loro, cioè la grande maggioranza delle volte. Per lo stesso motivo per cui siamo stati quasi indifferenti alle vittime russe e libanesi. L’empatia funziona per tutti allo stesso modo: bene da vicino, male da lontano.

vittime di terrorismo nel mondo

Attraverso questo mal funzionamento, cambia il nostro modo di simboleggiare gli esseri umani. Le vittime sono tradotte in simboli demonizzati, idealizzati, o lasciate senza significato, simboli: di satana, dell’occidente, della prostituzione, della corruzione; di tutta l’umanità o della miglior umanità, dei nostri valori; di estraneità, di nulla o effetti collaterali. Una traduzione simbolica che deumanizza o sovraumanizza, con tutte le gradazioni intermedie. Che fa velo al fatto che un essere umano è altro e molto più di un simbolo, che ci fa sentire incompresi dagli altri (perché non ci amano o addirittura ci odiano?), che non ci fa comprendere il dolore e la rabbia degli altri.

È vero, i crimini commessi a Parigi sono crimini contro tutta l’umanità, come lo sarebbero a Roma, come lo furono a New York nel 2001 e a Madrid nel 2004. Ma noi non siamo tutta l’umanità e non sappiamo vedere la stessa cosa quando i crimini sono commessi nelle altre città, sulle altre popolazioni del mondo. Come pure da quindici anni accade, e da prima ancora, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, in Israele e Palestina, in Kurdistan.