Parigi e Beirut

Ragazza di Beirut

A Beirut, nel quartiere sciita di Borj el Barajneh, Daesh ha compiuto due attentati, facendo 43 morti e 239 feriti. Forse l’attentato più grave degli ultimi vent’anni nella capitale libanese, ventiquattro ore prima che venisse colpita Parigi.

Abbiamo sofferto e soffriamo molto per le vittime di Parigi, ma soffriamo molto meno per le vittime di Beirut o dell’aereo russo abbattuto sul Sinai. È normale, viene spiegato: soffriamo di più per la morte di un parente o di un amico che per quella di uno sconosciuto; non c’è doppio standard, scandalo o razzismo latente. Questa parzialità del dolore possiamo accettarla e persino serenamente rivendicarla.

Ed io concordo, per quanto riguarda i sentimenti privati, anche se credo non faccia male guardarseli, rifletterci su, per noi stessi e per il modo in cui rappresentiamo il nostro dolore pubblico, per le aspettative che abbiamo rispetto alle reazioni altrui, per le scelte che facciamo o sosteniamo.

Se possiamo rivendicare la nostra parzialità, possiamo allora rinunciare a rappresentarla come universalità. Noi europei, come i maschi, pensiamo di essere tutta l’umanità, perciò i crimini contro di noi, i crimini in Europa, ci viene da dire, sono crimini contro tutta l’umanità. Forse non è vero. Se lo è, possiamo provare a vedere la stessa cosa nei crimini commessi negli altri luoghi del mondo, ora che in tutto il mondo siamo interconnessi e interdipendenti.

Se pensiamo di essere stati attaccati, per la nostra religione, la nostra cultura, i nostri valori, il nostro modo di vivere, possiamo vedere che i nostri attaccanti, molto più frequentemente, hanno colpito persone civili in Siria, Iraq, Libano, Nigeria, persone di cultura, religione e valori considerati prossimi o uguali a quelli degli attaccanti terroristi. E dunque, la motivazione, la matrice, il senso di questi attacchi può essere sia solo nella politica.

Se ci aspettiamo solidarietà e mobilitazione da parte dei paesi arabi e musulmani – manifestazioni ce ne sono state – possiamo sapere che anche l’empatia degli altri funziona come la nostra, bene da vicino, male da lontano, e ricordarci che noi stessi siamo rimasti distratti quando ad essere colpiti sono stati loro.

Se affermiamo che la guerra è iniziata l’11 settembre, consideriamo come inizio il momento in cui la violenza distruttiva ha colpito una delle nostre più importanti città, mentre eravamo sicuri che i teatri delle guerre già in corso, non potessero mai valicare i confini del nostro mondo. Quello che da allora ci sconvolge, non è la guerra, ma il fatto che arrivi ogni tanto a lambire in modo tragico la nostra quotidianità.

Nel 1991, prima guerra del Golfo, per noi la guerra erano le luci verdi lampeggianti in televisione. Se oggi, decidiamo di sostenere la guerra, sappiamo che il ritorno non è soltanto televisivo, che aumenta la nostra esposizione, che noi stessi, con la nostra aviazione o quella dei nostri alleati, possiamo provocare centinaia, migliaia di morti, come parecchie volte è successo, è che nei confronti di queste vittime la nostra empatia è debole, ma l’empatia dei loro cari, amici e parenti, che vivono gli stessi luoghi, è invece forte come la nostra per le nostre vittime, e forte può essere anche l’odio provocato.

Nella nostra inevitabile parzialità, è possibile che noi siamo parziali e limitati nelle nostre convinzioni. Per esempio, crediamo che gli altri siano più abituati e temprati al dolore, ai lutti e alle privazioni e che quindi lo sopportino meglio, mentre quello che di simile capita a noi sia una intollerabile crudeltà; anche così ci succede di vedere effetti collaterali e crimini contro l’umanità.

Ho un’idea positiva del senso di colpa, entro certi limiti penso che sentirsi un po’ in colpa possa far bene. Sono, in fondo, le nostre, colpe relative, anche molto relative e penso appunto questo, che nel modo di rappresentarci, raccontarci, relazionarci agli altri, questo possiamo fare: relativizzarci, accontentarci di essere solo una parte del mondo.

Riferimenti:
Da Parigi a Beirut, il doppio standard della compassione – Pierre Hasky, Internazionale 16.11.2015
Se il concetto di umanità cambia tra Parigi e Beirut – Donatella Di Cesare, Corriere della Sera, 17.11.2015
Siamo in effetti parigini – Luca Sofri, 16.11.2015
Il gap emotivo tra Beirut e Parigi, Boko Haram e il cane Diesel – Giorgia Furlan, Left 19.11.2015
Cosa vuol dire che soffriamo più per Parigi che per Beirut – Maxim Mayer-Cesiano sul Washington Post
Nel 2015 ci sono stati sei attentati in cui sono morte più persone che a Parigi – di Philip Bump – Washington Post

4 pensieri riguardo “Parigi e Beirut”

  1. ma poi, scusa, chi dice che non ci interessano le vicende lontane? Beirut è una città bellissima, un esperimento di multietnicità e multireligiosità, che è rifiorita negli anni (pochi ahimè) di pace. e io ho commentato amaramente gli attentati di cui parli. chi dice che non indignino gli attentati di Boko Haram, la strage del campus in Kenia? pure questo mi sembra benaltrismo di risulta, anzi è peggiore, perché presuppone che, per dire, persone come me si indignino a corrente alternata. poi è ovvio che la copertura mediatica fa tanto. tutti ricordiamo la morte del bimbo di Vermicino. pure Pertini andò sul posto….ed era il 1981.

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  2. il senso di colpa non serve, è una brutta bestia incontrollabile; occorre sviluppare il senso di responsabilità piuttosto – ogni cittadino del mondo deve guardare al proprio contesto, alla propria società, e chiedersi se questa sia degna del nostro concetto di democrazia, evoluzione, rispetto, tolleranza, libertà.

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  3. Francesco, la differenza di empatia è anche mia. Anch’io ho dedicato molta più attenzione di testa e di cuore a Parigi che altrove.
    Luzy, d’accordo sul senso di responsabilità. Un concetto più razionale. Però, un filo di senso di colpa, non di più, solo un filo, può far bene.

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