Mauro Biani - Stili di vita

Vi è, a destra, tra i neoconservatori, dalle parti del Corriere della Sera, una incomprensione, un fastidio, verso i ragionamenti che provano, oltre a condannare, a comprendere il terrorismo.

La comprensione proviene da aree politiche sospette, perché troppo a sinistra, perché un po’ terzomondiste e cattoliche, perché legate alle comunità islamiche. Aree politiche le quali forse pensano che l’occidente sia cattivo quanto i terroristi, forse di più. Così, il rifiuto della comprensione è diffidenza e avversione verso queste aree.

I ragionamenti comprensivi parlano del passato coloniale; del presente di guerre occidentali; dell’esclusione sociale dei giovani figli degli immigrati nelle banlieues e vedono il terrorismo come un effetto. A questi ragionamenti si oppone la condizione di questo o quel terrorista di estrazione benestante o le ricchezze dei capi del jahdijsmo, l’arretratezza, il fanatismo, la violenza dell’islam, etc. Io mi riconosco meglio nei ragionamenti comprensivi.

Oggi, l’Unità scrive che combattiamo il terrorismo con la nostra banale normalità. Penso sia insufficiente, finché questa banale normalità non potrà essere condivisa anche da siriani, iracheni, libici e dagli altri popoli mediorientali investiti da guerra e miseria. La rete per i diritti umani in Siria, che monitora la violazione dei diritti umani in quel paese, ha fatto un bilancio di 18 mila minori uccisi dal governo siriano dal 2011; di 86 minori uccisi dai bombardamenti russi in un mese e mezzo; di 75 minori uccisi dalla coalizione Usa in quattordici mesi. Vittime che ignoriamo, ci sono del tutto estranee, ma che sono dolore e lutto per migliaia di persone.

Anche se detesto il terrorismo e l’islamismo violento – ho provato pure sentimenti di soddisfazione nel leggere della possibile uccisione di Jihadi John o dell’uccisione del miliziano che ha decapitato guerrigliere curde, sentimenti che in genere non provo alla lettura di queste notizie, è un principio di disumanizzazione provarne – sono propenso a concentrarmi sulle condizioni favorevoli al terrorismo determinate dall’emarginazione sociale in Europa e dai rapporti coloniali e neocoloniali in medio oriente.

Gruppi che fondano la loro identità sulla pratica violenta di una fede politica o religiosa sono esistiti in passato, esistono oggi, esisteranno in futuro. Per loro, non c’è comprensione, se non quella che può dare uno psichiatra o uno psicanalista. A volte però succede che questi gruppi riescano ad innestare il delirio su ragioni politiche e sociali: povertà materiale, esistenziale, contrapposizioni comunitarie, sentimenti di umiliazione di popoli sconfitti.

È stato scritto che l’Isis è come il nazismo. Bene. Nel ragionare sul periodo tra le due guerre mondiali, tendiamo ormai a condividere l’idea che gli stati democratici abbiano avuto una pesante responsabilità nell’infliggere alla Germania un trattato di pace molto punitivo e che questo abbia favorito in quel paese l’affermazione del nazismo. Non per questo riteniamo che tali riflessioni inducano all’indulgenza verso il nazismo. Però, se potessimo rifare la storia, il trattato di Versailles lo faremmo diverso.

Allo stesso modo, per prevenire, contrastare, depotenziare il terrorismo islamista, oggi molti di noi rifarebbero diversamente i modi in cui conviviamo con gli immigrati di seconda, terza generazione e i modi in cui ci rapportiamo ai popoli del medio oriente. Dato che la storia è ancora in corso e tante guerre sono fallite, a rifare quei rapporti siamo ancora in tempo.