Lynda_Carter_Wonder_Woman

In principio si disse che le donne sono vittime, per significare che non sono corresponsabili della violenza e delle discriminazioni che subiscono. In seguito, anche per l’influenza del neoliberismo, si pensò che le vittime sono deboli e passive, persone incapaci di difendersi e questa, se non è una colpa, è considerato un disprezzabile difetto. Così si è cominciato a dire che no, le donne non sono vittime.

Una parte è rimasta fedele all’affermazione originaria. Una parte ha aderito all’affermazione successiva. Quando le due parti si incontrano, mettono in scena un confronto tangenziale: le donne sono vittime (non sono corresponsabili); le donne non sono vittime (non sono deboli e passive).

Tutte e due dicono una cosa vera. Tuttavia, preferisco la prima affermazione. Penso sia la più chiara o quella che fa meno confusione in rapporto ad una realtà ancora molto opaca come quella della violenza maschile.

D’altra parte, questa discussione non esiste per le vittime di altro tipo: della guerra, del terrorismo, del razzismo, della mafia, dell’usura, delle calamità naturali. Difficile ascoltare qualcuno che dica di queste persone che non sono vittime o che non devono fare le vittime.

popeye-braccio-di-ferro-con-olivia-e-bruto-brutus

Mi capita di sentirmi dire che agli uomini piace l’idea della donna vittima, così possono ergersi a suoi difensori. Da quel che vedo, tanti uomini si sentono in diritto o in dovere di difendere la propria madre, sorella, fidanzata, moglie, figlia, amica, ma non le donne come soggetto collettivo o la donna anonima ed estranea. Quando c’è il caso di una donna offesa dal sessismo, picchiata dal partner, violentata dal branco, gli uomini che si esprimono in pubblico fanno i problematici o si mostrano preoccupati di difendere la propria categoria, anche esercitando una buona dose di vittimismo, senza ricevere l’avvertimento di non essere, di non fare le vittime. Mi è capitato anche di vedere uomini molto evoluti non assumersi le proprie responsabilità di fronte alla denuncia pubblica di una donna, con la scusa che le donne non sono deboli e bisognose di protezione e se anche sono vittime non devono rimanere nel ruolo di vittime.

Riguardo me, la condizione della donna vittima, che ho incontrato molto presto, mi fa rabbia e pena e vorrei davvero non esistesse. Se ho l’istinto del difensore, non ne ho i superpoteri e neanche una prestanza e un’efficacia adeguate. Quando mi è successo di difendere una donna, o meglio di sostenerla, ho vissuto più stress che gratificazione. In un contesto di gruppo, provare a difendere una o più donne, significa rischiare di esporle ulteriormente. Così una donna, forte o debole, può diventare il tuo punto debole.

Faccio un po’ la vittima, tanto sono un uomo e posso permettermelo. Ma è verità il fatto che non basta essere un uomo per essere un salvatore efficace. Spesso gli stessi salvatori poi devono essere salvati. Tra le vittime di femminicidio vi sono anche uomini che hanno provato a salvare una donna. E tra le vittime della violenza maschile, esclusa la violenza sessuale, vi sono più uomini che donne. Quando ci tocca, lo diciamo che siamo vittime, perché alla fine negare la condizione di vittime significa negare il problema, negare l’ingiustizia e assolvere gli aguzzini, quanto meno archiviarli.

C’è forse un’altra condizione in cui le vittime fingono di non esserlo o sono scoraggiate ad esserlo; succede tra i bambini e gli adolescenti, poiché pure loro hanno il desiderio di essere forti e non essere deboli. Sono le vittime del bullismo, una realtà in Italia più tollerata che altrove, poiché spesso si pensa che il bullo sarà pure cattivo, ma è ancora piccolo e inconsapevole, forse ha bisogno di affetto, mentre la sua vittima deve anche imparare a difendersi, rafforzarsi un po’, nella vita non potrà sempre contare sulla protezione della mamma o della maestra. E poi, la maggioranza degli altri bambini tifa per il bullo. Lo ricordo bene, quando ero piccolo e subivo un sopruso, non lo dicevo a nessuno. Mica ero una vittima.