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Nell’istituto Garofani di Rozzano esiste un conflitto tra una parte dei genitori e il preside dell’istituto e il collegio docenti. Oggetto del conflitto è lo spazio che la religione cattolica può occupare nella scuola. I genitori cattolici vogliono i crocifissi appesi nelle aule e il repertorio del sacro nella celebrazione del Natale. Il collegio docenti invece ha rimosso gli ultimi due crocifissi sopravvissuti ad un’opera di verniciatura delle aule; ha posticipato la festa di Natale al 21 gennaio per celebrarla come festa d’inverno; il preside si è opposto all’iniziativa di due mamme che volevano insegnare i canti natalizi durante l’orario della mensa ai bambini cristiani.

Questo conflitto è passato sui giornali come l’iniziativa di un preside che vuole abolire la festa di Natale nella scuola, per non urtare la sensibilità degli alunni di origine straniera e di diversa fede religiosa, provocando le dure prese di posizione di vescovi e politici, da Matteo Renzi al presidiante Matteo Salvini. Per una precisa ricostruzione dei fatti si può leggere la lettera di dimissioni del preside; un post di Valigia blu; un post della UAAR.

Non è la prima volta che succede. L’anno scorso in una scuola di Bergamo un preside si oppose all’allestimento del presepe voluto da un professore. Anche quel preside si giustificò con il rispetto necessario nei confronti di un 30 per cento di alunni stranieri.

I presidi, gli insegnanti e i genitori che si battono per affermare i principi di laicità nella scuola pubblica hanno ragione. Tuttavia, dovrebbero pronunciarsi e agire in nome della propria laicità e non degli alunni stranieri o musulmani. Lo spazio della religione cattolica e della chiesa cattolica nella scuola pubblica è sempre stato un motivo di conflitto tra italiani, tra laici e cattolici. Usare ora come rinnovato pretesto i nuovi alunni musulmani, per ribadire i principi laici, rischia di esporre gli stranieri a manifestazioni di intolleranza e di fraintendere lo stesso principio di laicità, che è separazione tra stato e chiesa e non condivisione dello stato tra tutte le fedi religiose.

Secondo me, hanno invece del tutto torto i politici che brandiscono il Natale come vessillo identitario, a difesa delle nostre radici, tradizioni, cultura e civiltà. Noi non siamo tutti cristiani. Il capo del governo dichiara che l’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Come se la scelta di un istituto di periferia potesse avere rilievo nazionale; da sempre il Natale è celebrato in modo vario e a macchia di leopardo nelle scuole italiane; era già così 40 anni fa, senza che le nostre radici cristiane in tutto questo tempo siano state intaccate. Succede lo stesso per la celebrazione di qualsiasi festa laica. Ciò detto, perché un leader politico di fede cattolica sente il bisogno di parlare anche a nome dei laici?

Perché da parte cattolica si sente il bisogno di affermare che le proprie simbologie e liturgie sono patrimonio culturale di tutti, anche dei non cattolici? Lo lascino dire ai non cattolici, se è vero. Benedetto Croce affermò che non possiamo non dirci cristiani. Da laico, poteva dirlo; ha il senso del riconoscimento. Detto da un cristiano rivolto ai laici, il senso, giusto o sbagliato, diventa solo prevaricante.

Io sono ateo e non provo alcun fastidio per la presenza della religione nello spazio pubblico. Per me va bene che i cattolici occupino le piazze e le strade, abbiano voce negli organi di informazione, siano presenti con tante chiese e tante associazioni. Mi piacciono il clima natalizio, gli addobbi luminosi, i canti religiosi. Gli edifici pubblici, per me, possono anche essere offerti e imprestati per iniziative di culto. Trovo solo fuori luogo la presenza organizzata della religione nelle sedi istituzionali nell’esercizio delle loro funzioni, compreso l’orario scolastico. Non mi dà fastidio il crocifisso appeso alla parete dell’aula, ma non è quello il suo posto.

Spero di non fare un paragone blasfemo, ma solo un ragionamento per analogia. Nel 1987, per la prima volta nella storia, il Napoli vinse lo scudetto. Il centro di Torino si riempì di bandiere azzurre di immigrati napoletani in festa. Molti torinesi si unirono alla festa e c’ero anch’io. Ero felice per loro, mi sentivo contagiato dalla loro gioia; era una festa straordinaria, una magnifica giornata e fu davvero bello per un giorno intero vedere il salotto torinese occupato dalla festa del Napoli campione d’Italia. Ma, non era la mia festa, era la loro, io ero del Torino.

Lo stesso sentimento provo per il Natale. Bello, bellissimo, magico, mi rende felice. Ma non è la mia festa, perché io non sono cristiano e non ho piacere che un cristiano mi associ in qualcosa che è solo suo, specie se lo fa per invadere in esclusiva uno spazio che è di tutti, come la scuola pubblica.