Indignazione e introspezione unite nella lotta

Akhilleus-Aias

Su Internazionale, il giornalista Oliver Burkeman sostiene che siamo tutti sessisti; che il pregiudizio (sulle donne, sui poveri, sui neri) suscita indignazione per sazietà morale: chi si indigna e accusa gli altri di avere pregiudizi, è convinto di esserne immune ed evita il lavoro introspettivo. Tutti abbiamo il pregiudizio che i pregiudizi siano anomalie da eliminare. In realtà, siamo costretti a dare giudizi immediati, prendendo la scorciatoia del pregiudizio discriminante, altrimenti non potremmo mai prendere certe decisioni. Il punto è che ci sono pregiudizi discriminanti sensati (meglio assumere uno bravo che uno incapace) e pregiudizi discriminanti insensati (meglio gli uomini delle donne, meglio i bianchi dei neri, etc.). Di nuovo, l’idea che sia possibile eliminare i pregiudizi, ci lascia convinti di averli già eliminati per noi e di esserne ormai immuni.

Il giornalista ad un certo punto teme che il suo articolo possa sembrare un gioco di parole, per poi negare che lo sia. Una defaillance del suo lavoro introspettivo. In effetti, egli dice cose plausibili, non nuove, che possono essere vere, ma anche false o facili da ribaltare. Però, può essere utile commentarlo come pretesto per dire qualcosa, a parte segnalare l’incongruenza della discriminazione di merito ai fini di una assunzione, indicata come esempio di buona discriminazione. Lo è, ma comporta un giudizio, non un pregiudizio. D’accordo sulla inevitabilità dei pregiudizi; la differenza è tra quelli innocui e quelli con effetti discriminatori o persecutori. Per esempio, è innocuo il sessismo sugli uomini, mentre è spesso un rinforzo alle discriminazioni quello sulle donne.

Credo di essere contro il sessismo, tanto che spesso ne scrivo e ne parlo. Potrei essere come quegli indignati autoimmuni. A dire il vero, il più delle volte non sono indignato e non credo di essere immune, anzi spesso mi ritrovo a chiedere indulgenza e qualche volta mi viene concessa in differita.

Possiamo non accusare gli altri di essere sessisti e soltanto osservare, far notare, suggerire di riflettere sul fatto che certe parole, espressioni, comportamenti, usati contro le donne, non si userebbero contro gli uomini (parità), oppure che se già usati contro gli uomini (ad es. il tono di voce alto o la violenza verbale), se usati anche contro le donne è peggio (uso abusivo della parità). Spesso la reazione è una negazione, una levata di scudi, una difesa ad oltranza, come se le osservazioni, le riflessioni, le critiche del tutto tranquille, fossero accuse molto gravi. Forse chi accusa di sessismo pensa di esserne immune, ma gli accusati non sono da meno e spesso sono anche molto permalosi.

I pregiudizi a me non mancano. Come uomo, invece che alla linea aspiro alla forza, così certo per un cibo preferisco grosso e nutriente a sano e leggero. Almeno, fino ad oggi. Poi con il passare degli anni, si eleva la saggezza e si abbassa il metabolismo: questo mi fa riflettere. Di donne intelligenti ne conosco ormai parecchie; spesso più intelligenti e preparate di me. Il mio pregiudizio è che il pregiudizio lo abbiano loro, cioè che preferiscano comunque un certo dislivello tra uomo e donna, per cui se loro sono intelligenti, l’uomo deve essere intelligentissimo, se loro sono alte un metro e ottanta, l’uomo lo vogliono alto due metri. È un mio pregiudizio. Se mi mettessi a giudicare sul serio, credo arriverei ad una conclusione diversa. Altro pregiudizio si esprime nel comportamento. Se la mia interlocutrice è troppo impegnativa, in caso di contrasto ho la tentazione di ricorrere a qualche espediente per sminuirla. A volte cedo alla tentazione. Ma dato che lei è impegnativa, l’espediente viene il più delle volte neutralizzato, con effetti per me opposti a quelli della sazietà morale.

L’argomento che mi convince meno e che spesso mi trovo davanti è quello secondo cui l’accusa (per usare il linguaggio del giornalista) evita l’introspezione. Può esser vero se ci si indigna per slogan e proclami, mettendo all’indice capri espiatori. Ma se l’indignazione prende la forma del discorso strutturato, dell’argomentazione che si misura in un confronto, questa dovrà fare i conti con la difesa e le sue relative confutazioni, alcune delle quali risuoneranno all’accusatore. Così, egli nel confrontarsi con l’altro, si confronta anche con una parte di se stesso. Tante volte non ho saputo cosa dire, cosa rispondere, perché gli argomenti difensivi dell’interlocutore erano impliciti nel mio modo di pensare. Per sapere cosa rispondere, come rendere l’accusa inoppugnabile, occorre lavorare anche su se stessi, sconfiggere il proprio sessista interiore, altrimenti si risulta poco persuasivi con quello esteriore.

Per esempio, è in questi conflitti che ho scoperto la differenza tra consenso e desiderio. Per tanti anni, a proposito di violenza, ho pensato che discriminante fosse il consenso. Che se una donna mi dà il consenso, sono a posto. E che dunque, la revoca successiva del consenso è poco credibile o la mancanza di un esplicito dissenso crei una situazione ambigua nella quale si può provare a forzare. Questo presuppone la rimozione e l’ignoranza del desiderio femminile, l’unica cosa che conta valutare nella relazione intima con una donna, per escludere la violenza. Così, per dare scacco al cultore dello stupro, si finisce per dare scacco ad un aspetto della propria sessualità maschile: un bisogno che vuole un servizio. Non è ancora scacco matto, ma intanto indignazione e introspezione sono già unite nella lotta.

3 pensieri riguardo “Indignazione e introspezione unite nella lotta”

  1. Il fatto che una persona che rileva un pregiudizio sia convinto o meno di essere immune o meno ai pregiudizi, è – dal punto di vista argomentativo – del tutto irrilevante.
    Se sto dicutendo con qualcuno, e il tema della discussione è se è vero che il cibo che attira di più gli uomini è grosso e nutriente, mentre quello che attira le donne è e leggero e sano, mi interessa conoscere le prove che adducono i sostenitori del “si è vero” e le motivazioni a supporto del “no, non è vero”; se mi metto a ragionare della condizione psicologica del singolo che intavola la discussione, sposto il focus della discussione dal tema alla persona, rischiando di cadere in quella trappola che la logica chiama “argumentum ad hominem”.
    Attribuire arbitrariamente alle persone che sostengono una tesi un profilo psicologico – perché è questo che fa l’articolo – è funzionale a cosa, se non ad attribuire ad una intera categoria di persone un tratto distintivo “cattivo” allo scopo di mettere in dubbio la validità delle sue argomentazioni?
    Tu non lo sai, mio caro – ci dice l’autore dell’articolo – ma sotto sotto tu sei peggio di quelli che critichi!
    E io gli rispondo, semplicemente: Ah, davvero? E tu come fai a saperlo? Mi conosci?

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  2. Sono d’accordo. Può esserci il caso in cui l’indignato è peggio degli accusati. E’ il caso del forcaiolo, del linciatore, di quello che mette alla gogna, di chi dice «ci vorrebbe la pena di morte», «la castrazione chimica»; «è giusto sparare ai ladri». Articoli come quello di Oliver Burkeman sono poco circostanziati e finiscono per confondere chi lincia e chi discute come avviene nel vittimismo di chi vuole sottrarsi alla critica.

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  3. io sono maschio, faccio 50 minuti di cyclette al giorno perchè ci tengo alla linea (sono magro di natura ma un po’ di moto mi fa bene), e mi attira un cibo che sia nutriente e sano..se è leggero (nel senso di senza grassi o colesterolo dannoso, poco zucchero) è meglio
    Sta storia dei cibi mi pare una cavolata

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