Renzi meno avversato di Berlusconi

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Un tema sempre verde tra gli antirenziani è la debole opposizione a Matteo Renzi, inferiore per intensità ed estensione all’opposizione messa in campo contro Silvio Berlusconi e prima ancora contro Bettino Craxi, nonostante Renzi sia uguale a loro e faccia le stesse cose. L’argomento è stato posto da Andrea Scanzi a Michele Serra e, devo dire, condivido abbastanza le risposte di Serra, anche se non giungo come lui alla scelta di votare PD.

Rispetto ai tempi di Craxi e Berlusconi, oggi le aspettative nei confronti della politica sono molto più basse. C’è meno opposizione, ma anche meno consenso e molta più astensione, sia dalla militanza, sia dal voto. Così, l’affermazione di un leader e la sua eventuale caduta sono visti con maggiore indifferenza.

Renzi, in verità, è in parte diverso da Berlusconi. Gli mancano i procedimenti giudiziari in corso, l’ostilità alla magistratura, ai giornali, alla divisione dei poteri, il conflitto d’interessi, le alleanze impresentabili, e l’ostentato sessismo. È vero che il suo programma e il suo modo di comunicare in parte ricalcano il berlusconismo, ma il tentativo di imitare l’antagonista era praticato anche dai precedenti leader del PDS/DS. Già nel 1994-95, si osservava come la riforma delle pensioni voluta da Berlusconi e molto osteggiata dai sindacati e dal PDS, fosse stata poi approvata dal governo Dini con una maggioranza di centrosinistra. All’epoca la spiegazione fu che il centrosinistra praticava la concertazione con i sindacati e approvava provvedimenti di destra, ma applicati in tempi e modi graduali. Renzi invece si contrappone anche ai sindacati su temi simbolici come l’art. 18, proprio come faceva Berlusconi, incontrando però minore resistenza. Anni di precarizzazione del lavoro e di crisi economica hanno indebolito il movimento dei lavoratori, fino al punto di averlo privato di una credibile rappresentanza politica nelle istituzioni. Oggi non c’è una forza politica significativa che rappresenti l’opposizione sociale al governo, neanche ai livelli ridotti della Rifondazione comunista del 1995.

L’opposizione a Berlusconi, quella più radicale dei girotondi, quella che agitava la questione morale e il conflitto d’interessi, era anche un’iniziativa volta ad incalzare e criticare i gruppi dirigenti del centrosinistra, secondo la celebre invettiva di Nanni Moretti del 2002: con questi dirigenti non vinceremo mai. Oggi non ci sono dirigenti da incalzare contro Renzi. Peraltro, Renzi è un dirigente vincente. Ha rottamato quei dirigenti che perdevano sempre o che mancavano le vittorie e non erano in grado di governare. Renzi non è calato dall’alto di un sistema di potere, né nei panni di un ricco imprenditore che vuole rappresentarsi in modo diretto, né nei panni di un giovane dirigente cooptato dai vecchi dirigenti. Lui si è imposto contro i vecchi dirigenti attraverso la selezione delle primarie, prima a Firenze, poi a livello nazionale. Ha perso la prima prova contro Pierluigi Bersani, che dopo ha mancato la vittoria elettorale, quindi ha vinto la seconda prova, individuato dalla base e dall’elettorato del suo partito come il candidato vincente. Mentre una parte dell’opinione pubblica si distacca dalla politica e rifluisce nell’astensione o in un voto stanco e abitudinario, la parte che resta più attaccata alla politica, i militanti, i simpatizzanti, la vivono in modo sempre più autoreferenziale, come i tifosi delle squadre di calcio, che si danno come criterio di scelta la capacità di vincere. Così scelgono il leader come si sceglie l’allenatore e i suoi provvedimenti non sono letti per il contenuto politico e sociale, ma valutati come mosse vincenti o perdenti.

Berlusconi era visto come il peggio. Bisognava votare questo o quel candidato di centrosinistra per non fare vincere Berlusconi. L’alternativa a Berlusconi erano Prodi, D’Alema, Amato, Rutelli, Veltroni, Bersani. Invece, Renzi è visto come il meno peggio. Le alternative a lui sono Salvini e Grillo. Il cruccio del Fatto Quotidiano è: perché non il M5S? Ha molti difetti, ma è composto da giovani e onesti. Anche Rodotà e Flores D’Arcais hanno ammesso che la sinistra è morta e rimane solo il M5S. Può essere abbiano ragione, ma per ora il M5S è più una incognita che una speranza. Sia per il modo in cui seleziona i suoi candidati, attraverso improbabili primarie online, sia per la pochezza dei suoi argomenti concentrati sui costi della politica, l’opposizione alla casta, etc. Aggiungo la grave ambiguità nei confronti del fascismo, il populismo antieuropeista, la competizione con la Lega nel brandire slogan xenofobi e i modi spesso molto sessisti di attaccare le avversarie politiche e le giornaliste.

Su un punto dissento da Serra. Nel vedere il PD occupare lo spazio politico del PCI, come fosse un partito bene o male di massa, e la sua sinistra come l’equivalente dei gruppi di estrema sinistra degli anni ’70. Anch’io da giovane preferivo il PCI ai gruppi e ai piccoli partiti. Ma c’era comunque una continuità. Quei gruppi erano davvero l’estremizzazione del PCI. Le formazioni minori di sinistra oggi non sono l’estremizzazione del PD, non c’è rapporto di continuità o di parentela. Il PD oggi è quello che politicamente era il pentapartito negli anni ’80, tiene insieme quei laici e quei democristiani, più qualche nostalgico del PCI, fedele alla continuità organizzativa. Una fedeltà che, qualche volta può significarmi un po’ di affetto, ma non una adesione e neppure un voto.

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