Fare sesso per far carriera

gabrielle mcmullin

A conclusione della presentazione di un suo libro sui percorsi della parità di genere, il ruolo del merito e delle quote, la dottoressa australiana Gabrielle McMullin, ha detto alle giovani studentesse che, per fare carriera, alle donne conviene accettare di fare sesso con i piani alti. Chiamata a giustificarsi in una intervista alla radio, la dottoressa ha ribadito il consiglio, perché il suo ambiente di lavoro è troppo pervaso dal sessismo, quindi le giovani farebbero bene ad accettare le avances sessuali anche se sgradite, perché rifiutarle può sporcare la loro reputazione.

Tali affermazioni lasciano perplessi, contrariati o persino indignati. È come se la dottoressa avesse detto che in un territorio dominato dalla mafia, imprenditori e commercianti fanno bene a pagare il pizzo; che in un sistema politico corrotto, appaltatori e liberi professionisti fanno bene a pagare le tangenti; che in un mondo del lavoro nepotista e clientelare, i giovani fanno bene a farsi raccomandare.

Sul piano delle strategie individuali, specie se si è soli e isolati, il discorso della dottoressa può sembrare comprensibile, anche se un realismo acritico pronunciato da una tribuna autorevole agisce da rinforzo e legittimazione; inoltre, la convenienza individuale si misura pure in termini di autostima: posso essere assunto o promosso sul lavoro e al tempo stesso sentirmi degradato come essere umano, umiliato nella mia dignità e nel mio amor proprio, se penso di essermi dovuto piegare ad un compromesso ingiusto, a meno che l’autopercezione del mio valore sia già in partenza molto bassa.

Sul piano delle strategie collettive, il più pertinente alle dichiarazioni pubbliche, il discorso della dottoressa è invece solo controproducente. Un sistema pervaso dall’abuso di potere e dalla sua supina accettazione sarà un sistema meno competitivo a confronto con sistemi più giusti, onesti e rigorosi, offrirà servizi scadenti a costi più alti, ed esporrà ciascuno di noi al rischio di dover ricorrere alle competenze professionali di chi è stato scelto, non per merito, ma per le sue doti di concussore.

La dottoressa ha tenuto conto del sessismo per voler dare consigli realistici, ma non ne ha tenuto conto, o non le è importato, per prevedere che i suoi consigli avrebbero gettato un’ombra di sospetto sulle donne e pure su di lei. L’HuffPost la presenta come chirurga vascolare tra le più famose del suo campo. Diversamente, chi di noi si può sentirsi tranquillo ad essere operato da una chirurga selezionata grazie alla sua disponibilità sessuale? E chi di noi può voler essere curato in un ospedale gestito da primari che selezionano il personale medico in base a criteri di servitù di varia natura? Siamo realisti: proprio non può convenirci.

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