Che rischi corrono i nostri falchi?

aerei italiani

Tra i sostenitori della guerra, per esempio la guerra all’Isis, si recita una retorica muscolare che, tra l’altro, accusa il pacifismo di essere codardo: i pacifisti vogliono scongiurare la guerra, perché ne hanno paura, una paura da vigliacchi. I pacifisti e pure il governo Renzi che, in questa circostanza, ha finora assunto una posizione saggia.

Dato che, oltre a voler comprendere i terroristi, voglio comprendere anche i nostri falchi, mi chiedo in cosa possa consistere il loro coraggio.

Se il nostro paese va in guerra, si aggiunge a Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, nella campagna di bombardamenti sulla Siria; vuol dire che partono alcuni nostri cacciabombardieri, che sganceranno bombe sugli obiettivi siriani da una altezza di qualche migliaio di metri. Ai piloti, in effetti, occorre coraggio, anche se è raro che accada loro qualcosa. Nel 1991, in Iraq avemmo il caso di Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone. Molto più coraggio occorre ai soldati che combattono sul terreno; ma gli occidentali evitano le guerre di terra; di solito si alleano a milizie locali e le coprono con l’aviazione.

Ammesso e concesso il coraggio degli aviatori, in cosa consisterebbe il coraggio nostro, che rimaniamo a casa? Il teatro di guerra è in Medio Oriente, dunque noi continueremmo a fare in tutta tranquillità la nostra vita.

C’è la possibilità di un attentato terroristico in Italia, come già accaduto a Parigi, Londra, Madrid, ma è molto improbabile per ciascuno di noi rimanerne coinvolti, specie se non abitiamo a Roma o a Milano. È un rischio remoto. Al limite, sappiamo che qualcuno tra noi, 60 milioni di italiani, nelle più importanti città, può rischiare la pelle una o due volte l’anno, e pur sapendolo lo esponiamo al rischio, perché vogliamo sganciare qualche bomba sulla Siria, al fine di non essere da meno di altre potenze ex coloniali. Ma cosa davvero sentiamo di rischiare noi?

Per dirsi coraggiosi, bisogna correre dei rischi. Che rischi corrono i nostri falchi?

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