L’utero in affitto non è l’aborto

india surrogacy

Tra i favorevoli alla maternità surrogata ricorre spesso il paragone con l’aborto. Si può essere moralmente contrarie all’aborto, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di abortire; allo stesso modo si può essere moralmente contrarie alla maternità surrogata, ma favorevoli ad una legge che permetta ad altre di praticarla. D’altra parte, vietare l’aborto provoca l’aborto clandestino; così vietare l’utero in affitto provoca il mercato clandestino degli uteri. Tuttavia, tra maternità surrogata e aborto vi sono alcune importanti differenze, da rendere improponibile il paragone.

Credo nessuna donna desideri abortire. Nessuna donna desidera trovarsi nella situazione di dover scegliere se abortire oppure no. Accade per una gravidanza indesiderata; perché la donna incinta viene abbandonata dal partner; per malformazione fetale, per conseguenze pericolose sulla salute della donna. Accade per una situazione imprevista e indesiderata. Secondo la posizione favorevole alla surrogacy, la donna avrebbe invece la volontà di donare (o di vendere) la disponibilità del proprio corpo per portare avanti una gravidanza per conto di altre. Si tratterebbe dunque, di una situazione voluta e pianificata.

La legalizzazione dell’aborto non si propone di affermare un diritto all’aborto o una libertà di scelta; si propone di contrastare l’aborto clandestino (tre milioni di casi l’anno, secondo le stime più elevate negli anni ‘70), di ridurre il danno; di sostituire al mercato nero dell’aborto, non un mercato legale, ma l’assistenza dello stato, nella prospettiva di superare le cause che possono portare all’interruzione di gravidanza. Un argomento a sostegno della legge è infatti la sua efficacia ai fini di una diminuzione degli aborti. La legalizzazione della surrogacy invece sarebbe volta, non ad un superamento, ma all’introduzione e ad un prevedibile aumento della pratica; nella sua versione più liberista, alla formazione di una industria e di un mercato.

L’aborto è praticato da donne di ogni censo e nazionalità. La surrogacy è in netta pravalenza praticata da donne povere di paesi poveri.

Infine, la differenza più importante: l’aborto non mette al mondo nessuno; la surrogata mette al mondo un essere umano. Sull’incognita di una creatura venuta al mondo, come ognuno di noi, nella relazione materna, ma subito strappato da quella relazione, non per una necessità, ma per un programma, c’è da riflettere e bisogna fermarsi.

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[^] Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce. Non tutto è disponibile – Luisa Muraro, Corriere della Sera 7.12.2015

4 pensieri su “L’utero in affitto non è l’aborto”

  1. La pratica dell’aborto nasce da un’esigenza della donna gravida: è lei che ne ha bisogno; abortire o non abortire è una decisione che avrà una grande influenza sulla sua vita, rendendola madre o non madre.
    La maternità surrogata è un’esigenza di tutte quelle persone che – non potendo per svariati motivi rimanere incinte – vanno alla ricerca di una donna da ingravidare; quella gravidanza, che avviene nel corpo di una donna, renderà genitore qualcun altro.
    L’aborto è un genere di intervento medico che non comporta il rischio di mercificare il corpo sul quale viene praticato, perché chi richiede un aborto e il corpo sul quale si compie l’intervento sono la stessa persona.
    Nella gestazione per altri, invece, c’è un richiedente (colui o coloro che vogliono diventare genitori) e il corpo che materialmente ospiterà il fato che diventerà figlio, una situazione che fa sì che quel corpo possa diventare oggetto di un contratto, e il feto una merce soggetta a transazione economica.
    Se è vero che esiste l’aborto clandestino, le parti in causa sono solo due: la donna che vuole abortire e colui che materialmente esegue l’aborto.
    Nella maternità surrogata abbiamo la donna da ingravidare, i genitori del bambino – che sono i committenti della gravidanza – e colui che materialmente esegue l’intervento.
    Ad arricchire i medici che praticano l’aborto clandestino sono le donne che abortiscono, mentre nel secondo caso sono i committenti che creano il mercato, non la donna gravida.
    Il costo dell’aborto clandestino dipende quindi da fattori come la difficoltà per le donne di procurarsi un aborto legale o dalla diffusione dei mezzi contraccettivi: in un paese nel quale la contraccezione è a disposizione di tutti a costi ridotti, nel quale il contesto culturale permette opera di prevenzione rispetto al problema delle gravidanze indesiderate (sto parlandi di educazione sessuale) e non sussistono problemi come quello rappresentato dall’obiezione di coscienza, non c’è la possibilità di arricchirsi facendo abortire le donne.
    Ma da cosa dipende il costo di una maternità surrogata? Commissionando un bambino ad altri e dichiarandosi disposti a pagare un prezzo per quel bambino – si trasforma quel bambino in una merce e il rischio che il prezzo dipenda anche dalla “qualità” del prodotto – dalla “qualità” del bambino – è alto.
    Il rischio di una simile pratica, a mio avviso, non sta solo nella creazione di un mercato che sfrutti le donne, ma anche in una radicale modificazione della nostra percezione dell’essere umano.
    Quanto costa un essere umano? Ci sono esseri umani che “valgono” più di altri? Quali sono le caratteristiche che rendono un essere umano più costoso di un alto?

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