Armando Cossutta il più filosovietico?

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Questa estate è morta Emilia Clemente (Emi), sua moglie, alla quale era legato da settant’anni; ieri, è morto anche lui, Armando Cossutta, all’età di 89 anni; partigiano, importante dirigente del Partito comunista italiano e fondatore di Rifondazione comunista. I quotidiani lo presentano come il più filosovietico dei leader del PCI. La definizione è adeguata per l’ultima parte della sua vita, da quando all’età di 58 anni si oppose allo strappo di Enrico Berlinguer. Lo strappo fu espressione coniata dallo stesso Cossutta e titolo di un suo libro, per riferirsi alla divisione tra il PCI e il PCUS, sostenuto da quasi tutti gli altri partiti comunisti del mondo. Ricordo una traduzione italiana del bollettino dell’ambasciata sovietica con la pubblicazione della rassegna di interventi e documenti dei più vari e lontani partiti comunisti, che criticavano e condannavano le posizioni del PCI sui fatti di Polonia del 1981.

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In realtà, Armando Cossutta fu più volte critico nei confronti dell’Urss, anche quando non lo era quasi nessuno, come nel 1956, durante l’invasione sovietica dell’Ungheria. I principali dirigenti, giovani e vecchi, furono dalla parte di Palmiro Togliatti e si trattò, per citarne solo alcuni, di Amendola, Berlinguer, Napolitano, Ingrao. Armando Cossutta invece firmò insieme con Achille Occhetto e Luciana Castellina un documento di condanna, che chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche. Negli anni ‘50 fu a capo della federazione di Milano e poi del Comitato regionale in Lombardia, posizioni da cui condusse un’opera di rinnovamento contro le componenti davvero filosovietiche, che facevano riferimento a Pietro Secchia e Giuseppe Alberganti. Anche nel 1968, invasione sovietica della Cecoslovacchia, e nel 1979, invasione sovietica dell’Afghanistan, Cossutta aderì a posizioni di condanna, insieme al gruppo di dirigente del partito. Nell’estate del 1968 fu lui a presidiare d’agosto la sede di Botteghe Oscure e a ricevere le primissime notizie da Praga.

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Nell’estate del 1981, il generale Wojciech Jaruzelski, assunse l’incarico di segretario generale del Partito operaio unificato polacco (Poup); in dicembre introdusse la legge marziale, per fronteggiare l’opposizione del sindacato Solidarnosc e prevenire l’intervento armato dell’Urss. Cossutta condivise la critica al colpo di stato, ma non il giudizio di Berlinguer sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, che di fatto collocava il PCI fuori dal movimento comunista internazionale a guida sovietica. In sostanza, Cossutta era contrario agli atti di potenza dell’Urss, ma voleva rimanere dentro il suo sistema di alleanze, non vedendo prospettive nella terza via berlingueriana. Gli stessi successori di Berlinguer, non ne videro e declinarono lo strappo in una conversione ideologica nel campo socialdemocratico o nel campo liberale, quello che Cossutta paventava e non voleva. Quindi, dopo aver partecipato al fronte del No, con Natta, Tortorella e Ingrao, in opposizione alla trasformazione del PCI in PDS, diede vita a Rifondazione comunista, insieme con Sergio Garavini, Lucio Libertini, Rino Serri ed Ersilia Salvato.

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Il nuovo partito potè nascere grazie ad una struttura già esistente, l’Associazione nazionale marxista di cui Cossutta era presidente. Più di altri suoi compagni e colleghi, egli era un organizzatore, un costruttore, molto pratico nella formazione organizzativa del partito, mentre era molto meno attento al rapporto con i movimenti. Non ebbe alcuna relazione significativa con gli studenti, i pacifisti, gli ambientalisti, le femministe, mentre da dirigente degli Enti locali del PCI formò ampie alleanze nelle amministrazioni (applicò il compromesso storico nei comuni) e poi da dirigente di Rifondazione, pur molto attento all’autonomia del partito, sostenne la linea dell’unità con il centrosinistra fino a rompere con Fausto Bertinotti e a fondare il Pdci, per poter sostenere i governi dell’Ulivo.

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Armando Cossutta fu un leader meno carismatico, meno amato di Pietro Ingrao o di Enrico Berlinguer e pure meno blasonato di altri dirigenti come Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano. Una immagine più grigia, burocratica, anche se per stile, spessore e cultura una figura sovrastante il personale politico cui oggi siamo abituati. Non fu l’uomo di grandi visioni strategiche e coraggiose esplorazioni di nuovi sentieri. Piuttosto, un asfaltatore, ma soprattutto una diga, un baluardo della sinistra e del comunismo italiano.

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