Boschi, banche e conflitti d’interesse

Banking

L’idea che mi sono fatto della vicenda di Maria Elena Boschi e della Banca Etruria è questa: esiste un conflitto d’interessi oggettivo, perché la ministra è figlia del vicepresidente della banca ed il governo è intervenuto su quella banca (e altre tre: Banca Marche, Cari Ferrara e Cari Chieti), ma finora le opposizioni non sono riuscite a dimostrare che siano stati compiuti atti di favoritismo a vantaggio della famiglia Boschi. Sono state fatte solo delle ipotesi, buone per chiedere chiarimenti, insufficienti per chiedere le dimissioni della ministra. D’altro canto, in presenza di atti di favoritismo decisi dal consiglio dei ministri, a dimettersi dev’essere l’intero governo.

L’enfatizzazione della posizione personale di Maria Elena Boschi accende riflettori abbaglianti, perché fa credere che la causa dei problemi sia costituita da un rapporto parentale, per cui la cosa più importante e urgente da fare sia far decadere la ministra, secondo la logica del capro espiatorio. In realtà, i problemi sono dati da intrecci più grandi e più seri di un casuale rapporto parentale, e sono conseguenza delle politiche di privatizzazione e di austerità, di cui i governi italiani sono corresponsabili, a prescindere dalla loro onestà.

Ad essere di fatto privatizzata è la Banca d’Italia, le cui azioni sono possedute dalle fondazioni bancarie. La Banca d’Italia ha il compito di vigilare sulle banche italiane, dunque sui suoi stessi azionisti. Esiste di conseguenza un connubio tra il controllore e i controllati. Nel caso delle banche popolari, ma è probabile in molte altre occasioni, la Banca d’Italia ha scoperto i bilanci in rosso, li ha secretati, con l’argomento di non diffondere il panico tra i risparmiatori, che avrebbero potuto ritirare i loro soldi e far fallire subito le banche. Dati i conti in rosso, la Banca d’Italia ha ordinato alle banche di ricapitalizzarsi, con la vendita di azioni e obbligazioni subordinate, cioé titoli a rischio per i risparmiatori acquirenti, i quali, senza essere informati del reale stato finanziario della loro banca e fidandosi degli impiegati consiglieri li hanno acquistati.

L’operazione è stata favorita dal governo con il decreto che trasforma le banche popolari in società per azioni. Forse, il governo non conosceva lo stato finanziario di queste banche o forse lo conosceva e scommetteva con questa mossa sul loro rilancio. Sta di fatto che la scommessa è andata persa, le banche sono fallite e il governo ha potuto salvarle solo applicando la nuova normativa europea, in base alla quale i soldi del salvataggio devono essere prelevati, non dai contribuenti, ma dall’interno del sistema bancario, quindi dagli azionisti e dagli obbligazionisti. Dunque, correntisti, imprese creditrici e dipendenti sono salvi; azionisti e obbligazionisti (molti dei quali truffati) invece perdono tutto.

Allora, i conflitti d’interesse riguardano un rapporto distorto tra politica e finanza, tra organi di controllo ed enti controllati, tra funzioni di risparmio e funzioni di investimento. Il conflitto d’interesse è in una politica neoliberista che crea masse di lavoratori poveri, di precari e disoccupati, indotti a diventare debitori insolventi, con conseguenti crisi bancarie, che si risolvono nella rovina dei piccoli azionisti e nel rafforzamento delle concentrazioni delle grandi banche, che finiscono per acquisire le parti sane delle piccole e medie banche salvate.

Se questo schema è corretto, l’iniziativa delle opposizioni concentrata contro una ministra, neppure competente per materia, è del tutto insufficiente ed inadeguata a fronte di un conflitto d’interessi molto più grande e soprattutto sistematico che, per essere superato, richiede la direzione di una politica economica alternativa.

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