Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi è una donna a cui è stato ucciso il fratello sotto custodia cautelare e a cui è stata negata verità e giustizia per sei anni. Questo è sufficiente per provare solidarietà e comprensione nei suoi confronti, quale che sia la sua netiquette. A differenza del Corriere della Sera, che oggi la paragona niente meno che ai terroristi degli anni settanta, penso sia sbagliato provare empatia solo nei confronti delle vittime che si mostrano remissive, impotenti, si limitano a chiedere verità, a dichiarare fiducia nello stato. A volte, gli stati si comportano in modo giusto e affidabile proprio grazie all’attivismo e alla determinazione di persone come Ilaria Cucchi. La grande stampa non sempre è altrettanto determinata nel fare informazione ed esercitare controllo. D’altra parte, una stampa all’altezza del suo compito, più che spiegare alle vittime come fare le vittime, spiega ai servitori dello stato come servire lo stato, e dunque ai tutori dell’ordine come sia loro primo dovere garantire la vita e l’incolumità delle persone tenute sotto la loro custodia, pure quando credono di avere a che fare solo con un drogato di merda.

Alcuni dichiarano di stare dalla parte di Ilaria Cucchi anche quando sbaglia, altri l’accusano di avere messo alla gogna un carabiniere, di essere stata giustizialista e non garantista; il legale del carabiniere dice che il suo assistito ha ricevuto insulti e minacce e annuncia querela per diffamazione nei confronti di Ilaria, già querelata un anno fa dal sindacato di polizia penitenziaria per istigazione all’odio contro una intera categoria (la loro). Ilaria Cucchi ha pubblicato sulla sua pagina FB la foto già pubblica di un carabiniere palestrato, indagato per la morte di Stefano, per mostrarne la fisicità, il modo di ostentarla, la sproporzione di forza tra quei carabinieri intercettati e indagati per averlo pestato e lui che pesava solo 43 chili, impossibilito ad opporre una effettiva resistenza ai pubblici ufficiali. Di seguito Ilaria Cucchi ha rifiutato i commenti violenti, ha scritto di non voler rispondere alla violenza con la violenza e di voler ottenere solo giustizia. Basta navigare un po’ i social media o dare una scorsa a qualche fogliaccio, per vedere che di insulti e offese ne ha ricevuti soprattutto lei, come le succede da anni. Del post risponde ai giornali e si dichiara non pentita.

Sulla opportunità di un atto si può sempre discutere. Magari, mantenendo il senso delle proporzioni. Ma nessuna regola è stata violata. Su Facebook le condivisioni di testi e immagini sono ordinarie. Chiunque, può regolare la privacy del proprio profilo di FB e decidere cosa condividere e con chi. Indicare il nome e la foto di un indagato non è un reato. I giornali lo fanno spesso, espongono al giudizio pubblico chi non è stato ancora condannato e con ciò esercitano il diritto di cronaca e la libertà d’espressione. Anche una pagina di facebook può farlo. Qualcuno avrà reagito male, ma tanti hanno soltanto riguadagnato memoria e attenzione per un delitto, un caso di illegalità e abuso di potere. Un caso sul quale si sono esercitate pressioni e coperture da parte della politica e degli apparati coinvolti, rispetto ai quali, l’attenzione dell’opinione pubblica, non è una gogna, ma un sano contrappeso e una garanzia. Una garanzia migliore di quel garantismo che alla gogna mette le vittime.

cucchi pestato dai carabinieri