Neutralità maschili sulla violenza

uomo

Sulla violenza maschile contro le donne c’è un cambiamento culturale che la rifiuta e una resistenza che rifiuta il cambiamento. Il cambiamento è testimoniato dall’affermarsi di parole nuove, che rovesciano il giudizio di valore: quello che prima era delitto d’onore, poi delitto passionale, ora è femminicidio. Gli articolisti che negano l’emergenza, perché i dati sulla violenza sono stabili, non vedono o non condividono il nuovo giudizio di valore.

Il cambiamento contro la violenza maschile è stato promosso dal movimento delle donne. Le prime sono state le femministe americane, che hanno potuto confrontarsi con la questione razziale e vedere come la violenza di una minoranza dei bianchi reagisse all’abolizione della schiavitù e subordinasse tutti i neri a tutti i bianchi. Allo stesso modo, esse pensavano, la violenza di una minoranza di maschi reagiva alla nuova libertà femminile e subordinava tutte le donne a tutti gli uomini, anche al potere di tutela e controllo degli uomini non violenti.

Ai maschi non violenti non piace assumersi la responsabilità della violenza maschile. E neppure ai maschi violenti. Essi preferiscono attribuire la responsabilità della violenza ad un uomo nero estraneo o straniero, o ad un uomo nero interiore; ai conflitti relazionali; ai modi di essere delle donne. Di conseguenza, la rappresentazione della violenza è neutralizzata, anche se questa neutralizzazione è sempre più spesso criticata.

Mio padre giustificava i maltrattamenti su mia madre, dichiarando di volerle bene, ma di avere un sistema nervoso fragile, provato da tanti problemi sul lavoro. Era l’argomento psicologico, simile a quello del raptus associato al racconto dell’uomo depresso. Mia madre lo giustificava per il fatto di essere nato e cresciuto in Calabria ai tempi del fascismo, un ambiente arretrato dove le donne sono sottomesse. Era l’argomento culturale, oggi usato quando i violenti sono africani o asiatici invece che europei o americani. A volte, l’argomento culturale è adoperato dai violenti occidentali più evoluti, per rappresentarsi come agenti inconsapevoli del sessismo (invece che dell’alcool o della depressione), da cui non si può pretendere siano immuni.

Spesso i cronisti scrivono che il raptus avviene al culmine di una lite. Di fatto raccontano che un conflitto è diventato violenza, senza soluzione di continuità. Nel conflitto la responsabilità è condivisa. La soluzione è la mediazione e poco importa la legittimità delle aspettative. Tante volte quella che viene raccontata come lite è la dinamica di una aggressione. Lei prova a difendersi e solo in questo senso confligge. Ad ogni modo, il conflitto tra due persone è normale, perché due sono le volontà e si può essere e rimanere in disaccordo. La violenza non consegue, si contrappone al conflitto, per eliminarlo, per eliminare una delle due volontà.

Talvolta, la stessa denuncia della violenza è vista come atto di conflitto persino sleale. Per esempio, da parte di una donna separata. Allora, la reazione è il discredito della parola della donna, mediante l’uso del principio garantista. Lui è innocente fino a prova contraria. Ergo, fino a prova contraria lei è una calunniatrice o una visionaria. Per tacere di tutto il corollario delle motivazioni di rivalsa in genere attribuito alle ex partner. Questa reazione scatta soprattutto quando lui è un uomo dotato di una importante reputazione, quindi scatta di frequente perché nella sfera pubblica, in media, gli uomini hanno ancora una immagine più importante.

Dal canto suo, la giustizia giudiziaria non ha sempre gli strumenti o la volontà di accertare l’accaduto. Molte violenze private avvengono senza testimoni o in contesti omertosi e se lei ha subito violenza psicologica, ricevuto schiaffi e spintoni, ma non ha lividi, ferite, lesioni, non ha prove. La maggioranza delle denunce è archiviata, la maggioranza dei rinviati a giudizio è assolta, perché il fatto non sussiste, cioé per insufficienza di prove.

In tema di violenza sessista, il garantismo è ideologia, diffusa anche fuori dai tribunali, nel dibattito pubblico. Il più delle volte, le donne vittime di violenza non vogliono denunciare, ottenere processi e condanne, vogliono solo poter raccontare. Allora, sono strette nell’alternativa tra tacere e sporgere querela. Mentre la vittima di una violenza pubblica (guerra, tortura, terrorismo, repressione) può essere testimone della sua vicenda, la vittima di una violenza privata può essere solo un’accusatrice. In tal modo lei diventa la persecutrice, lui quello che ha diritto alla difesa e alle garanzie.

Se la colpevolezza di lui è evidente, l’attenzione è spostata su di lei che non ha fatto le cose giuste, per evitare quello che è prevedibile o conosciuto. È l’argomento della minigonna provocatrice, declinato in tutte le sue varianti. Lei ha scelto qualcosa di sbagliato: il vestito, l’orario, il luogo, il lavoro, la reazione, il partner. E, se poteva, non si è corretta per tempo. Oppure ha caratteristiche sbagliate: è debole, ha un’autostima bassa, è masochista. Tutte valutazioni plausibili, finché non pretendono di giustificare, di stare in primo piano e collocare la responsabilità del violento sullo sfondo delle realtà inevitabili.

Sul piano privato si possono dare tanti consigli di opportunità ad una donna, che lei stessa è capace di darsi da sola, ma sul piano pubblico bisogna dare consigli alla comunità, alla responsabilità pubblica. Non tanto, cosa può fare lei, ma cosa possiamo fare noi, come società, come individui socialmente responsabili. E come uomini: per esempio, ascoltarla con simpatia e prenderla sul serio. Questo perché il cambiamento, la nuova consapevolezza che riconosce e contrasta la violenza maschile, sta nel fatto di vederla, non più come una questione privata, un atto di follia, un fenomeno di devianza sociale ma come una questione di interesse pubblico, perché struttura l’intera società.

Rivoli, 27 gennaio 2016, testo rielaborato

7 pensieri riguardo “Neutralità maschili sulla violenza”

  1. Anch’io condivido.
    La responsabilità penale (e morale) non è personale come recita la costituzione sessista, è collettiva.
    Il garantismo è un escamotage sessista che serve a preservare lo status quo. Che la si finisca con i “processi” e i diritti degli “imputati”, diritti in galera i colpevoli.

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  2. «Il sistema giudiziario è designato a proteggere gli uomini dal potere superiore dello stato, ma non protegge le donne o i bambini dal superiore potere degli uomini. Esso fornisce, perciò, forti garanzie per i diritti degli accusati, ma nessuna garanzia per i diritti della donna vittima di violenza.
    Se ci si proponesse di ideare un sistema in grado di provocare sintomi intrusivi post-traumatici, non si potrebbe trovare niente di meglio di una corte di giustizia. Le donne che hanno cercato giustizia nel sistema giudiziario comunemente paragonano questa esperienza all’essere state violentate una seconda volta».

    (Judith Herman)

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  3. E’ vero che, in generale, il sistema giudiziario protegge gli uomini: infatti il 94% dei carcerati sono uomini. Un altro soffitto di cristallo da abbattere, visto che i sessi sono uguali in tutto e per tutto.
    .

    “forti garanzie per i diritti degli accusati, ma nessuna garanzia per i diritti della donna vittima di violenza.”
    C’è un errore.
    Se scrive vittime, non può scrivere accusati ma colpevoli:
    “forti garanzie per i diritti dei colpevoli”.

    “Le donne che hanno cercato giustizia nel sistema giudiziario comunemente paragonano questa esperienza all’essere state violentate una seconda volta”, a maggior ragione vale quello che ho scritto io:”Che la si finisca con i “processi” e i diritti degli “imputati”, diritti in galera i colpevoli”.

    Nelle accuse di violenza contro le donne deve contare solo il vissuto femminile, solo il sentire femminile. Basta con l’imperio della legge, con la falsificabilità delle prove, con le intenzioni degli imputati di nuocere o meno e le garanzie degli imputati devo essere deboli, meglio se inesistenti.
    Chi ha potere (come gli uomini) non può avere diritti, perché questi non sono diritti ma privilegi sotto mentite spoglie.

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  4. I reclusi sono soprattutto uomini che hanno commesso reati nella sfera pubblica contro altri uomini. Quelli che commettono reati nella sfera privata contro le donne restano per lo più impuniti, perché nel giudizio prevale il vissuto maschile. Dato che sono in gioco la vita, l’incolumità, l’integrità delle donne, in un contesto di disparità, occorre invece considerare più importante il vissuto femminile. Questo non c’entra nulla con il voler mettere in atto automatismi giudiziari contro gli uomini.

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  5. Caro Emanuele,
    il suo pensiero ben articolato è poco meno dell’anticamera del Nazismo.
    Sovrapporre “l’imperio della legge” e la “falsificazione delle prove” è una finezza degna dei migliori totalitarismi.
    Lei ha una ben strana idea dello stato di diritto, e in ultima analisi della democrazia.
    Augurandomi (per timore) di non avere mai a che fare con lei nella vita reale, spero per il bene della collettività che lei non assuma nessun tipo di potere pubblico, politico, sociale…e men che meno giudiziario.
    Per il potere che ha, o potrà assumere, nel suo spazio privato, non posso che provare empatia per chi le gravita attorno.
    Cordialità.

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