Uomini

Il femminismo fa bene anche agli uomini. Li libera dagli oneri virili del patriarcato: la difficoltà ad esprimere sentimenti, il non curarsi, l’esporsi ai pericoli, la vita più breve, il morire uccisi più delle donne. Lo afferma il sociologo messicano Juan Guillermo Figuroa Pereda in una intervista su Metro News.

Tutti vittime del patriarcato

Il discorso in parte vero si presta all’idea che donne e uomini siano insieme vittime di un patriarcato astratto o, peggio, al vittimismo del dominatore in crisi: una vecchia tesi mascolinista sostiene che gli uomini non sono mai stati dominatori e oppressori, al contrario si sono sempre sacrificati per le donne, come è accaduto nel naufragio del Titanic.

Dato che il sacrificio non gli è stato imposto dalle donne, rimane da capire, per quale motivo gli uomini abbiano accettato gli svantaggi della virilità per cinquemila anni. Forse, il tornaconto del potere, prima della sua crisi, ne è valso la pena.

Il patriarcato è una gerarchia sessuale. Il modello originario delle gerarchie maschili, dove la maggioranza degli uomini è perdente. Così viene l’idea di superare il patriarcato per superare tutte le gerarchie. Ma tanta parte degli uomini subalterni desidera dominare almeno le proprie donne e al limite concede la liberazione femminile come ultimo stadio della liberazione universale. Il femminismo, però, ha già incrinato la gerarchia originaria.

Le battaglie degli uomini

Va detto che se le donne affrontano problemi di diseguaglianza e discriminazione hanno una controparte maschile; se anche gli uomini combattono le loro battaglie non hanno una controparte femminile, a meno che non siano revanscisti. Le battaglie degli uomini si svolgono nell’ambito delle gerarchie maschili (sociali, politiche, militari, etniche, religiose).

Gli uomini hanno difficoltà ad esprimere i sentimenti affettivi, perché si sentono vulnerabili, o perché temono di non essere ricambiati, ma non hanno difficoltà ad esprimere i sentimenti associati al potere: la rabbia, l’ambizione, l’orgoglio. In tal caso, l’inibizione sentimentale è delle donne.

Gli uomini sono negligenti nella cura di sé; in effetti, sono già curati dalle donne, le quali possono contare meno su una rete di protezione, quindi sono più attente alla prevenzione. Che gli uomini vivano meno delle donne però è vero solo in Occidente e solo nella storia recente, come ha osservato l’economista Amartya Sen.

Gli uomini sono uccisi più delle donne, perché più esposti ai pericoli della libertà ed ai conflitti tra maschi, non perché si sottraggono ad un ruolo di genere. Allo stesso modo, i mafiosi sono i più uccisi dalla mafia, più dei poliziotti, dei magistrati, degli imprenditori e dei commercianti taglieggiati.

La gravità di omicidi e femminicidi

L’omicidio di una donna non è in assoluto più grave di quello di un uomo, anche se qualcuno può ritenere che lo sia, perché le donne generano la vita, perché siamo nati da una donna. Ad essere più grave è la situazione nella quale di solito viene uccisa una donna.

Questa differenza la possono vedere anche gli uomini per sé stessi: qualsiasi uomo reputa molto più doloroso subire violenza dal proprio fratello che da un anonimo rapinatore. Gli uomini sono spesso uccisi da estranei, delinquenti, nemici, da persone verso le quali non nutrono aspettative, se non negative.

Le donne invece sono uccise dai propri padri, fratelli, mariti, fidanzati, ex partner. La violenza contro le donne, nella grande maggioranza dei casi commessa da parenti, amici, colleghi, contiene in sé una decisiva componente di tradimento affettivo e morale. In questo senso è più grave.