La scorciatoia costituzionale

Scorciatoie

Giorgio Napolitano, citato da Angelo Panebianco, ha suddiviso gli oppositori della riforma costituzionale in tre gruppi. I conservatori; gli antirenziani; i perfezionisti. Dato il mio orientamento a votare no, ho pensato a quale gruppo potrei iscrivermi.

Non al gruppo dei conservatori, che considerano la Costituzione intoccabile. Sono contrario al Senato non elettivo, ma favorevole all’abolizione del Senato, se compensato da un rafforzamento dei poteri di indirizzo, di iniziativa e di controllo di una Camera eletta con il sistema proporzionale, secondo la proposta originaria del PCI.

Non al gruppo degli antirenziani, che vogliono bocciare la riforma per far cadere il governo. È stato Renzi a legare la sorte dell’esecutivo all’esito del referendum. Rispetto al governo, la mia posizione è quella di un oppositore di sinistra. Tuttavia, considero Renzi e Boschi parte del mio mondo, sia pure molto prossimi ai confini, mentre non vedo in Grillo e Salvini alternative civili auspicabili. Poiché un giorno, il M5S o il centrodestra o un’altra forza meno affidabile del PD, andrà al governo, non voglio ritrovarmi con un governo più forte del parlamento.

Non al gruppo dei perfezionisti. Se mi esprimo contro una riforma, è perché considero i difetti più importanti dei pregi. Il rapporto di potere tra governo e parlamento è più importante dell’introduzione dei referendum propositivi. È comunque possibile, come proposto da Valerio Onida, articolare il referendum su più quesiti, in modo da poter dire dei si e dei no. Ma l’impostazione plebiscitaria voluta da Renzi, implica un prendere o lasciare per tutto il pacchetto, nonostante i suoi provvedimenti siano slegati tra loro.

Mi sento parte di un’area di opposizione, eterogenea come spesso sono le opposizioni, che semplicemente giudica la riforma Renzi-Boschi peggiorativa e che, magari, non le attribuisce neanche una importanza decisiva. La prevaricazione del governo sul parlamento è già in atto per effetto delle leggi elettorali maggioritarie e dell’abuso di decreti legge e voti di fiducia.

Secondo Angelo Panebianco, politologo vicino al centrodestra, la riforma non ha un disegno autoritario. Lo penso anch’io. Probabile non abbia proprio un disegno e risponda solo ad obiettivi contingenti: ridurre i costi della politica – perché questa è la moda del momento, come quindici anni fa lo era il federalismo, che adesso questa riforma si appresta ad invertire – e velocizzare l’iter legislativo. Ma pure senza un disegno, una riforma può avere implicazioni o effetti autoritari, se procede nel senso di rafforzare l’elemento della decisione (che esclude) per rispondere ad una crisi di rappresentanza e partecipazione (che includono).

Secondo Giorgio Napolitano, la bocciatura della riforma è la fine: «l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi». Lo dice in rapporto al mantenimento del bicameralismo, da subito «indifendibile». Eppure, l’Italia ha convissuto con il bicameralismo perfetto per decenni, durante il miracolo economico e l’approvazione di riforme molto importanti: la riforma agraria, le nazionalizzazioni, la scuola media unica, le pensioni, lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, il servizio sanitario nazionale, solo per citarne alcune. Lo stesso Renzi vanta di aver realizzato riforme radicali in soli due anni, dopo l’immobilismo di «63 governi dormienti» (il job act, la buona scuola, le unioni civili, le stesse riforme costituzionali), il tutto con il bicameralismo perfetto vigente.

In realtà, il primo tentativo di riforma, quello della commissione Bozzi, è del 1983-85, ben trentacinque anni dopo la Costituzione del 1948. La commissione Bozzi propose una riduzione del numero dei parlamentari, ma non toccò il bicameralismo. Lo stesso, la successiva commissione De Mita-Jotti del 1993-94, che si limitò a regolare il rapporto fiduciario tra governo e parlamento. La commissione D’Alema del 1997 tentò il modello semipresidenziale francese.

Negli anni ’80, si palesò una inversione di tendenza della partecipazione elettorale e del consenso ai principali partiti. A questa crisi di rappresentanza, i partiti anziché tentare di riformare se stessi, per riguardagnare un rapporto con la società, iniziarono a tentare la strada delle riforme istituzionali, per riavere mediante un artificio elettorale e procedurale quel potere di governo incrinato dal venir meno del consenso attivo. In questo senso, la riforma Renzi-Boschi è l’ultimo tentativo di intraprendere con successo una scorciatoia.

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