La ministra e lo studente

IlFatto_2016-05-21Il confronto tra Alessio Grancagnolo, studente di Catania, e Maria Elena Boschi, ministra dei rapporti con il parlamento, è una sintesi istruttiva del dibattito sulle riforme costituzionali.
Il Fatto Quotidiano e i sostenitori del NO, hanno divulgato con molta enfasi – presa in giro da Spinoza – l’intervento dello studente, poi l’Unità e i sostenitori del SI hanno divulgato con spirito di rivalsa la risposta della ministra.
Va detto, al contrario di molte rappresentazioni, che lo studente non ha umiliato, né messo in difficoltà la ministra e la ministra non ha asfaltato lo studente. Entrambi, hanno soltanto rappresentato le posizioni già note dei due schieramenti. La ministra ha parlato a braccio, ha risposto in modo puntuale, ed è stata nel suo ruolo; lo studente ha letto un testo scritto come un intellettuale militante preparato, un appassionato comiziante dei comitati del no.
Il comportamento del rettore è stato un po’ nervoso, ma corretto. Ad un incontro che permetteva di interrogare la ministra sulle riforme, lo studente ha potuto esporre una sua controrelazione, per circa dieci minuti. Gli è stata tolta la parola quando ha sforato il tempo, per usare toni polemici, quali il dire che la ministra fa tour propagandistici nelle Università.

L’intervento dello studente

Nel suo intervento, lo studente ha affermato che:

  • questo parlamento non è legittimato politicamente a fare le riforme costituzionali, perché la sua composizione è drogata da una legge maggioritaria, bocciata dalla Corte costituzionale;
  • le riforme costituzionali dovrebbero essere di iniziativa parlamentare e non di iniziativa governativa, perché la Costituzione è di tutti e non solo del governo; cita a sostegno Piero Calamandrei;
  • la riforma del senato, combinata con la legge elettorale dell’Italicum, sacrifica la rappresentanza a favore della stabilità di governo;
  • la riforma della seconda parte della Costituzione finisce per incidere anche sui principi della prima parte, perché trasforma la repubblica parlamentare in un premierato, con il rischio di derive autoritarie e plebiscitarie.
  • il referendum confermativo è stato trasformato in un plebiscito sul premier.

La replica della ministra

Dal canto suo, la ministra ha così replicato:

  • La consulta ha parzialmente bocciato il porcellum, ma ha pure dichiarato la piena legittimità del parlamento eletto. La maggioranza che vota le riforme è comunque più ampia della maggioranza ottenuta dal Partito democratico. Alla fine, è il referendum confermativo a decidere.
  • Le riforme costituzionali possono anche essere di iniziativa governativa, come è stato concesso dai costituenti, in particolare dalla sottocommissione Terracini, e come è già accaduto con riforme costituzionali precedenti. Cita a sostegno Costantino Mortati e Arturo Carlo Jemolo, anche per significare che su questi temi c’è sempre stato dibattito. Il governo Renzi ha assunto l’iniziativa delle riforme, perché questo è stato il mandato ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano. Con quel mandato, il governo ha ottenuto la fiducia delle camere.
  • La critica della svolta autoritaria è allucinante. Il senato non è un contrappeso al governo. I contrappesi sono: la corte costituzionale, il presidente della repubblica, l’indipendenza della magistratura, il referendum abrogativo, la libertà di stampa e di informazione, un sistema di autorità indipendenti. I 56 costituzionalisti critici con la riforma hanno dichiarato di non temere per la democrazia.
  • La nuova legge elettorale ha un premio di maggioranza limitato e predeterminato, a differenza delle leggi di altri paesi. Il premio scatta solo se una lista (non una coalizione) raggiunge il 40%, soglia superata una sola volta negli ultimi 50 anni dal PD alle Europee del 2014. Se la nuova legge elettorale va bene, lo stabilirà la corte costituzionale, prima che la legge sia applicata.
  • Non sarebbe serio un governo che rimanesse al suo posto, dopo aver perso il referendum su una riforma di tale portata sulla quale ha investito se stesso.
  • Bisogna stare al merito della riforma. Anche a me piacerebbe fare delle domande: Perchè è contrario alla riduzione del numero dei parlamentari, della riduzione dei costi, della diminuzione del potere delle regioni, del superamento del bicameralismo?

Osservazioni

Come si può vedere o ascoltare direttamente dal video, non c’è un argomento che dà scacco matto all’altro. Ci sono valutazioni diverse e argomenti più o meno persuasivi secondo le proprie preoccupazioni, previsioni e preferenze. Facendo la tara dei toni, mi sento più in sintonia con il punto di vista dello studente.

L’iniziativa governativa

Pur riconoscendo la legittimità giudirica del parlamento in carica e dell’iniziativa governativa, penso sia molto importante la legittimità politica del parlamento e la discrezione del governo sulle materie costituzionali, perché i governi passano e le costituzioni restano.
Questo parlamento non sarebbe stato lo stesso, se fosse stato eletto con la legge elettorale uscita dal vaglio della corte costituzionale. E forse, sarebbe stato ancora diverso, se i partiti si fossero presentati agli elettori con un dichiarato programma di riforme costituzionali. Io sono tra gli elettori del centrosinistra al senato, ma con quel voto non ho inteso dare consenso alle riforme di questo governo. Il programma della coalizione guidata da Bersani, per cui ho votato, era diverso.
Inoltre, visto il risultato elettorale del 2013, nell’iniziativa governativa avrebbe avuto senso coinvolgere la forza emergente, il M5S, invece della forza declinante, il centrodestra. Nel modo seguito, sembra che le riforme costituzionali siano l’accordo con cui le vecchie forze della seconda repubblica fanno argine all’ascesa di un nuovo movimento.
Si dirà che le precedenti commissioni bicamerali (Bozzi 1983-85), (De Mita-Jotti 1993-94) e (D’Alema 1997) di iniziativa parlamentare hanno fallito. Vero, ma hanno fallito anche le precedenti iniziative governative. La devolution di Berlusconi è stata bocciata dal referendum confermativo nel 2006 e la riforma del titolo V sull’ampliamento dei poteri alle regioni, voluta dal governo Amato nel 2001, pur approvata dal referendum, viene oggi bocciata proprio dalla riforma Boschi, che i poteri alle regioni li riduce.

Il referendum confermativo

È vero che l’ultima parola spetta ad un referendum confermativo. Però, anche su questo è operata una distorsione, quando si mette al centro della consultazione la sorte del governo e si trasforma di fatto il referendum in un plebiscito.
La spiegazione di Maria Elena Boschi è corretta: se il governo investe se stesso su una riforma molto importante e poi perde, non è serio rimanga al suo posto. Questa valutazione però va fatta solo dopo il referendum. Anticiparla, mettere le mani avanti, avvertire, equivale a cambiare l’oggetto del referendum.
Peraltro, è possibile che tanti cittadini siano a favore di alcuni provvedimenti e contrari ad altri. La serie di domande mosse retoricamente dalla ministra in conclusione, non implicano come risposta una serie di no oppure una serie di si. Dunque, come propongono i 56 costituzionalisti, i referendum potrebbero essere più di uno.  Per esempio, su: riforma del senato e fine del bicameralismo; elezione del presidente della repubblica; abolizione del CNEL; competenze stato/regioni; referendum abrogativo e leggi d’iniziativa popolare.

La «svolta autoritaria»

Il plebiscito è un principio di autoritarismo.
Con ciò, non affermo che il governo abbia un disegno autoritario. L’autoritarismo è una cultura. Sta nell’idea che il decidere è più importante del discutere, che i rapporti sono gerarchici, che i governanti sono dei capi e i capi hanno più valore dei governati (e dei dipendenti), quindi possono stare al di sopra delle regole scritte e non scritte, per cui il fare ha la precedenza sul rispettare, con le relative tensioni nei confronti della stampa e della magistratura.
In Italia – dove il fascismo è nato, è rimasto al potere per vent’anni, e lo ha perso solo sconfitto in guerra – questa cultura autoritaria c’è ed è più forte che in altri paesi. Il progettare regole e procedure ha da fare i conti con questa cultura, che ha la sua base materiale nella debolezza della sua classe dirigente (una borghesia familistica ed una estesa e frammentata piccola borghesia). Perciò, occorrono più garanzie rispetto ad altri paesi dotati di una tradizione democratica più lunga e consolidata.
Per fare analogia, a torto o a ragione, alcuni difetti sono attribuiti alle precedenti leggi elettorali e al sistema istituzionale: si è detto che la legge proporzionale favoriva la frammentazione politica e l’instabilità dei governi; si dice che il bicameralismo favorisce il rallentamento dell’iter legislativo, anche fino a paralizzarlo. Ma, non pensiamo che i costituenti avessero in progetto di creare frammentazione, instabilità, lentezza, paralisi. Questi effetti, se sono stati tali, sono stati indesiderati. Una riforma costituzionale può avere effetti indesiderati. Si può prevedere un effetto autoritario, senza che ciò si traduca in un’accusa di fascismo al legislatore della riforma.
Tendiamo tutti a sottovalutare i rischi autoritari, anche chi li denuncia sembra farlo senza crederci davvero, perché siamo abituati alla democrazia e alla libertà, li consideriamo una condizione normale, acquisita, irreversibile, almeno in questa parte del mondo.

Il nuovo senato combinato con l’Italicum

Il parlamento è il potere legislativo e fa parte della divisione dei poteri insieme con il potere esecutivo (il governo) e il potere giudiziario (la magistratura). Indebolire il potere legislativo significa indebolire un contrappeso. Il parlamento è indebolito dal ridimensionamento del senato e da una legge elettorale maggioritaria, senza le preferenze, che garantisce la maggioranza al governo e permette al segretario di partito futuro premier di cooptare in liste bloccate i candidati da eleggere, cioé i futuri deputati che gli voteranno la fiducia e tutte le leggi. Così, non è fuori dal mondo prevedere una torsione leaderistica, quindi autoritaria, del rapporto tra esecutivo e legislativo. Non sarà il fascismo, sarà un ridimensionamento della democrazia.

4 pensieri su “La ministra e lo studente”

  1. io sto ai fatti. in un paese in cui nulla mai cambia e in cui è notorio che il bicameralismo ha di fatto bloccato il sistema di approvazione delle leggi, questa riforma non è salvifica ma comunque è un segnale. si poteva fare di più e meglio, anche in relazione alla legge elettorale? assolutamente si. salverà il nosro paese? assolutamente no. ma quello che mal sopporto è il “NO” per partito preso in chiave antirenziana. io voterò SI per le ragioni di cui sopra, e questo certo cambierà in meglio il mio giudizio sul governo Renzi che resta di base però un giudizio non molto soddisfacente. Renzi rimane il “meno peggio” nel panorama politico, e questa è la sua unica fortuna.

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  2. Che Renzi sia il meno peggio posso essere d’accordo, ma questo non garantisce che governi a vita. Bisogna pensare all’applicazione di questa riforma anche in un quadro in cui al governo ci saranno Grillo o Salvini o entrambi.
    Che il bicameralismo abbia bloccato l’iter legislativo, è un fatto più detto che dimostrato. Il tempo medio dell’approvazione di una legge è di tre mesi. Renzi vanta di avere approvato riforme radicali, dopo l’immobilismo di «63 governi dormienti»: il job act, la buona scuola, le unioni civili, le stesse riforme costituzionali. C’è riuscito con il bicameralismo in vigore.

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  3. dimentichi il tempo nelle commissioni, e dimentichi il tempo per quelle leggi che non sono “bandiera”. che poi sono quelle che fanno veramente cambiare il paese

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